1 gennaio 2016

RIFORMARE O CONSERVARE:
QUESTO NON È IL PROBLEMA!

Francesco Castelli 

Sogno di Innocenzo III. Giotto(?), 1295-99. Basilica superiore di Assisi.

È ormai da tempo che la parola “riforma” sembra dilagare nello spazio pubblico civile: non c’è giorno che trascorra senza che non si invochi dai più autorevoli pulpiti (laici) la “necessità di riforme” più o meno strutturali come premessa necessaria per superare in primis la crisi economica. L’esperienza recente della Grecia è, in questo senso, paradigmatica. 

Una responsabilità di tutti
Anche nello spazio ecclesiale, complice il fatto dell’elezione di un Vescovo di Roma venuto “dalla fine del mondo”, si fa sempre più crescente l’esigenza che, se la Chiesa vuole portare alle donne e agli uomini di oggi il messaggio dell’Evangelo in modo credibile, abbia necessità di una riforma delle sue istituzioni e –più ancora- dello stile di vita delle sue comunità. Ma come declinare questo verbo nello spazio ecclesiale? La riforma nella Chiesa è realizzabile attraverso una sorta di una più o meno riuscita operazione di “cosmesi giuridica”? È un “prodotto del diritto” la riforma della Chiesa? Oppure è “la moda” di questi tempi in cui vi è stato un cambio “inaspettato” alla guida della Chiesa universale? Il cambiamento può dipendere da un uomo sul quale sono puntati occhi e attese di molti? Il rischio che l’ormai imminente Sinodo ordinario dei Vescovi possa risolversi in un maquillage di regole e norme qua e là è alto.

Diciamo subito: riforma nello spazio ecclesiale…non ha a che fare con il diritto! Mettersi in un cammino di rinnovamento è, infatti, responsabilità del cristiano di ogni tempo. 

Semper reformanda
Recita un antico detto medioevale ecclesia semper reformanda; compendia Lumen Gentium al n.8 “…la Chiesa, che comprende nel suo seno i peccatori, santa e insieme sempre bisognosa di purificazione, mai tralascia la penitenza e il suo rinnovamento”. L’attitudine riformatrice è connessa, dunque, alla natura stessa della Chiesa che ha il suo fondamento nell’incessante azione dello Spirito del Risorto che guida la storia verso la pienezza della verità; è perciò un dinamismo costitutivo della comunità ecclesiale cosciente della propria fallibilità. La coscienza dell’imperfezione, infatti, nei confronti di Colui che è il capo del corpo è costitutivo di un “cristianesimo adulto”. Cristo, che è la verità, eccede la Chiesa la quale tutt’al più confessa la verità, cercando di darne approssimate definizioni. Essa abita nella verità senza mai possederla, pena il farla diventare un idolo. La Chiesa non può costitutivamente esaurire il mistero di Cristo: questo è il suo limite ed, al tempo stesso, la sua forza!

La riforma è anche legata alla vocazione stessa della Chiesa. Nel Decreto sull’ecumenismo Unitatis Redintegratio al n.6 è ancora il Concilio che ci dice “la Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno, in modo che se alcune cose , sia nei costumi sia nella disciplina ecclesiastica ed anche nel modo di enunziare la dottrina – il quale non deve essere assolutamente confuso con lo stesso deposito della fede – siano state, secondo le circostanze, osservate meno accuratamente, siano opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine”. Ogni rinnovamento è, pertanto, una libera e creativa risposta alla propria vocazione evangelica. È una vocazione a Cristo di cui la Chiesa stessa ha sempre bisogno.

Una responsabilità dei battezzati
La riforma, allora, – così come la iniziamo ad intravedere – non è legata ad un protagonismo umano (foss’anche quello di un Papa “che ci sta simpatico”!) ma è il vivere di credenti quali sacramento nella storia della presenza di Dio prolungando, in un certo qual modo, il mistero stesso dell’Incarnazione. Sacramento dell’amore salvifico di Dio narrato dalla debolezza e dall’impotenza del Crocefisso dove l’Evangelo e la storia strutturano la riforma come…responsabilità dei battezzati. Quindi riforma della Chiesa, nella sua essenza, paradossalmente ha poco a che fare…con il diritto ma è dialogo tra Evangelo e storia.

La riforma non può, quindi, essere l’adeguamento ad un modello morale prefissato e neppure un recupero di forme da cui ci si sarebbe allontanati magari coltivando un “mito delle origini” che conduce di fatto non ad un rinnovamento, ma ad una restaurazione. La riforma è evento dello Spirito che avviene in un oggi storico con l’umiltà di chi è cosciente di poter fallire ma per rendere possibile una più adeguata risposta alle esigenze del Evangelo passando anche attraverso un discernimento tra verità e consuetudine. Non si tratta di ripetere un passato mitico ma si tratta di farsi profezia nell’oggi e anticipazione di un futuro.

Calare il Vangelo nella storia
Recita un altro detto medioevale ipse erit reformator tuus qui fuit formator tuus (proprio colui che ti ha formato sarà il tuo riformatore) ed è su questo che si può fondare quel dialogo continuo e fecondo tra Evangelo e la storia. Viene, cioè, richiesto il discernimento della volontà di Dio nella storia e questo implica un coinvolgimento da parte dell’uomo con la sua libertà e riflessione. La volontà di Dio non è, infatti, un fato inesorabile “calato dall’alto” una volta per tutte ma è sempre nuova e diversa nelle varie situazioni e quindi sempre da ricercare responsabilizzando il credente.

Un processo di discernimento aiuta a distinguere tra mezzi e fine che deve essere sempre l’amore di Dio e l’amore per l’uomo. La carità è dunque il criterio ultimo per definire ciò che va conservato da ciò che va cambiato in un processo di autentica riforma. Riforma è sostanzialmente metodo, il metodo del cammino faticosamente fatto insieme.

Il rapporto del cristiano con la verità, infatti, è da sempre contrassegnato da quell’amore grazie al quale la verità non è brandita come una clava contro qualcuno ma è a servizio della vita di tutti; non quindi una luce accecante ma un lume gentile che illumina il cammino da percorrere verso la misura della piena maturità alla statura di Cristo (Ef 4). Dare dunque priorità al tempo dove ci si occupa di “iniziare processi più che di occupare spazi e posizioni di potere”, come sostiene papa Francesco in Evangelii Gaudium (n. 223): dar vita ad azioni che coinvolgano altri generando dinamismi di crescita comune.

Favorire la maturità dei credenti
Questo dovrebbe far germinare comunità dove le persone contano più delle strutture…un lavoro di “fermentazione culturale” lungo, difficile ma potenzialmente ricco di frutti!

La Chiesa non andrebbe mai confusa con comunità efficienti e ben organizzate dove il buon funzionamento degli apparati sta sullo stesso piano o addirittura viene preferito all’attenzione alle persone. La comunità cristiana è un corpo, non una macchina o un’azienda dove i pezzi sono ricambiabili o dove essenziale è la produttività. Le diverse componenti non sono messe lì per farsi la gara l’una con l’altra ma per crescere insieme nella reciprocità. Il gesto di ciascuno può essere immagine di quella capacità di “portare l’altro” che l’amore – lavoro gravoso! – porta sempre con sé. Dovremmo ricordarci forse più spesso che, come comunità, siamo prima di tutto in uno spazio relazionale che istituzionale!

In questo contesto, l’autorità dovrebbe servire per far crescere questa maturità nei credenti. Un’autorità, infatti, che tiene nell’immaturità il credente è semplicemente fallimentare. Essa dovrebbe avere, invece, come fine quello di “favorire il parto” dell’identità cristiana di ogni battezzato affinché ciascuno possa prendere in mano – con piena soggettività – la propria vita cristiana per attuare la propria ministerialità a vantaggio dell’utilità comune.

La capacità di diventare soggetto di servizio verso gli altri senza stare solo ad essere destinatari di servizi di altri è anch’esso il segno di un “cristianesimo adulto”.

La dimensione escatologica
È il futuro del Regno che dà forma alla Chiesa nella storia. Riformarsi per il cristiano esige anche l’assunzione della dimensione escatologica della fede perché la forma cui il credente è chiamato a conformarsi non appartiene a questo mondo. Riformarsi è un processo dunque continuamente da ripetere nella storia perché l’orizzonte è escatologico.

Ma per essere autentico deve riguardare tutto il corpo in capite et in membris; solo così si potrà rendere giustizia di una dimensione troppo negletta nella Chiesa di oggi, quella profetica lasciando nel divenire storico trasparire la luce dell’Evangelo. Siamo posti, infatti, in una condizione di cammino senza fine, di tensione incessante ma entusiasmante, un cammino che non avrà fine neanche nel tempo della storia e in quanto tale – non appartenendoci – un viaggio estremamente liberante.

Francesco Castelli
Ricercatore in Diritto Comparato presso facoltà Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Milano e segretario del gruppo “Laboratorio di Sinodalità Laicale” (LaSiLa – Milano), che aderisce alla Rete dei Viandanti.

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