6 settembre 2016

IL SAE FA CINQUANTATRE’:
TRADIZIONE, RIFORMA
E PROFEZIA NELLE CHIESE

Giancarla Codrignani

52° Sessione estiva SAE -  2016

Maria Vingiani, inventrice e fondatrice del Sae (Segretariato attività ecumeniche), merita di essere ricordata per essere stata una delle tante persone che, negli anni Sessanta (del secolo scorso), non sapeva di aspettare un Concilio innovatore eppure già lo preparava.

Un ricordo necessario
Mi raccontò una volta che, quando andava, sempre di corsa, dal Patriarca di Venezia per qualche problema del suo assessorato – Venezia è piena di monumenti sempre in restauro – si spazientiva un poco se Giuseppe Roncalli la intratteneva chiedendole qual era l’ultimo libro che aveva letto o opinioni sui fatti del giorno. Non prevedeva che l’istaurarsi di questa confidenza avrebbe prodotto la scandalosa – per i tempi: era 13 giugno del 1960 – udienza privata dell’ormai Papa Giovanni XXIII con Jules Isaac, lo studioso ebreo perseguitato dal nazismo che viveva ancora la passione del disprezzo cattolico per l’ebraicità. Era stata Vingiani, insofferente di suo al pregiudizio antisemita, ad averlo presentato a Roncalli. La Dichiarazione Nostra aetate del 1965 fu il punto d’arrivo non solo della personale volontà riformatrice del Papa autore del Vaticano II, ma anche dell’amicizia esemplare di tre persone di fede.

Come Isaac è stato il fondatore dell’Amicizia ebraico-cristiana, così Maria Vingiani si è fatta carico dell’aspirazione unitaria dei cristiani italiani dando vita al Segretariato Attività Ecumeniche,che è arrivato all’appuntamento della sua principale iniziativa sociale, la “sessione estiva” nazionale per la 53a volta. Per grazia del Signore, direbbe Maria, che certo prega perché si affretti con sollecitudine maggiore l’ancor incompiuto cammino dell’unità. Il Sae resta dunque in cammino e questa del 2016 è stata un’ottima sessione. 

Ecumenismo: una parola con scarsa popolarità
L’ecumenismo resta una parola di non facile popolarità per gli stessi cattolici praticanti – ci permettiamo di immaginare che la reazione si ripeta per tutte le confessioni - mentre la fede nello stesso Cristo, lo stesso battesimo e in qualche modo la stessa comunione, fanno della divisione il peccato più grande delle chiese. Anche perché urge il bisogno del dialogo con le altre religioni e del riconoscimento della libertà religiosa a cui il messaggio cristiano può contribuire per fornire un maggior presidio alla pace nel mondo.

Anche se i tempi storici che viviamo sono complessi, “la dimensione dell’eternità che ci viene donata e che intuiamo per fede, lungi dal rappresentare una fuga dal reale offre qualità e stabilità alla nostra vita”. Dalle parole di Anna Maffei appare chiaro che ragionare di Tradizione significa saperla rileggere per trasmetterla, mentre la Riforma risponde alla necessità di continuità nel rinnovamento di cui la Profezia rappresenta il motore dello Spirito che alimenta la sperata coerenza nelle scelte di vita.

Un incontro profetico
Forse è azzardato pensare che la chiesa sia di per sé profetica: Enzo Bianchi non vede segni sostanziali di conversione e di riforma e tanto meno indizi dei prezzi che la profezia autentica impone di pagare. Tuttavia, ci sono testimonianze che scorrono sotto i nostri occhi di cui non siamo in grado di capire bene il significato profetico: rivedendo il filmato dell’incontro delle religioni (Assisi ’86), il gesto più ecumenico di Giovanni Paolo II, sono apparsi chiari – e non solo per i decenni trascorsi senza conseguenze – i nostri limiti: tutti hanno riso vedendo tra i rappresentanti religiosi gli indiani con le loro tradizionali acconciature di penne, simbolo di una fede. Un protestante come Paolo Naso ha confessato l’errore di non avervi partecipato: era un incontro che oggi giudichiamo come un chiaro fenomeno di intelligenza della globalizzazione: se tutte le confessioni avessero trovato voce comune per continuare a pregare e predicare insieme la pace, sarebbe stata una grande testimonianza, un aiuto per evitare che principi identitari riduttivi, incapaci di dialogo e di rinnovamento, mettano a rischio la continuità delle religioni, se non la fede.

La dinamica del rinnovamento della Chiesa
Anche la Riforma di Lutero di cui l’anno prossimo ricorderemo il quinto centenario (un’occasione, anche questa, da non perdere) rappresentava una dinamica storica di rinnovamento della Chiesa coerente con il movimento dello Spirito. Anche p. Valdman ortodosso ritiene che “l’opera di aggiornamento, chiamata in Occidente riforma viene concepita nell’Oriente cristiano come sviluppo della Tradizione nel presente che diventa sempre passato. Non si parla di rottura ma di sviluppo, su tutti i piani: teologico, dogmatico, liturgico, canonico. Di fronte ai tanti problemi sorti a causa degli sconvolgimenti storici della fine del XIX e del XX secolo, il Santo e Grande Sinodo di Creta di quest’anno, 2016, appare come profezia”.

Tradizione, riforma, profezia possono apparire come “aree ben recintate”: certa rigidezza produce solo immobilismo e dire “parola di Dio” ancora non comprende dire la storia umana. Se Dio è fedele, a che cosa è fedele se non alla vita, alla novità, alla solidarietà? Anche Gregorio Magno diceva che le Scritture cum legente crescunt, mentre per noi, cristiani che hanno cristianizzato anche Gesù, non riescono ad essere trasformative. Lilia Sebastiani ha espresso con vigore il bisogno di riprendere la concezione universalistica che si legge nel Gesù riformatore. Non a caso Lilia è donna e, appunto, ha chiuso sottolineando l’importanza del riconoscimento che appena dato dalla Chiesa alla discepola per eccellenza, Maria di Magdala a cui il Risorto apparve per prima e che oggi viene riconosciuta “apostola” non solo perché così la riconobbe san Tommaso, ma perché la Chiesa ne riconosce la festa con lo stesso rito degli altri apostoli: un ristabilimento del messaggio come lo si legge nei Vangeli autenticamente.

Fratelli nelle diversità
Si è parlato molto anche di Islam, ovviamente. Brunetto Salvarani ricorda che le religioni sono tutte sospese fra morte e rivincita di Dio e che la sfida della pace e il tema strategico e qualificante delle scelte future. Necessario pertanto “rifare l’umano” come unica famiglia, questa sì indissolubile, perché tutta di “figli dell’unico Dio e fratelli e sorelle tra loro”. Nella sura intitolata “Il tempo” il Corano ci spiega che in fondo la verità si può abbracciare meglio insieme in una reciproca conoscenza e un comune paziente pregare. E il socio del Sae che ha buona relazione con gli immigrati di Genova racconta che uno dei suoi nuovi amici, un islamico, gli dice che “si incontrano sempre buone persone, anche se non sono musulmane”. I punti di vista parziali e i pregiudizi non sono sempre soltanto altrui.

È giusto infatti pensare anche nell’ambito delle confessioni al condizionamento che può tenerci lontani a causa delle abitudini a praticare diversamente il culto: le differenze non sono mai sostanziali, perché, secondo il Salmo 142, evocato nei Vespri ortodossi, “la luce gioiosa della santa gloria del Padre celeste, Cristo Gesù, il vero uomo ed il vero Dio, in cui tutte le cose sono state ricapitolate, il Salvatore” è lo stesso. Ma la scioltezza del rito cattolico incoraggia a qualche insofferenza nel seguire le salmodie e le ripetitività delle cerimonie ortodosse. Affascinano, come ha affascinato la cerimonia dello shabbat proposta con grande letizia dagli ebrei di Firenze. Da sempre meglio conosciuta la sintonia maggiore con luterani e valdesi metodisti, la cui “santa cena” è sempre stata celebrata nelle sessioni del Sae con grande condivisione, fin da quando la Vingiani informava – una prudenza sempre disobbedita – che il Vaticano non lo permetteva.

Una questione spinosa: la trasmissione della fede
La tavola rotonda di confronto interconfessionale ha messo in luce le specificità: “È la mia storia, è la mia fè” Claudio Paravati, direttore della rivista Confronti, cita l’inno protestante ottocentesco e colloca la “sua” storia nella storia più ampia nella quale siamo tutti diversamente iscritti, composta da un passato testimoniato e raccontato, e da un futuro da elaborare. Essere cristiani ortodossi è complicato se, come raccontava il serbo Dragoslav Trifunovic, si è cresciuti negli anni del comunismo senza educazione religiosa e non si conosceva nemmeno il Padre Nostro. Per i cattolici – sostiene il teologo Daniele Fortuna – nonostante la trasmissione della fede sia diventata “una delle questioni spinose”, di generazione in generazione a partire dalla storia di Israele, la Chiesa di Gesù perpetua e trasmette “tutto ciò che essa è e tutto ciò che essa crede” (LG 8). L’orizzonte ecumenico prospetta un desiderio unitario che l’anno prossimo, l’anno del quinto centenario della Riforma di Lutero, potrà offrire a tutti occasioni di riflessione aperta e costruttiva: anche i gruppi di lavoro hanno fornito l’impressione che la materia per andare oltre sia tanta.

Profezie e profeti
Non c’erano conclusioni da trarre, ma l’ultima parola l’hanno avuta il pastore Paolo Ricca ed Enzo Bianchi, entrambi sul tema della profezia. Per Ricca l’ecumenismo è oggi “la” profezia e ricorda che Ernesto Bonaiuti lo definiva “la terza Riforma”, che per Karl Barth restava invece “un’impossibile possibilità”: per fortuna nel Sae si vive sul confine, dove l’oggi è già domani. Enzo Bianchi deplora che non si vedano segni di autentica profezia, perché i profeti non irrompono senza pagare un prezzo. Un don Mazzolari, poiché “aveva – come disse Paolo VI – il passo più lungo del nostro… ha sofferto lui e abbiamo sofferto noi”, lascia intendere che dovremmo stare in guardia dai “falsi profeti” e mantenere il discernimento e il senso di responsabilità personale. D’altra parte “Dio non crea le cose, le offre perché si compiano” aveva detto Carlo Molari; e testimoniare la Parola secondo l’ordine battesimale è già “profetismo ecclesiale” di uomini e donne che “vedono più lontano! I profeti, si sa, sono “disarmati”, minoranze che si sentono vivere nei deserti, produttori di occasioni spesso destinate ad essere nel breve periodo perdute.

Anche l’ecumenismo, forse, è stato davvero “la” profezia moderna: pur non realizzato, è tempo che si allarghi al dialogo tra le religioni e dia spazio alla ricerca della libertà secondo le religioni e nelle religioni. Comunque, vedremo l’anno prossimo a Wittemberg (anche se resteremo in Italia). 

Giancarla Codrignani
Giornalista, socia fondatrice e membro del Consiglio direttivo di Viandanti

______
La 53°Sessione del SAE si è tenuta a Santa Maria degli Angeli (Assisi) il 24-30 luglio 2016. Il tema della sessione è stato:
“Quello che abbiamo veduto e udito noi l’annunciamo”(1Giov., 1-3)
Tradizione, Riforma e Profezia nelle Chiese

  1. Un commento a “IL SAE FA CINQUANTATRE’:
    TRADIZIONE, RIFORMA
    E PROFEZIA NELLE CHIESE”

  2. Solo un grande grazie!

    da Graziella Merlatti su set 12, 2016

Inserisci un commento


   Home | Link consigliati | Multimedia

Blog lungo la via

Il Blog

di Luigi Accattoli

Cerco solo di capire

Blog di Giancarla Codrignani

Come se non

Blog di Andrea Grillo

A sinistra da cristiani

Blog di Raniero La Valle

Il Romano Osservatore

di Marco Politi
Per la liberazione, la giustizia e la pace
Banning poverty Stopo TTIP Campagna italiana contro le mine Sbilanciamoci