Agostino Massi
La visita dell’arcivescova Sarah Mullally alla tomba di Pietro e al papa non è soltanto un gesto liturgico, né un episodio di cortesia diplomatica. È un atto che incide nella trama profonda del mondo, dove il religioso e il politico non sono mai davvero separati, ma si specchiano l’uno nell’altro come due facce della stessa sovranità simbolica.
Un incontro che parla alla storia
Perché quando una Primate anglicana si presenta davanti alle spoglie mortali dell’Apostolo e al vescovo di Roma, non si muove solo una persona: si muove una storia. Si muove un’eredità di scismi e riconciliazioni mancate, di imperi dissolti, di nuove geografie spirituali e l’idea stessa di cristianesimo come forza evangelica che attraversa i secoli.
In un mondo dove la geopolitica sembra dominata da algoritmi, pipelines e arsenali, un gesto come questo ricorda che il potere non è fatto solo di acciaio e di mercati, ma anche di simboli che resistono al tempo. E che le grandi trasformazioni globali spesso iniziano in silenzio, in luoghi dove la storia sembra dormire: una cripta, una basilica, un incontro che non fa rumore ma sposta assi.
E tuttavia, ciò che accade sul piano geopolitico non esaurisce il significato di questo incontro. Perché ogni gesto che tocca Pietro non parla solo alla storia, ma al mistero. Dietro la diplomazia, c’è una grammatica più antica: quella della fede che interroga, riconcilia, converte. È qui che la visita dell’arcivescova Mullally rivela la sua profondità teologica, che non è un’appendice del politico, ma la sua sorgente nascosta.
Un segno rivelatore
La visita di Mullally è uno di quei momenti in cui la fede diventa lente per leggere il futuro. Perché ogni volta che due tradizioni cristiane si sfiorano senza scontrarsi, si apre una possibilità: che l’Europa ritrovi un linguaggio comune, che l’Occidente riveda la propria identità, che il cristianesimo globale ripensi il proprio ruolo in un mondo frammentato.
Non è solo un fatto religioso. È un segnale. Un indizio. Una piccola faglia che potrebbe, col tempo, ridisegnare mappe molto più vaste di quelle ecclesiastiche. La natura e il linguaggio profetico di questo incontro è uno di quei punti in cui la teologia, la storia e la profezia si sfiorano come fili tesi: basta un gesto, un incontro, un inchino reciproco e tutto il sistema di coerenze dottrinali sembra vibrare.
La visita dell’arcivescova Sarah Mullally alla tomba di Pietro e al papa non è stata uno “scandalo”, ma un rivelatore; ha mostrato che la realtà ecclesiale cammina più velocemente delle categorie con cui la giudichiamo.
Per molti cattolici, infatti, l’immagine di una donna vescovo accolta con onori pontifici riapre due ferite mai rimarginate: Apostolicae Curae (1896), che definì le ordinazioni anglicane “assolutamente nulle e del tutto invalide”; Ordinatio Sacerdotalis (1994), che dichiarò chiusa la possibilità dell’ordinazione femminile.
Ascoltare ciò che la realtà dice alla Chiesa
Se prendiamo alla lettera questi due pronunciamenti, la scena di questi giorni diventa quasi paradossale: come può il papa accogliere con solennità una persona che, secondo quei testi, non sarebbe né diacono, né presbitero, né tanto meno vescovo né ordinabile?
Senza perderci in un ragionamento circolare, il punto fermo da cui partire è che l’ecumenismo non è un optional, ma un dovere evangelico. La Chiesa cattolica sa che non può annunciare l’unità del Vangelo restando prigioniera delle proprie paure e purtroppo anche di un diffuso clericalismo difensivo.
L’incontro con la Primate anglicana non è un cedimento dottrinale, ma un atto di verità: riconoscere che lo Spirito soffia anche dove le nostre categorie non arrivano. La questione femminile è diventata un luogo teologico, non un problema disciplinare.
La presenza di una donna vescovo davanti al papa è un segno che la storia sta ponendo domande che non possono più essere eluse. Non si tratta di “cambiare la dottrina”, ma di ascoltare ciò che la realtà sta dicendo alla Chiesa.
E la realtà dice che le donne esercitano già, in molte confessioni cristiane, un ministero riconosciuto, fecondo, autorevole.
La Chiesa è più grande dei suoi documenti
Occorre riconoscere senza timore che la Chiesa è più grande dei suoi documenti: Apostolicae Curae e Ordinatio Sacerdotalis appartengono a un contesto storico preciso. Non sono dogmi, non sono irreformabili, non sono l’ultima parola. Sono parole situate.
E la Chiesa, quando è fedele a sé stessa, non teme di tornare sulle proprie posizioni quando la verità lo richiede. Historia docet.
Ma lo stesso incontro è già teologia. Il gesto del papa non è un dettaglio protocollare: è un atto magisteriale “in atto”, in cui la comunione precede la definizione, che l’ospitalità precede il giudizio, che la relazione precede la categoria.
La visita della Primate anglicana non contraddice la dottrina: la supera. Mostra che la Chiesa, per essere fedele al Vangelo, deve talvolta andare oltre sé stessa. Ecumenismo e questione femminile non sono minacce, ma luoghi in cui lo Spirito chiede alla Chiesa di crescere. […]
Agostino Massi
Questo editoriale riprende il post “Papa Leone e l’Arcivescova Mulally: “Superiamo le divergenze!” pubblicato il 1°maggio sul profilo Facebook “Amici di Carlo Carretto”
https://www.facebook.com/groups/73956757192/
[Pubblicato il 10.5.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: vaticannews.va]