Fulvio De Giorgi
Vorrei dare voce ad uno stato d’animo, sorto, prima, in riferimento ai dibattiti suscitati dal centenario del Concilio di Nicea (325-2025) e, poi, agli sviluppi culturali della vita ecclesiale: quasi un inconscio senso di smarrimento da portare a consapevolezza per elaborarlo. Voglio dire che, in quello che il neodottore della Chiesa John H. Newman chiamava «sviluppo della dottrina cristiana» (o sviluppo del dogma), avverto un grave deficit: ci siamo persi per strada e siamo forse bloccati in un vicolo cieco. Non si intravede la via per lo sviluppo.
Formulo perciò, a bassa voce, alcune osservazioni, non più di rapidi appunti, che credo possano esprimere, in nuce, una prospettiva rinnovata di ricerca.
Uno sguardo di lungo periodo
Com’è noto, in un’ottica parmenidea, la verità della realtà, come non-nascondimento, come disvelamento, come evidenza manifesta, è detta aletheia: ed è contrapposta all’opinione, che può essere fallace e ingannevole, è soggettiva ed è detta doxa. Tanto l’una quanto l’altra non sono solo concetti, ma esperienze vive. Sempre nel pensiero greco, doxa, in quanto conoscenza incerta, è stata intesa anche come opposta a episteme, cioè alla conoscenza scientifica. Platone considerava la fede (pistis) come una forma di opinione. In contesto socratico, peraltro, si valorizzava la homologhia come convergenza di varie opinioni sulla base di una relazione dialogica multipla.
La Bibbia greca ha mantenuto la polarità tra verità e opinione. Ma – come ha osservato Mancini[1] nel Frammento su Dio – nel Nuovo Testamento c’è stato un rovesciamento semantico: doxa viene a significare splendore, maestà, gloria di Dio, luce potente percepita e che illumina, anche come gloria di Cristo crocifisso e risorto. Da qui, la lode del cristiano che glorifica Dio è detta dossologia.
E, dunque, la retta dottrina, per i cristiani, è orto–doxa, orto-dossia, cioè retta opinione. E a tale opinione retta (ma sempre opinione) si collega anche il termine dogma.
Cercherò di riflettere sulla questione del dogma in un pleroma dossologico, cioè con un’intenzionalità di dossologia. Ma prima vorrei dare un’idea del problema dal quale nasce l’attuale stato d’animo e che porta all’esigenza di una “seconda navigazione”, più faticosa, perché non possiamo più disporre delle vele spiegate, proprie del regime di Cristianità.
Indico, dunque, il problema con quattro citazioni da quattro autori molto diversi, ma tutti e quattro molto noti. Hanno tutti il merito di osservare la storia “da lontano e sul lungo periodo”. Ricostruzioni minute e filologicamente accurate sono ovviamente necessarie. Ma l’ottica troppo ravvicinata può far sfuggire il senso storico complessivo. La storiografia è miniatura, ma è anche affresco. E solo l’affresco ci ridà una larga visione d’insieme e il “senso” generale: e ciò ci fa intravedere il problema, che invece ad un’analisi al microscopio, pur meritoria, perché essenziale (come quelle che hanno ricostruito le posizioni in riferimento al concilio di Nicea), può risultare tuttavia “invisibile” o comunque molto sfocato.
L’amore qui e ora
La prima voce è quella di un classico della filosofia contemporanea, Alfred North Whitehead, importante filosofo matematico, che ha collaborato con Bertrand Russell ed è stato anche un teorico del relazionismo. Egli, in una sua opera addirittura del 1927-28, pubblicata nel 1929, Il Processo e la realtà, scriveva:
Quando il mondo occidentale accettò il cristianesimo Cesare dominava, e il testo accreditato della teologia occidentale fu edito dai suoi Giuristi. Il Codice di Giustiniano e la sua teologia sono due volumi che esprimono un unico movimento dello spirito umano. […]
[…] l’idolatria più profonda di modellare Dio a immagine dei reggitori Imperiali dell’Egitto, della Persia e di Roma fu mantenuta. La Chiesa diede a Dio gli attributi che appartenevano esclusivamente a Cesare.
Nel grande periodo formativo della filosofia teistica […] dopo uno sviluppo continuo coevo alla civilizzazione, tre linee di pensiero emergono che, in mezzo a molte variazioni nei particolari, modellano rispettivamente Dio (1) a immagine di un reggitore Imperiale, (2) di una personificazione dell’energia morale, (3) di un principio filosofico ultimo. […]
C’è però, nel cristianesimo originario del Galileo, anche un altro suggerimento, che non si adatta molto bene a nessuna delle tre maggiori linee di pensiero. Esso non mette l’accento sul Cesare reggitore, o sul moralista spietato, o sul motore immobile. Ma si occupa degli elementi più teneri del mondo, che lentamente e silenziosamente operano per amore; e trova il proprio fine nell’immediatezza presente di un regno non di questo mondo. L’amore non governa, e non è immobile; inoltre dimentica un po’ la morale. Esso non guarda al futuro, perché trova il proprio premio nel presente immediato.[2]
La Chiesa vive di Vangelo e non di diritto romano
La seconda voce è quella di un grande teologo, Marie-Dominique Chenu, tra gli ispiratori della riforma conciliare e che, appunto, all’avvio del Vaticano II, sviluppò la notissima analisi sulla fine dell’era costantiniana.
Molti aspetti di tale analisi andrebbero richiamati e sviluppati, perché erano appena accennati da Chenu. Ma mi limito ad uno soltanto, relativo alle conseguenze politiche e culturali, anzi politico-culturali, dell’accordo tra Costantino e la Chiesa:
L’unità di fede, trionfo della Chiesa, diventa principio di coesione per l’Impero, mentre gli scismi e le eresie rischiano di dividerlo. […] Il rovescio della medaglia è dato dalla persecuzione politica degli eretici da parte di uno Stato divenuto il “braccio secolare” della Chiesa.[3]
Il sacro è profanizzato, se così si può dire.[4]
In primo luogo l’assimilazione del diritto romano, conseguenza normale delle decisioni imperiali. […] È un inserimento, a volte fino al compromesso, delle prospettive evangeliche in un sistema non cristiano; ma anche, contemporaneamente la penetrazione del diritto classico da parte del sentimento cristiano […]
[…] la storia attesta i vantaggi e il prezzo di questa concezione.
Seconda conseguenza culturale: il primato della ragione sulle altre forme della vita dello spirito. La verità del logos, la solida oggettività del concetto, le certezze della scienza che scopre le origini e le ragioni delle cose, la razionalizzazione della vita e della stessa virtù, restano l’eredità benefica dell’Occidente greco-romano.
La Chiesa ha tratto un grande vantaggio da tutto questo, anche e soprattutto per quanto concerne l’espressione dogmatica della sua fede. […] Ma anche i suoi intellettuali non hanno sempre saputo rimanere sensibili al clima del mistero; e, in una scadente scolastica di cui siamo ancora infetti, hanno ceduto alle più povere astrazioni del metodo razionale, perfino nei catechismi elementari. [5]
Eccone enunciati gli elementi principali […]
In primo luogo l’inclinazione a definire l’uomo in base alla sua natura, facendo astrazione non soltanto dagli individui, ma anche dalle diverse condizioni […]
Poi, al polo opposto, vi è la nozione non meno idealistica della persona. La stessa parola ha una storia significativa, fin dalla lingua costantiniana, quella dei giuristi e dei filosofi e ben presto dei teologi. […]
Infine, a dirigere queste speculazioni e queste opzioni con un’azione sotterranea, vi è il dualismo della materia e dello spirito, […] non completamente in accordo con l’antropologia biblica […].[6]
[Ma] la Chiesa “vive” di Vangelo, non di diritto romano e nemmeno di filosofia aristotelica o di cultura liberale.[7]
Voler definire una volta per tutte
Venendo al XXI secolo, la terza voce è quella di un grande intellettuale, docente di Giudaismo e che si definiva un fariseo cristiano, Paolo De Benedetti, il quale, in un suo libro del 2014, osservava:
Come non c’è un solo Gesù nel Nuovo Testamento, non c’è un solo Cristo, non c’è una sola cristologia. […] Ci sono diverse cristologie. Il guaio è che la grande Chiesa, che aveva un nutrimento filosofico di tipo greco, ha sentito il bisogno, nei Concili di Nicea, Efeso e Calcedonia, di definire una volta per tutte (perché l’ossessione della Chiesa è di definire sempre una volta per tutte) cose su Gesù Cristo che si continuano a ripetere senza rendersi conto che le parole che diciamo non hanno assolutamente più il significato che avevano allora, e sono definizioni che oggi ostacolano questa riflessione. […][8]
[…] queste cristologie, che sono state costruite dal II al VI secolo e poi ancora successivamente elaborate, non devono essere, non solo aggiornate, ma pure sostituite? […] Le Chiese continuano a ripetere un Credo di cui Neusner dice che per Gesù andavano bene le prime quattro righe e le ultime due, ma non quelle di mezzo. E che quando un cristiano lo dice, non sa quello che dice. Pensate solo alla parola sostanza; quanti significati ha oggi la parola sostanza, si va dalla chimica, alla fisica, alla cucina, alla patologia, a tante altre cose.[9]
Cambiare il modo di dire Dio
Infine, la quarta voce è quella di una scrittrice e pubblicista molto vivace e provocatoria, purtroppo prematuramente scomparsa, Michela Murgia, che in una sua opera del 2022, rifletteva sui processi storici di lungo periodo:
Per trecento anni la religione cristiana ha avuto come principale obiettivo quello di sopravvivere e far sopravvivere chi vi aderiva. Era scontato e anche consolatorio all’epoca immaginare che Dio stesso fosse un oppresso, come la comunità dei credenti che vi si identificava. Non stupisce che la fase in cui il cristianesimo si proponeva come culto dei più umili […] coincidesse di fatto con quella della persecuzione e delle catacombe. […]
Ci vollero decenni perché le cose cambiassero e la nuova religione perdesse lo statuto di stranezza e sovversione che nei primi secoli le aveva fatto puntare addosso il dito della diffidenza sociale. Quando avvenne, si modificarono pure le sue esigenze di rappresentazione, ma si dovettero aspettare le aperture imperiali di Costantino e Teodosio perché chi credeva in Gesù raccontasse, a sé e agli altri, Dio in maniera meno marginale.[10]
L’evidenza storica è che da Costantino in poi, cioè nel passare da fede dei diseredati a religione di tutti, il cristianesimo non ha più potuto negare ai potenti la pretesa di rappresentarsi in Dio. Il tema attuale è come sia possibile che quella rappresentazione, nel frattempo diventata canone, ancora pretenda di durare, sebbene non esista più il problema di sopravvivenza che al principio poteva giustificare il compromesso etico. Se i tempi sono cambiati, perché non cambiano anche gli strumenti per raccontare Dio?[11]
Sono quattro voci, diversamente cristiane, che convergono nel segnalare, abbastanza nitidamente, il problema, proprio perché assumono uno sguardo storico lungo e di ampio orizzonte.
Abbiamo un problema. Un problema formidabile. E ci siamo forse persi per strada.
Per trattare adeguatamente il nostro problema ci vorrebbe un grande Concilio di tutti i cristiani: diciamo un secondo concilio di Gerusalemme.
Fulvio De Giorgi
Docente di Storia dell’Educazione all’Università di Modena e Reggio Emilia.
Membro del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti.
[Parte prima]
– – – Note – – – – – – –
[1] Cfr. I. Mancini, Frammento su Dio, Morcelliana, Brescia 2000.
[2] A.N. Whitehead, Process and Reality: An Essay in Cosmology, Macmillan, 1929; tr. it. della prima edizione Il processo e la realtà. Saggio di cosmologia, Il Saggiatore, Milano 1965, pp. 648-649.
[3] M.-D. Chenu – M. Pesce, La fine dell’era costantiniana, Morcelliana, Brescia 2013, p. 15.
[4] Ibid., p. 17.
[5] Ibid., pp. 19-21.
[6] Ibid., pp. 22-23.
[7] Ibid., pp. 27-28.
[8] P. De Benedetti, Quale Gesù? Una prospettiva marrana, Morcelliana, Brescia 2014, p. 38.
[9] Ibid., p. 40.
[10] M. Murgia, God save the Queer. Catechismo femminista, Einaudi, Torino 2022, pp. 56-57.
[11] Ibid., pp. 61-62.
[Pubblicato il 27.9.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: www.vaticannews.va]