Non tacere: un modo per fare ciò che è giusto
nella società e nella Chiesa

Contributo del Centro “Viandanti” al terzo incontro de “Il Vangelo che abbiamo ricevuto”. “Pregare e fare ciò che è giusto fra gli uomini” – Napoli 17-19.9.2010.
La documentazione completa dell’iniziativa si trova nel sito:  www.statusecclesiae.net

1. Uno sguardo alla Chiesa e alla società

La cifra del magistero attuale. A partire dalla seconda parte del pontificato di Giovanni Paolo II, il magistero della Chiesa è venuto sempre più strettamente incardinandosi sul binomio verità-ragione, che ha ormai messo in ombra il binomio verità-fede. Mentre in passato si parlava delle verità proposte dalla religione cattolica prevalentemente nei termini di un’adesione di fede, oggi se ne parla prevalentemente nei termini di una conoscenza razionale che deve essere di tutti. In questo modo si vuole fondare un’universalità del discorso magisteriale che si traduce nel sostegno ai cosiddetti «valori non negoziabili». Si può legittimamente dire che questa identificazione verità-ragione dà il tono attuale al magistero di Benedetto XVI.

Le crisi: segno di una diga incrinata. Giovanni Paolo II aveva realizzato una vera e propria copertura carismatica e mediatica della Chiesa cattolica, per cui la sua immagine al centro della scena nascondeva articolazioni e divisioni. Il succedersi delle crisi che hanno segnato il panorama ecclesiale italiano e universale nell’ultimo biennio ne sono un segno eloquente.
Il caso Boffo, lo scandalo pedofilia e, da ultimo, le informazioni sulla gestione del patrimonio di Propaganda Fide, sono segno di un sistema che non è più monolitico e incrollabile.
Il caso Boffo, da leggersi tutto sul versante di una resa dei conti Berlusconi-Chiesa italiana, ha fatto emergere velate e sconcertanti accuse tra i vari livelli della gerarchia e del laicato ecclesialmente accreditato. La questione pedofilia (insieme alla vicenda del fondatore di Legionari di Cristo) ha provocato di fatto la fine della pratica della riservatezza. Non solo diversi vescovi hanno dovuto rassegnare le dimissioni, ma all’interno del collegio cardinalizio si sono espresse pubblicamente (cardinali Schönborn e O’ Malley) delle critiche nei confronti dei cardinali Sodano e Castrillon Hoyos (già prefetto della Congregazione per il clero e presidente della pontificia commissione Ecclesia Dei, grande regista del riavvicinamento ai lefevriani). Un fatto inedito quanto emblematico, che si è ripetuto, con forme diverse, nella questione del patrimonio di Propaganda Fide. Il card. Sepe non ha accettato in silenzio l’attribuzione della responsabilità personale, ma pubblicamente ha chiamato in causa la responsabilità della Segreteria di Stato come organo che ha sempre approvato il suo operato.
Non si può certo ritenere che si sia di fronte ad un nuovo “stile” per un dibattito esplicito interno alla Chiesa, ma certamente nella diga della riservatezza incominciano ad aprirsi delle incrinature.

Le emergenze a livello civico. La vita sociale e politica italiana di questi ultimi anni mostra in modo sempre più evidente tre gravi emergenze: la legalità, la salvaguardia della Costituzione e la laicità dello Stato.
La legalità sembra oscurata da una vera e propria eclissi, come denunciavano i vescovi italiani nel 1991 con la dimenticata Nota pastorale “Educare alla legalità”. Oggi la questione non riguarda più solo i temi della criminalità, del comportamento dei privati cittadini, ma riguarda la sfera di coloro che si occupano della res publica. Assistiamo all’asservimento della legge agli interessi di pochi o di uno solo. Il problema ha ormai toccato il livello di guardia, ma non sembra generare nessun sussulto e indignazione sufficiente a livello civico.
La Costituzione, non potendosi modificare come vorrebbero gli attuali governanti, subisce continuamente delle forzature che generano sempre più frequenti conflitti tra le Istituzioni dello Stato.
Infine, la laicità dello Stato non è più sufficientemente difesa da chi ne avrebbe il dovere. Purtroppo si assiste ad un baratto di questa laicità con uno scambio di favori con le gerarchie religiose. Un ultimo esempio sembra essere la vicenda del programma delle celebrazioni dei 140 anni della presa di Porta Pia, stilato tenendo ben presente i desiderata dell’Oltre Tevere.

In questo quadro non può non generare un certo sconcerto il tentativo di accreditamento, da parte di importanti esponenti della gerarchia cattolica, della Lega Nord. Un partito con molti riferimenti ideali non proprio cristiani o cattolici (xenofobia, folklore paganeggiante, visione egoistica della vita e dei rapporti sociali, …), un partito che guarda ai problemi della globalizzazione, dell’Unione Europea e dell’Italia con una visione localistica e dei piccoli egoismi.

2. Non tacere
Il contesto delineato non può non spingerci all’indignazione, ad un salutare sussulto, ad alzare la voce.
Si può dire che da diversi anni ci troviamo di fronte ad un tratto comune alla vita sociale ed ecclesiale. Da un lato, la scarsa reattività della società civile al progressivo imbarbarimento della vita politica; dall’altro lato, una situazione di “afasia” del Popolo di Dio, in parte anche attribuibile alla carenza di libertà di parola che frequentemente si riscontra nella comunità ecclesiale.
L’esigenza di avviare iniziative per rompere il silenzio e intervenire in modo puntuale sui problemi sembra uno dei possibili modi di “fare ciò che è giusto” sia nella società, sia nella Chiesa. Nella società civile vi sono iniziative, anche se ancora deboli, come i Comitati Dossetti per la difesa della Costituzione, come l’Associazione “Libertà e giustizia” con il suo appello “Rompiamo il silenzio” (2009), come l’Associazione “Rosa Bianca” con la costante dei corsi estivi di formazione politica e altre ancora si potrebbero elencare.

Nella Chiesa italiana e universale, la realtà sembra più difficile per la mancanza di un’opinione pubblica e per la marginalizzazione delle voci discordanti, eppure le questioni che attendono un ripensamento e risposte adeguate all’attuale contesto sono molteplici: la sovra rappresentazione del papato e della curia romana rispetto alle chiese locali e il bisogno di una maggiore collegialità e sinodalità; la ricerca dell’unità della Chiesa e l’esercizio del ministero petrino; l’opzione preferenziale per i poveri oggi e lo stile evangelico della gestione dei beni della Chiesa universale/particolare e degli Ordini religiosi; il radicale ripensamento dell’organizzazione e dell’azione della paroikia (parrocchia); la formazione umana e spirituale dei presbiteri; la ministerialità e il ruolo della donna; la formazione e il primato della coscienza; la pastorale ordinaria e i suoi molteplici problemi (dalla questione dei giovani alla cura della crescita spirituale; dai divorziati ai presbiteri sposati, agli omosessuali, ecc.); la coabitazione con altre fedi e culture; il confronto con le questioni poste dallo sviluppo della scienza e delle tecnologie applicate alla natura e all’uomo. Ma l’elenco potrebbe continuare.

Forse, nella società come nella Chiesa, occorre trovare il coraggio di superare la frammentazione, che caratterizza l’oggi, per farsi sentire a voce alta. Nella Chiesa tutto ciò avrà la natura e le modalità che, diversamente dalla politica, caratterizzano una comunità di fede, ma dovrebbe superare l’ostacolo della riservatezza per farsi una presa di parola libera, pubblica e per amore della Chiesa stessa (parrésia).

Gli incontri de “Il Vangelo che abbiamo ricevuto” forniscono indubbiamente un contributo spirituale e di riflessione indispensabile e svolgono un ruolo alto di pungolo per ognuno.

Come Centro “Viandanti”, come laici, crediamo di raccogliere questo stimolo e di operare in umiltà, cioè essere e creare humus, per costruire una rete tra tutte le realtà marginali, ma che operano con attenzione al bene della Chiesa; per far nascere un’opinione pubblica ecclesiale autentica, libera e preoccupata del bene della Chiesa; per essere, come ha indicato il Convegno ecclesiale di Palermo[1], un luogo e uno strumento “di confronto e di ricerca” per “accogliere e valorizzare le diversità, comporre la ricchezza in vista di una comune e diversificata responsabilità” che si origina dal comune battesimo.

Il laicato, nella Chiesa e nella società, sarà suscitatore di novità, se non si limiterà a partecipare a grandi assemblee, a essere ascoltatore passivo di direttive magisteriali ed esecutore di programmi pastorali. Non a caso il “laico comune”, quello che non appartiene ai movimenti, è attualmente una presenza poco visibile e poco incisiva nella comunità ecclesiale in quanto spesso solo e isolato.

La Chiesa, in quanto realtà di fraternità e di comunione, non può non avere la costante preoccupazione di lasciar spazio al confronto e di fare sintesi nella fedeltà al Vangelo, attuando la propria dimensione sinodale.

In questa sana dialettica è necessario e importante l’apporto di tutti e, perciò, anche del laicato. Convinti che le varie componenti della Chiesa, (laici, religiosi, presbiteri, vescovi, Pietro), operano nella e per la vita della Chiesa secondo il loro ministero e ruolo specifico; questi vari punti di vista sono in un certo senso complementari: è l’insieme dei ministeri e delle sensibilità che ci danno il tutto.

Convinti anche che è dal pregare che trarremo la forza per “fare ciò che è giusto fra gli uomini” e nella Chiesa. Saremo come il lievito che fa fermentare la pasta, se assieme alla consuetudine alla liturgia coltiveremo spazi di ascolto della Parola, di preghiera personale e di confronto aperto.

Centro “Viandanti”
Via G. Sidoli, 94 – 43123 Parma
(viandanti.prs@gmail.com)
Parma, 1 settembre 2010


[1] Nel messaggio finale del Convegno di Palermo (1995) a tutte le Comunità ecclesiali, al termine del punto 4, si legge: “Creiamo perciò a tutti i livelli nelle nostre comunità luoghi e strumenti di confronto e di ricerca. Accogliere e valorizzare le diversità, comporre la ricchezza in vista di una comune e diversificata responsabilità, è già dare un segnale di forte valenza culturale ad un Paese che ha bisogno di ritrovare riappacificazione e tensione al bene comune”.


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