14 dicembre 2016

VERSO IL NATALE.
GRANDI COSE HA FATTO IN ME
L’ONNIPOTENTE

Simonetta Giovannini 

Quando si mette in viaggio, Maria ha appena vissuto un’esperienza incredibile. Nel silenzio della sua casa, un angelo del Signore l’ha visitata per annunciarle che resterà incinta e darà alla luce “il Figlio dell’Altissimo.” “Com’è possibile?” ha risposto Maria “Non conosco uomo.” L’angelo le ha predetto cosa accadrà, e ha comparato l’evento straordinario con un altro a sua volta prodigioso benché simile a prodigi già narrati nelle Scritture d’Israele: la gravidanza della sterile Elisabetta. E Maria ha pronunciato il suo “Eccomi.” 

“In quei giorni Maria si mise in viaggio…” 
Poco dopo, in quegli stessi giorni, eccola per strada, Maria. Ne immaginiamo il profilo intento, il passo che si affretta. Va a trovare la sua parente, Elisabetta, benedetta da una gravidanza inattesa e ritenuta ormai impossibile. Sarà stanca, appesantita. Avrà bisogno di una mano. Possiamo immaginare che, oltre al desiderio di servire, un altro più profondo richiamo conduca la giovanissima ancella del Signore lungo quella strada polverosae impervia che la sta portando in Giudea. Il bisogno di avvicinare quel mistero che le sta fiorendo nelle viscere a qualcuno che possa comprendere.

Eccola, è arrivata Maria. Al suo saluto, il bambino di Elisabetta le balza nel grembo. Com’è vero che il figlio si rivela già nel seme, nel ventre della madre! Giovanni non è ancora nato e già manifesta la sua futura vocazione profetica che diventa, per bocca di Elisabetta, parole dettate dallo Spirito Santo: “A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?” Il segreto di Maria, finora avvolto nel silenzio, custodito nel cuore e nell’arca del ventre, si rivela in questo incontro così intimo, così profondamente empatico, tra le due donne incinte. Elisabetta, per il sussulto del bimbo che ha nel grembo, riconosce nella parente più giovane, Maria, la madre del suo Signore, la beata che ha creduto nelle promesse, colei attraverso la quale la lunga attesa messianica sta trovando adempimento.

Ha guardato l’umiltà della sua serva
E Maria rispose: “L’anima mia magnifica il Signore / e il mio spirito esulta in Dio, mio Salvatore, / perché ha guardato l’umiltà della sua serva.”

L’anima di Maria esulta in Dio e la sua lingua prorompe nel più bel canto di lode; canta quel linguaggio delle Scritture che, meditato sin dall’infanzia, è diventato la sua stessa voce, il suo linguaggio, Parola di Dio in lei. Ed ora quella Parola in lei si è fatta carne. Il dono che Dio ha fatto di sé a Maria gli ritorna nel suo canto di esultanza, nella sua accettazione piena e creativa, come soltanto da lei poteva tornare a Lui. Gli ritornerà nel Figlio incarnato. Gli ritorna ora arricchito dalla gioia, dalla gratitudine di Maria, dalla sua carne e dal suo sangue di donna, sorpresa da una proposta inaudita e inaspettata alla quale ha saputo credere. Perché forse questo inaudito e inaspettato era qualcosa che il suo essere presagiva, qualcosa che senza saperlo attendeva da sempre: così come accade quando l’inatteso dell’amore, della bellezza, del dolore, della verità ci raggiunge per rivelarci a noi stessi, per dirci con voce chiara il nostro destino. E quindi sì, l’anima può magnificare il Signore che ha chinato il suo sguardo verso l’umiltà di una ragazza semplice e unica, fino ad ora vissuta nel silenzio, e che nell’umiltà di un’esistenza apparentemente anonima e comune, dedicata al servizio, vivrà per il resto della sua vita. Mentre Dio, suo Salvatore, l’ha resa Madre per sempre, Madre del suo Figlio e Madre degli uomini che lungo le varie e spesso impervie e polverose strade della vita cercano, per lo più senza saperlo, la Bella Notizia dell’amore incondizionato. 

La sua misericordia si stende di generazione in generazione
Ecco che Maria pronuncia una profezia su se stessa, che diviene profezia e compito per la Chiesa di tutti i tempi. “La Chiesa non ha inventato nulla di nuovo quando ha cominciato a magnificare Maria: non è precipitata dalle altezze dell’adorazione dell’unico Dio giù nella lode di un essere umano. Essa fa ciò che deve fare e di cui è stata incaricata fin dall’inizio.” (Benedetto XVI)

Se la Chiesa non venera Maria, non onora neppure Dio nel modo che gli si addice. Perché Dio si manifesta nella creazione, Dio ci si rivela nella storia, che è storia di donne e di uomini; nei volti, di donne e di uomini nei quali la Sua luce può risplendere per noi e farsi buona notizia; luce che noi siamo chiamati a non spegnere, a cercare, a far risplendere negli altri. In ogni altro. Nel volto e nella carne di Maria Dio si rivela in modo particolare, si rivela in lei il femminile e il materno di Dio, l’empatia di Dio, la sua capacità di farsi utero, viscere, accoglienza, misericordia. Misericordia e viscere hanno in ebraico la stessa radice. E così, nel farci viscere gli uni per gli altri, nel partorirci a vicenda attraverso il dialogo, la prossimità, l’aiuto reciproco, la cura, si costruisce un mondo umano, una storia umana della quale, anche nei momenti più oscuri, possiamo sentirci parte nella speranza, nella fede e nell’amore.

Sentire che l’Onnipotente ha fatto grandi cose per noi e continua a farle, anche per nostro tramite se sappiamo farci viscere e misericordia, pur con tutta la difficoltà del caso e pur con tutte le incognite e la disperazione che l’oscurità perdurante nei nostri cuori e nella storia produce. L’esultanza di Maria, la sua gioia, “È quella vera gioia, che nella sofferenza non viene distrutta, ma soltanto portata a maturità. Soltanto la gioia che resiste alla sofferenza, ed è più forte della sofferenza, è la vera gioia” (Benedetto XVI). Quello che in Maria e con Maria possiamo credere è che la misericordia di Dio continua a stendersi di generazione in generazione su quelli che lo temono. E che la sua Parola misericordiosa, la Parola dell’amore incarnato e crocefisso, è una luce capace di vincere le tenebre del non senso e della violenza.

Ha rovesciato i potenti dai troni, ha ricolmato di beni gli affamati
Un grande padre della Chiesa, Giustino, ha parlato e scritto del Logos spermatikòs, cioè dei semi del Verbo, le tracce di Cristo che erano già presenti, come segnali e presagi, non soltanto nell’attesa messianica e nelle esperienze profetiche del Primo Testamento ma anche nella ricerca del bene e della verità presente nella cultura pagana: perché lungo tutta la storia dell’umanità si stende la misericordia di Dio, che è un altro modo per chiamare la storia della salvezza che ha il suo centro e il suo cuore e la sua chiave di lettura in Gesù Cristo.

Forse possiamo osare di pensare che nel mondo pagano e precristiano ci fosse anche una Maria spermatikè, i semi e le tracce di quel femminile divino che nell’umanità di Maria, prima discepola, si rivela in modo particolare ma che tutte/tutti siamo chiamate/i a far trasparire nella nostra vita. E così nelle grandi figure femminili dell’Antico Testamento, da Eva a Giuditta a Ester per citarne solo alcune, così come nelle figure simboliche del femminile delle antiche civiltà pagane (le dee lunari e sotterranee della fertilità, mediatrici tra il mondo infero che richiama le viscere, il mondo terreno e quello celeste, divinità matriarcali i cui attributi l’iconografia cristiana ha trasferito su Maria) possiamo individuare delle tracce che ci aiutano a riscoprire alcuni aspetti di Maria spesso dimenticati dalla spiritualità mariana prevalente. Questa spiritualità esalta Maria facendone un essere quasi ultraterreno ma in fondo la riduce a un’immagine disincarnata, dolciastra ed esangue.

Il Dio di cui Maria è l’ancella non è esangue: l’azione del suo braccio è rivoluzionaria, come ci dicono questi versetti del Magnificat. La sua misericordia si manifesta anche come giustizia, tempesta che disperde i superbi e i loro piani e progetti manipolatori, potenza tellurica che scuote e fa crollare i troni dei potenti e innalza gli umili, come novità che rovescia i parametri del mondo colmando i poveri e lasciando a mani vuote i ricchi. Non è quello che vediamo nella storia ordinaria in cui spesso sembrano vincenti per l’appunto i superbi, i prepotenti, i potenti, i ricchi con la loro violenza prevaricante e distruttiva.

Anche la vita schiva e umile di Maria dovette fare i conti con la violenza della storia, come ci narrano i Vangeli. Quella vita semplice e all’apparenza anonima fu invece, nella sua verità lungamente appartata e nascosta, una vita del tutto anticonvenzionale, radicalmente strappata ai parametri del conformismo; una vita che i Vangeli ci presentano così (anche se forse non tutto quello che narrano è storicamente vero o si è svolto proprio nei termini di quelle narrazioni): come una vita che conobbe il rischio della lapidazione (tale il destino di chi restava incinta fuori dal matrimonio), la persecuzione e la fuga verso un paese straniero, la sofferenza di assistere al supplizio e alla morte del figlio.

Ma se il mondo va avanti e continua ad esistere nonostante la presenza del male che nasce dai cuori induriti degli uomini, è perché il Regno dei cieli continua a venirci incontro, fragile come quel bimbo nella grotta di Betlemme, per essere da noi accolto e fatto fiorire nella logica del Magnificat, che è la stessa delle Beatitudini: quella logica per cui i poveri possiedono il Regno, i miti ereditano la terra, gli affamati di giustizia sono saziati, i puri di cuore vedono Dio, i misericordiosi ottengono misericordia. 

Ha soccorso Israele, suo servo
L’attesa è stata premiata, le promesse fatte ad Abramo e ai padri si sono compiute, Israele è stato soccorso e in Israele l’umanità tutta e l’intera creazione. Non con l’avvento di un Messia supereroe, di un giustiziere potente e guerriero, capace di raddrizzare i torti con un gesto eclatante e a sua volta violento. Dio ha soccorso Israele offrendo se stesso all’umanità, nel suo unico Figlio che ora nasce per noi da quella ragazza nient’affatto speciale agli occhi del mondo, ma inestimabilmente preziosa agli occhi di Dio. La risposta al male e all’odio presenti nel mondo stanno proprio nel credere, nel sentire che Dio ci considera – e considera ognuno ­inestimabile e prezioso ai suoi occhi. L’amore non ha nulla a che fare con la degnità. L’amore riconosce l’unicità, la novità imperdibile di ognuno. L’amore è dono gratuito e indifeso. E cosa è più indifeso di quel bambino nato nella precarietà, alla periferia del mondo? Di quel bambino che si affida a noi, a noi che siamo feriti e cattivi, spesso smarriti, perduti nelle nebbie del disamore, prigionieri delle nostre pene e delle ambizioni del nostro ego, tanto spesso incapaci di comprensione e di cura, quando non malvagi e perversi e corrotti? Eppure in quel bambino è presente in germoglio il compimento di tutta la creazione e della storia, la ricapitolazione di tutte le cose nell’amore insondabile di un Dio che ha voluto farsi uomo, partecipare alla nostra sorte, divenire in Maria sangue del nostro sangue e carne della nostra carne perché anche noi potessimo essere partecipi di un’intimità con lui altrimenti impensabile. Questo amore siamo chiamati a incarnare nella nostra vita abbandonando le nostre maschere, divenendo sempre più noi stessi, aprendoci alla vocazione alla quale il Signore ci chiama, aiutandolo ad aiutarci e ad aiutare. Perché Dio non vuole fare niente senza di noi, senza il contributo della nostra libertà e di quel poco o tanto di amore e verità di cui siamo capaci.

Simonetta Giovannini
Membro della Comunità del Cenacolo di Merano, che aderisce alla Rete dei Viandanti 

  1. 4 Commenti a “VERSO IL NATALE.
    GRANDI COSE HA FATTO IN ME
    L’ONNIPOTENTE

  2. Immagino una risposta di Giovanni il Battista: “Dite a Salomè che io l’amo, le voglio bene, di un bene che lei non riesce nemmeno a immaginare. Un bene profetico. Lei sa solo l’amore che arde di attrazione e gelosia, ma non è questo il bene più profondo che ho per lei. Dite a Salomé che Dio l’ama di un amore che lei non può immaginare ma che forse attende da sempre. Ditele che Dio la vuole, la pretende. Ditele di mollare quel maledetto ramo dell’orgoglio, della presunzione che la imprigiona. Ditele che Dio l’aspetta. Da sempre.”

    da Simonetta Giovannini su dic 21, 2016

  3. Mi permetto di continuare a ritenere che l’annuncio fatto dall’angelo a Maria forse un tantino eccezionale lo fosse, anche quando si volesse prescindere dalla fede nel concepimento verginale e anche tenendo conto delle attese messianiche (che non erano del giorno prima). Non capisco perché lo si debba banalizzare e mi sfugge cosa c’entri Salomé. Il Magnificat della Merini l’avevo letto molti anni fa, andrò a rileggerlo. Della mostra sapevo, forse ci andrò. Grazie

    da Simonetta Giovannini su dic 20, 2016

  4. Condivido la preoccupazione “Maria spesso dimenticati dalla spiritualità mariana prevalente. Questa spiritualità esalta Maria facendone un essere quasi ultraterreno ma in fondo la riduce a un’immagine disincarnata, dolciastra ed esangue”. Maria una ragazza che nelle chiese viene ripetutamente definita vergine, mentre il termine reale è giovane!!
    Una giovane che da sempre era preparata, come le sue coetanee ebree, alla speranza di un Messia. Quindi, l’annuncio non è così stratosferico come sempre nelle omelie di questo periodo viene enunciato. Le giovani venivano, si può ritenere legittimamente a poter essere madri di un Messia… a questo punto consiglierei sia la lettura del Magnificat di Alda Merini, sia la mostra a Mestre “Giuditta eroismo e seduzione”, come alcune rappresentazione di una Salomè sconvolta dalla gelosia. Per dire i sentimenti umani si intrecciano con varie sfumature nella vita di tutti noi. Probabilmente anche in Maria. Come le ombre… ambiguità ci accompagna…

    da mariateresa martini su dic 19, 2016

  5. GRAZIE, Simonetta

    da Francesco Zanchini su dic 18, 2016

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