Giuseppe Florio
C’è un detto popolare che tutti conoscono: Natale con i tuoi. Pasqua con chi vuoi.
No, non è più così in questa nostra società profondamente secolarizzata. Quando arriva il Triduo il cristiano ‘si ferma’, non va in vacanza e, se possibile, neppure al lavoro. Per dedicarsi ad una profonda contemplazione. In comunione con tutta la Chiesa e in particolare con tutte le vittime innocenti… innocenti come Gesù di Nazareth.
Vediamo tre punti che sono l’anima del ‘mistero pasquale’ e quindi della nostra fede e della nostra vita.
Possiamo iniziare con il Sabato santo notte, quando l’assemblea proclama e confessa che quel Gesù crocifisso è risorto e rinnova il battesimo.
Nella liturgia di quella notte leggiamo sempre alcuni versetti decisivi che Paolo ha scritto nella lettera ai Romani, al cap. 6. Consideriamo con grande attenzione il versetto 5: “Se infatti siamo stati innestati a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua resurrezione”.
Un’intuizione geniale. È qui il senso del battesimo. Il battezzato è chiamato a vivere in simbiosi con il Cristo. Inserito in lui. Imparerà a saper morire e a vivere come Gesù ci ha trasmesso. E se siamo una vite ‘selvatica’, da innestati, riusciremo a produrre uva buona!
Ecco perché non siamo prima di tutto la ‘religione’ del peccato, ma della grazia. Alla nostra umanità, per quanto condizionata dalla fragilità e dal ‘peccato’ ci è stata donata la grazia di vivere un rapporto esistenziale e insostituibile con la sua morte e la sua resurrezione. “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20). Per questo confessiamo il Cristo come il nostro unico e insostituibile Signore.
Il rapporto battesimo/peccato originale non è di Paolo, ma di Agostino e in questi decenni quella teologia è stata rivista. Come cristiani non abbiamo a che fare prima di tutto con una ‘dottrina’, ma con il Cristo che “mi ha amato e ha consegnato se stesso per me” (Gal 2,20). Possiamo vivere come lui e donare la nostra vita come lui. Una vitalità nuova.
E ora concentriamoci sul Venerdì santo. È il giorno della grande ‘kenosis’, dello svuotamento.
Nella liturgia sono previste letture molto significative e, in particolare, proclamiamo la narrazione della Passione che è presente nei quattro vangeli. Siamo forse abituati a sentirla proclamare, ma due mila anni fa non era così. Nessuno avrebbe scritto qualcosa su un crocifisso! Era impensabile! Invece, a Gerusalemme, i primi cristiani, hanno ritenuto che lo scandalo subito da Gesù, non poteva essere dimenticato. Se Gesù era risorto, la sua umiliante crocifissione poteva magari entrare nel dimenticatoio. No, la sua morte rappresentava proprio tutti i giusti sacrificati e abbandonati da Dio e dagli uomini. Siamo chiamati a essere il popolo che prima di tutto guarda alle vittime del nostro mondo.
E poi, confessiamo che siamo stati tutti redenti. Gratuitamente. Siamo riconciliati con il Padre che è agape-amore assoluto. Il suo vero volto si è rivelato una volta per sempre in quel crocifisso. Ecco perché andiamo a fare l’adorazione della croce. Un gesto inimmaginabile, che solo un cristiano convinto può fare. Non siamo chiamati a celebrare il Dio della gloria!
Dal Venerdì santo nasce una ‘spiritualità’ della croce. A tutti può capitare di dover far fronte a situazioni dolorose e inaccettabili. Che fare se siamo in fondo a un ‘pozzo’? andiamo avanti per dovere? o nella disperazione? No potremo assumere la realtà per amore, cioè in comunione con Lui. È stato questo il percorso dei martiri che in questo giorno celebriamo.
Ora capiamo perché Paolo, scrivendo ai Corinti, afferma che siamo di fronte ad uno ‘scandalo’, sia per la razionalità che per la ‘religione’. Nella vicenda di Gesù di Nazareth Dio ha percorso una via inimmaginabile e impensabile, una via dove nessuno sarebbe andato a cercarlo. Nel Cristianesimo non può esistere nessuna tecnica di convincimento. Ci vuole lo Spirito per entrare nel ‘mistero’.
E ora terminiamo con il Giovedì santo. È il giorno in cui al cristiano si rammenta che è chiamato a essere ‘servo’ e a vivere l’amore gratuito, l’agape. Gesù lava i piedi ai discepoli. Nessun ‘maestro’ faceva una cosa simile! Ecco dove ci porta il cammino concreto della Kenosis. Per essere servi, per vivere l’amore gratuito, dobbiamo saperci ‘svuotare’.
L’agape può essere vera solo nell’umiltà. Anche qui ci vuole lo Spirito, da soli non ce la facciamo. La fede non ha fine a se stessa. La nostra fede si ‘vede’ se sappiamo amare gratuitamente, oltre tutte le logiche di questo mondo.
Ecco in parole semplici il ‘mistero pasquale’ che è l’anima e il volto del cristiano.
Il nostro teologo, Karl Rahner, nel 1966, pochi mesi dopo il Concilio ha scritto: “Il cristiano di domani, o sarà un ‘mistico’, uno che ha ‘sperimentato’ qualcosa, o non sarà tale”.
Giuseppe Florio
Teologo-biblista
abramo1942@gmail.com
[Pubblicato il 26.3.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: vaticannews.va]