12 agosto 2017

LA TERRA È DI DIO
In ricordo di Giovanni Battista Franzoni

dom Franzoni

Molte sono le opere di Giovanni Franzoni – scomparso 88enne il 13 luglio scorso [*] – ma, senza dubbio, la più importante è La terra è di Dio, una “lettera pastorale” datata 9 giugno 1973, vigilia di Pentecoste.

In quanto abate (dal 1964) dell’abazia nullius di san Paolo fuori le Mura aveva partecipato, come “padre”, alle ultime due sessioni del Concilio Vaticano II, ed era membro della Conferenza episcopale italiana. Egli era ben consapevole di avere, direttamente, “autorità magisteriale” – come precisava al n. 7 della sua lettera – solamente sul e nel minuscolo territorio che gli era stato affidato; tuttavia auspicava che il suo scritto, “per la dottrina biblica e le riflessioni teologiche in esso contenute possa essere utile a tutti i cristiani che vorranno prenderlo in considerazione”.

La terra è di Dio, scritta in vista del Giubileo indetto da Paolo VI per il 1975, ed uscita proprio mentre era in corso l’assemblea generale della Cei, ebbe subito – soprattutto in ambito ecclesiale, ma anche sui media – grande eco, e provocò ovviamente reazioni diversificate. Leggendola oggi si può facilmente intuire il perché di tali variegati, e spesso contrastanti commenti. Infatti, anche se alcune sue pagine possono apparire datate, il senso complessivo del documento suscita tuttora, come fece allora, forte emozione e induce, con le sue analisi e le sue denunce, a porsi domande, radicali e ineludibili, su “come” la Chiesa romana – come ogni altra – dovrebbe porsi per essere, in un mondo violento, testimone fedele dell’Evangelo di Gesù e, dunque, contro la mercificazione della terra, “bene comune”.

Rinviando, chi voglia cogliere appieno il pensiero di Giovanni Franzoni, ad una lettura del testo completo della lettera, qui ne riprendiamo una piccola parte che può, comunque, dare un’idea del suo contenuto. [Luigi Sandri].

*** *** *** 

(Tra i motivi che mi hanno suggerito di scrivere questa lettera) vi è l’Anno santo che proprio domani inizia la sua solenne preparazione nelle Chiese locali. Avrà come tema “la riconciliazione”. (9)

A livello ecclesiale – come nota il card. Maurizio Roy [il 7 aprile ’73], nelle sue Riflessioni per il decimo anniversario della Pacem in terris di papa Giovanni – la Chiesa può parlare di pace e di riconciliazione solo se, prima di tutto, in se stessa vive queste realtà: «Lo stesso ardore che i cristiani mettono nella lotta contro tutte le discriminazioni razziali, etniche, nazionali o ideologiche, deve riscontrarsi, per evitarle, nei loro rapporti nell’ambito del popolo di Dio». (13)

Non è più pensabile dunque oggi che si ricorra alla scomunica, né a quella canonica né a quella psicologica verso i cristiani o i gruppi comunitari che pur uniti nella comunità ecclesiale dalla stessa professione di fede in Cristo risorto, hanno teologie diverse o diverse opzioni politiche. (14)

Questo naturalmente riguarda tanto gli organismi ecclesiali e le comunità più orientati in senso conservativo, quanto le comunità più spinte verso il cambiamento. In entrambe le direzioni l’unico atteggiamento autentico è il dialogo attento, rispettoso e aperto e non la preclusione fanatica del pregiudizio. (15)

A livello socio-politico, la riconciliazione di cui parla il papa non si potrà ottenere senza un previo giudizio. Si deve cioè discernere ciò che può essere composto e ciò che non può esserlo, ciò che può essere sanato e ciò che deve essere bruciato. Per indicare un solo esempio, la riconciliazione sociale non potrà essere un qualunquistico «amiamoci scambievolmente» che metta insieme ricchi e poveri, sfruttati e sfruttatori, lasciando ciascuno come e dove è. (18)

Riconciliazione sociale potrà esserci solo quando si sia fatta una seria analisi della società, si siano individuati i nodi da sciogliere, le cause profonde e strutturali che fanno sì che alcuni opprimano o schiaccino gli altri. Il cristiano ama tutti ma, appunto perché crede che ogni uomo è irripetibile, nel suo amore cerca di confrontarsi con le esigenze e la situazione di ciascuno. (19)

Ancora, la conversione, presupposto e coronamento della riconciliazione con Dio e con gli uomini, non può limitarsi alla conversione del cuore. Certamente ciascuno di noi deve convertirsi. Ma dobbiamo anche, per così dire, convertire le strutture che, necessariamente ed implacabilmente fino a che rimangono come sono, pongono delle condizioni da cui sgorgano – al di là di tutte le buoni intenzioni e conversioni personali – gravissime conseguenze di oppressione sociale, culturale, politica. (22)

Lo crediamo per fede. Ma, quasi, a volte ci pare di poterlo toccare con mano e di sperimentarlo direttamente, che lo Spirito ci viene dato. Egli ci dischiude cammini che, in altri tempi, avremmo chiamato follia seguire. Egli conduce la Chiesa e le Chiese verso una terra che, a prima vista, tutti giureremmo desertica. Fiduciosi nella parola del Signore, siamo sicuri che questo deserto fiorirà. (23)

L’anno «sabbatico» (previsto dal Levitico) consisteva nel dare ogni sette anni un «riposo» alla terra, tutti i debiti contratti verso un amico o in genere quello che si chiamava «il prossimo» venivano condonati. Di conseguenza dovevano essere affrancati tutti coloro che per debiti fossero caduti in condizione di servitù. Così si adempiva alla volontà del Signore: «Non ci sarà tra voi alcun indigente o mendico» (Deut. 15,2-4). (72)

L’anno del «Giubileo», che ricorreva invece ogni cinquanta anni, consisteva in una ridistribuzione delle terre che per qualche motivo avevano cambiato di proprietario. Le sventure o le negligenze, per cui qualcuno aveva perduto la propria porzione di terra affidatagli da Dio, non ricadevano così sulla generazione seguente. «Nell’anno del Giubileo ciascuno tornerà nei suoi possessi» (Lev. 25,13). (73) 

Ritenere in proprio la terra dell’altro e disporne a piacere è dissacrare la terra, profanarla, sottrarla al dominio di Dio, porsi quindi in condizione non solo di immoralità sociale ma religiosa, cioè praticamente negare Dio nelle sue concrete manifestazioni. L’ineguaglianza sociale infrange la solidarietà sacra che contraddistingue il popolo in quanto tale e riguarda ogni individuo in esso. (74) 

Inoltre tale affermazione di ateismo e di ineguaglianza sociale e religiosa si oppone ed è in contraddizione con il culto che ciascuno deve rendere a Dio: non può renderlo chi fa sua la proprietà di Dio e rapina «l’eredità» del fratello; non può esprimerlo il diseredato, poiché non ha più «la terra di Dio» su cui rendere il culto, ma è costretto a vivere su una terra di profanazione, di ingiustizia e di peccato; non può renderlo la terra, avulsa così dal suo unico e legittimo padrone e stornata dalla sua naturale finalità e privata infine anch’essa della presenza benefattrice di Dio. (75) 

Nessuna meraviglia, pertanto, che di fronte al verificarsi di tali empie, sacrileghe, fratricide violenze, la voce di Dio si sia levata per bocca dei profeti, i suoi «inviati», risonando dura e inesorabile, con rimproveri, minacce, punizioni. «Guai a voi, che aggiungete casa a casa / e unite campo a campo, / finché non vi resti più spazio / e voi restiate ad abitare / nel mezzo del paese. / Ho udito con le mie orecchie il Signore degli eserciti: / “Di certo, tanti palazzi diventeranno una desolazione, / grandi e belli ma senza abitanti”» (Is. 5,8 ss.). (76)

Molti cristiani, in vista di certi progressi fatti dalla legislazione sociale, del resto più dovuti alle lotte degli operai che alla presa di coscienza di noi Chiesa, si sentono esonerati rispetto alle proprie gravi responsabilità religiose di fronte al persistente problema della povertà e della ineguale distribuzione dei beni terreni. Ad una Chiesa in stato di missione, come giustamente ripetiamo oggi, sembra quasi che il problema sia estraneo. A mio parere, uno dei peggiori «scandali» che offrono la Chiesa ed il popolo di Dio per essere credibili ed uno dei maggiori impedimenti alla «conversione» al vero ed unico Dio è invece la sperequazione economica fra gli uomini, il che equivale ad una esplicita contro testimonianza avversa a quella «familiarità» che è di fatto insita nella ricezione del sacramento eucaristico e, insieme, ad un frazionamento blasfemo dell’unico corpo di Cristo. (90)

A livello economico, l’organizzazione ecclesiastica appare, chiaramente, come una delle forze capitalistiche che sono direttamente impegnate nel modo capitalistico di sviluppo della città e nella speculazione edilizia… Infatti: «Dallo schedario degli Enti religiosi nel Catasto Rustico di Roma risultano appartenenti agli stessi Enti circa 51milioni di mq [...]» (Adista 30-3-1972). (126)

Se si pensa che proprio i nostri ordini religiosi sono stati suscitati dallo Spirito nella Chiesa, attraverso i secoli, per contestare in modo profetico ed effettuale la mondanizzazione e la secolarizzazione della comunità cristiana che riponeva la propria confidenza nella potenza del denaro, delle strutture edilizie e delle alleanze con i potenti della terra, invece che nella «potenza di Dio» e nella forza del messaggio evangelico, viene da pensare che le nostre famiglie religiose siano diventate un sale ormai insipido e reso incapace di condire. (127)

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[*]
In occasione della ricorrenza del trigesimo della sua scomparsa, ci è parso significativo ricordare la figura di Giovanni Franzoni con una breve selezione di passi dalla sua Lettera pastorale, La Terra è di Dio, un atto di magistero episcopale che, al di là delle vicende successive che hanno coinvolto l’Abate Franzoni, resta a pieno titolo nel patrimonio della Chiesa. (V)

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