Andrea Grillo
Certamente la liturgia non è stata una priorità del Sinodo sulla sinodalità. Forse proprio a causa del fatto che in campo liturgico la riforma è stata acquisita già da 50 anni, il tema non è apparso tra i più discussi, anche se avrebbe potuto ispirare efficacemente più di un tema.
Ciononostante, della liturgia si è parlato molto, appena è stato eletto Robert Prevost, col nome di papa Leone XIV. Alcuni piccoli “segni”, largamente fraintesi, hanno lasciato intendere a qualcuno che vi fosse lo spazio per riconsiderare la gestione magisteriale della liturgia, quasi come una nuova occasione per mettere in campo il progetto, lungamente accarezzato, soprattutto da alcuni settori della curia romana, di ritorno al permesso di usare con generosa tolleranza la liturgia preconciliare.
Le richieste di aperture “misericordiose”
Fin dai primi mesi del pontificato, alcuni settori si sono mossi in due direzioni: da una parte, con una campagna di stampa che screditava le radici di Traditionis custodes (TC), come se si fosse trattato di un colpo di mano imposto da Francesco e privo di consenso ecclesiale; si tratta di una menzogna che è stata dipinta come verità; dall’altra parte, facendo pressione sul nuovo papa perché prima a ottobre e poi a giugno, la liturgia diventasse argomento di confronto tra cardinali, in vista di un desiderato (ma da chi?) ripensamento.
A questo disegno si sono unite anche voci non di secondo piano (ad es. il Card. Bagnasco, l’Abate di Solesmes, Enzo Bianchi) tutti più o meno concordi nel chiedere “aperture” verso le comunità che fanno uso del rito tridentino, magari invocando anche papa Francesco a sostegno di questa contraddizione con lui.
Questi interventi si sono fatti forti di un argomento “misericordioso” (in realtà falsamente misericordioso), dimenticando totalmente le ragioni che hanno portato, nel periodo dal 2007 al 2021, a maturare un giudizio non positivo sulla iniziativa voluta da papa Benedetto XVI, che, come disse già nel 2007 Camillo Ruini, pur volendo portare la pace avrebbe potuto essere causa di maggiore divisione.
La questione è il modello di Chiesa
In effetti, la domanda di “rito tridentino” non può essere trattata soltanto come un “fatto sociale”. Vi è, in quella domanda, un risentimento ecclesiale e un accecamento teologico che in nessun modo può essere ridotto, minimizzato o addomesticato.
Nel dibattito che negli ultimi mesi è stato alimentato da diverse prese di posizione, è emerso con chiarezza il rischio per cui la strategia di sottovalutare il dato convenga a chi ragiona anzitutto in termini di “numeri” e di “vocazioni”.
Se i monasteri che praticano la liturgia tridentina sono ricchi di vocazioni, sarebbe questo l’unico criterio per “perdonarli”? Se i seminari tradizionalisti richiamano più giovani, siamo sicuri che questo sia un bene per la chiesa? Avere preti a qualsiasi costo è cosa buona? Il fatto che portino persone disponibili e sostanze finanziarie non esigue permette di chiudere un occhio (o anche due) proprio sulla forma rituale? Non vi è qui un pericoloso punto cieco del discernimento che la tradizione ci impone?
In realtà in gioco vi è l’autenticità ecclesiale delle comunità, monastiche, parrocchiali, diocesane. Su questo piano è evidente che non si può sottovalutare il fatto, – che Francesco ha fotografato perfettamente nel 2022 in Desiderio Desideravi –, per cui la domanda di rito tridentino è un problema non solo di forma rituale, ma di forma ecclesiale, di forma spirituale, di fondamento teologico, di giudizio antropologico, di equilibrio psicologico.
Ecco allora la tensione che su papa Leone si è concentrata, in modo quasi parossistico: ancora si fa pressione su di lui, quasi ogni giorno, perché sia accogliente, perché sia misericordioso e consenta ciò che il predecessore ha lucidamente frenato.
Alcuni snodi fondamentali
La questione esige quindi una nuova lucidità, che il dibattito recente ha avuto il merito di chiarificare. Direi che i passaggi fondamentali possono essere concentrati in cinque punti:
a) La riforma liturgica ha subìto fin dagli anni 70 una dura resistenza in alcuni ambienti ecclesiali, anche della curia romana. Ostacolare la nuova liturgia significava bloccare il Concilio. Per questo il momento di massima contestazione vi è stato tra il 2007 e il 2021, quando si è creata la surreale condizione di una chiesa cattolica romana in cui vigevano, in parallelo, due forme rituali tra loro non coerenti.
b) Papa Francesco, nel 2021, ha superato questa condizione di sofferenza ecclesiale, ristabilendo il principio che tutta la tradizione aveva usato fino al 2007: il rito romano ha una sola forma vigente, che di volta in volta cambia nella storia, ma non può darsi la vigenza contemporanea tra forme tra loro non concordi. Non può essere vigente un ordo che pone una festa in un giorno, e un altro ordo, che pone la stessa festa in un giorno diverso.
c) Il bisogno di riconciliazione ecclesiale, di fronte alla lacerazione che ha portato questa vigenza parallela, deve dare una forma di attuazione di TC che offra a tutti un riconoscimento effettivo. Tale riconoscimento non può avvenire con “due forme rituali della medesima tradizione”, ma mediante un “uso differenziato del medesimo rituale”.
d) I rituali approvati dopo il Concilio Vaticano II possono essere celebrati in diverse lingue (compreso il latino) e hanno formulari differenziati (per le preghiere eucaristiche, per le sequenze rituali, per la scelta delle letture). Questo permette a tutti, secondo le loro diverse sensibilità, di poter attingere allo stesso “Ordo” in modo selettivo ed elettivo. In fondo ad ogni comunità è chiesto di costruire la propria celebrazione, mediante scelte di testi e di sequenze differenti, traendole dal medesimo libro comune, che assicura la comunione.
e) Una parola autorevole che possa interpretare in questa direzione la tensione che si è accumulata negli ultimi 20 anni intorno alla esperienza liturgica, potrebbe chiedere a tutti, ai più innovatori, come ai più conservatori, di qualificare le proprie scelte nella cura con cui promuovono la partecipazione del popolo ai riti e alle preghiere, con cui favoriscono l’ars celebrandi mediante i linguaggi verbali e non verbali, pur con le diverse sensibilità che li caratterizza.
Un uso differenziato dello stesso Libro rituale
Le due soglie che attendono la Chiesa cattolica tra fine giugno e inizi di luglio appaiono significative: un confronto articolato tra i cardinali e il papa, insieme alla provocazione di “ordinazioni illegittime” da parte della FSSPX, portano al pettine il medesimo nodo. La liturgia non è una cornice cerimoniale di una identità dottrinale, ma è la forma più elementare con cui la Chiesa sperimenta il mistero della salvezza che ha ricevuto e che annuncia a tutti.
L’uso strumentale di un “altro rituale”, che il Concilio ha esplicitamente chiesto di modificare, porta inevitabilmente allo scontro. I lefebvriani sono, in questo caso, un segno dei tempi: non accettando l’unico rito comune, calpestano ogni comunione. La riconciliazione può passare solo attraverso l’esperienza comune, anche se differenziata, del medesimo e unico libro rituale.
Non due libri in uno solo, secondo la proposta tipografica dell’Abate Kemlin, ma due usi selettivi ed elettivi dell’unico libro. Quando avremo recuperato questa “unicità della lex orandi”, nella concretezza del libro comune, potremo riconoscere facilmente che la questione centrale, di fronte alla riforma liturgica, non è solo la pace con cui accediamo tra noi agli stessi testi e gesti, ma la sana inquietudine e la ardente conversione di cui quei testi e quei gesti sono ancora capaci di mediare la esperienza.
Con questo patrimonio comune, potremo sopportare di usare diversamente lo stesso libro rituale, che contiene in sé le differenze, senza permettere che vengano polarizzate, da noi o da altri. Scopriremo così che la riforma liturgica ci ha consegnato tra le mani lo strumento più efficace di depolarizzazione e di pacificazione: purché sappiamo usarlo come una lampada e come una risorsa, non come un martello o come una condanna.
Andrea Grillo
Professore Ordinario di Teologia Sacramentaria presso la Facoltà Teologica del Pontificio Ateneo S. Anselmo. Membro del Gruppo di Riflessione e proposta dell’Associazione Viandanti.
[Pubblicato il 22.6.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: lafedelta.it]