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TEOLOGIA DAI MARGINI
UN INCONTRO TRASFORMATIVO
DELLA TRADIZIONE

Paolo Cugini

 La teologia cristiana, per gran parte della sua storia moderna, è stata percepita come un esercizio intellettuale situato nei centri del potere accademico ed ecclesiastico europeo e nordamericano. Tuttavia, l’emergere della “Teologia dai margini”, che include la teologia della liberazione, la teologia femminista, quella post-coloniale e le teologie indigene, ha sfidato questo monopolio. Questa intersezione non è un semplice confronto, ma un dialogo critico che arricchisce l’intero corpo della riflessione cristiana.

L’Intersezione: il luogo teologico come punto di rottura
La teologia tradizionale spesso aspira all’universalità, partendo da presupposti metafisici o dogmatici astratti. Al contrario, la Teologia dai margini insiste sulla contestualità. L’intersezione avviene quando la periferia interroga il centro sulla sua presunta neutralità. Come afferma Gustavo Gutiérrez nel suo testo fondativo: “La teologia come riflessione critica sulla prassi storica alla luce della fede non sostituisce le altre funzioni della teologia… ma le situa in una prospettiva nuova”[1].  

L’intersezione risiede nel fatto che, entrambe le teologie, utilizzano le stesse fonti, la Scrittura e la Tradizione, ma la Teologia dai margini cambia la prospettiva ermeneutica. Se la Tradizione legge il testo per preservare l’ortodossia, il margine lo legge per cercare la presenza del Mistero nella storia, nei vissuti quotidiani, soprattutto quelli segnati dall’esclusione, dalla marginalità.

L’intersezione non è solo un incontro, è una collisione che svela come il centro sia in realtà un margine di successo che si è imposto come norma. Non è solo un cambio di geografia, dalla cattedra alla strada, ma di metodo.

Non solo nuovi temi
La Teologia dai margini non aggiunge semplicemente nuovi temi come la povertà, il genere, l’etnia, ma mette in discussione la pretesa di oggettività del centro. Mentre la teologia classica si percepisce come una vista dall’alto spesso asettica e universale, la teologia dell’intersezione rivendica una vista dal basso.

Il luogo teologico diventa punto di rottura perché trasforma il dolore e l’esclusione da oggetti di carità a soggetti di rivelazione. Se per il centro la Tradizione è un deposito da custodire, per il margine è un fuoco da attizzare. L’intersezione avviene nel corpo: le fonti non sono solo i libri, ma la carne della storia. Per fare solo un esempio. Leggere l’Esodo dal centro significa celebrare una liberazione passata; leggerlo dal margine significa identificare i faraoni odierni e reclamare una liberazione presente.

L’intersezione, dunque, svela che nessuna teologia è neutrale; di fatto, quella che si definisce universale, spesso riflette solo la cultura dominante, vale a dire occidentale, maschile, benestante. La periferia, interrogando il centro, lo costringe a guardarsi allo specchio e a riconoscere i propri limiti contestuali. La teologia tradizionale è, dunque, come un muro solido; mentre l’esperienza del margine è la crepa attraverso cui, secondo l’intuizione di molti teologi della liberazione, passa la luce della Grazia in modo più puro, perché non filtrata dal potere.

 Il primo guadagno: il recupero della dimensione storica
Uno dei principali contributi delle teologie marginali alla teologia sistematica tradizionale è il ritorno al Dio dell’Esodo e al Gesù storico. La teologia accademica aveva talvolta ridotto Dio a un concetto filosofico: l’Essere Supremo, l’Onnipotente.

Jon Sobrino chiarisce come questo sguardo dal basso recuperi l’essenza del divino: “Il margine non è solo un luogo sociale, ma un luogo teologico. È lì che Dio si rivela come colui che prende parte alla storia. Senza i poveri, la teologia rischia di diventare un’ideologia su Dio, piuttosto che un incontro”[2]. Il guadagno sta nel fatto che la teologia tradizionale riscopre la propria natura profetica e meno statica, comprendendo che la rivelazione non è solo un deposito di verità passate, ma un evento vivo che accade nel grido degli oppressi.

Recuperare la dimensione storica significa spostare l’accento dal chi è Dio al cosa fa Dio. Nel margine, Dio non è un’entità che osserva il mondo, ma un soggetto che interviene, come nel caso dell’Esodo. Questo trasforma la teologia da una serie di definizioni a una narrazione di liberazione. Il recupero del Gesù storico serve a spogliare il Cristo da certe incrostazioni dogmatiche che lo hanno reso distante.

Sottolineare che Gesù è morto come un emarginato politico, restituisce alla sistematica la consapevolezza che la salvezza passa attraverso la carne e il conflitto sociale, non solo attraverso astrazioni spirituali. Sobrino suggerisce che il margine non è solo un oggetto di studio, ma una prospettiva gnoseologica.

Guardare la rivelazione dal basso corregge le distorsioni del potere. Se la teologia accademica rischia di giustificare lo status quo, diventando una ideologia, la teologia del margine la costringe a tornare discontinua e scomoda, recuperando la funzione critica della profezia. Questo significa che la teologia sistematica deve rimanere aperta: non può mai dirsi conclusa finché esiste un grido di oppressione che interpella la comprensione del Mistero. 

Il secondo guadagno: l’ampliamento del Canone e dell’esperienza
La teologia femminista e quella post-coloniale hanno evidenziato come la Tradizione sia stata spesso mediata esclusivamente da voci maschili e occidentali. Intersecando la Tradizione, queste prospettive apportano una correzione antropologica.

Elizabeth Johnson spiega questo arricchimento riguardo al mistero di Dio: “Se l’immagine di Dio è esclusivamente maschile, allora il maschio è considerato più simile a Dio rispetto alla donna… L’integrazione di metafore femminili e tratte dall’esperienza dei margini non è un’aggiunta opzionale, ma una necessità per la verità del mistero divino”[3].

In questa prospettiva, il guadagno consiste in una visione del Mistero più inclusiva e meno legata a strutture di dominio patriarcale o coloniale. La Tradizione smette di essere un monologo e diventa una polifonia.

L’ampliamento del Canone non è solo una questione di quote rosa o inclusività sociale, ma un’operazione di onestà intellettuale. Se il Mistero è ineffabile, nessuna cultura o genere può vantarne il monopolio. La Tradizione, per secoli letta come una trasmissione verticale da chi ha il potere a chi deve ricevere, viene riscoperta come un processo orizzontale. Intersecando le voci post-coloniali e femministe, la teologia passa da un sistema di dominio dove l’Occidente spiega il Mistero agli altri, a un sistema di relazione, dove l’esperienza dei margini diventa luogo teologico privilegiato.

Come suggerisce Johnson, l’uso di categorie esclusivamente maschili e occidentali ha creato un idolo a immagine del potente. L’apporto di queste prospettive scardina l’idea di un Dio che giustifica lo status quo. Ad esempio, rileggere il Mistero attraverso la categoria della Sapienza Sophia o del Dio che soffre con gli oppressi, come fa la Teologia della Liberazione, restituisce dignità a chi è stato reso invisibile. Il guadagno reale è la fine del monologo. Una Tradizione che non accoglie l’altro diventa un pezzo da museo. La polifonia, invece, permette alla fede di parlare lingue nuove, rendendo il Canone non un recinto chiuso, ma uno spazio di ospitalità. In questo senso, la verità del Mistero divino si guadagna proprio nel momento in cui si accetta di perdere l’esclusiva della parola.

Il terzo guadagno: l’etica della solidarietà come criterio di verità
Nella teologia tradizionale, la verità è spesso verificata attraverso la logica e la coerenza dogmatica. La Teologia dai margini introduce il criterio della prassi. Marcella Althaus-Reid, una delle voci più radicali dai margini, suggerisce che la teologia deve sporcarsi con la realtà vissuta: “La teologia ha bisogno di uscire dai templi e dalle accademie per incontrare la santità nelle strade, dove la vita è precaria. Solo allora la teologia potrà essere onesta”[4].

Il guadagno di questo cammino consiste in un passaggio dall’ortodossia, retta dottrina, all’ortoprassi, retto agire. La teologia tradizionale guadagna una nuova rilevanza sociale e politica, trasformandosi da teoria astratta in forza motrice per la giustizia globale.

Nella teologia tradizionale, la verità è spesso un oggetto da possedere attraverso la speculazione. Althaus-Reid e le teologie dei margini sostengono che una verità che non passa per il corpo e per la sofferenza è una verità parziale, se non ideologica.  Mentre il dogma cerca leggi universali, la Teologia dai margini cerca la santità nelle strade, riconoscendo che il Mistero si rivela non nel concetto generale, ma nel volto specifico dell’escluso. La teologia accademica è spesso vestita bene, pulita e ordinata. Sporcarsi significa smascherare le strutture di potere che si nascondono dietro il linguaggio religioso.

Se la vita è precaria, è lì che la teologia diventa onesta perché non può più permettersi il lusso di astrazioni metafisiche mentre i corpi soffrono. La prassi non è solo fare del bene, ma è il luogo dove si verifica se il Mistero è realmente presente. L’ortoprassi suggerisce che non conosciamo la verità finché non la mettiamo in pratica. La giustizia non è un tema della teologia, è la condizione di possibilità della teologia stessa.

Trasformandosi in forza motrice, la teologia smette di essere un sistema di conservazione del passato per diventare un progetto di liberazione del futuro. Il risultato di questo spostamento è una teologia che recupera il suo sapore profetico. Non parla più del Mistero a un pubblico passivo, ma parla con il Mistero partendo dal grido della terra e dei poveri.

Conclusione: verso una teologia integrale
L’intersezione tra margini e Tradizione non deve essere vista come una minaccia, ma come un atto di amore per la Chiesa e per la verità. I margini offrono alla Tradizione gli occhiali necessari per vedere ciò che il potere ha reso invisibile. La periferia è il centro del Regno. Questa intuizione trasforma la teologia tradizionale in una disciplina più umile, più umana e, in ultima analisi, più cristiana.

Il potere, anche quello religioso, tende a creare angoli ciechi. La struttura centrale, per sua natura, cerca stabilità e uniformità, finendo spesso per ignorare le sfumature della sofferenza o le nuove domande di senso. Chi vive ai margini, i poveri, gli esclusi, i cercatori del Mistero fuori dai recinti istituzionali, possiede una prospettiva unica.  Se la Verità è la Persona di Cristo e non un’idea statica, allora cercarla nell’incontro con l’altro, specialmente l’altro lontano, è il massimo atto di fedeltà alla Tradizione stessa.

Nel ribaltamento evangelico, il Regno di Dio non si irradia da un centro politico o sacerdotale verso l’esterno, ma germoglia proprio dove il mondo vede scarto. Affermare che la periferia è il centro significa riportare la teologia al suo punto di origine: l’Incarnazione. Una teologia che accetta di essere messa in discussione dai margini smette di essere scienza dall’alto, per diventare una teologia sinfonica e pluralistica, capace di integrare la diversità delle esperienze umane. Sfidare la Tradizione non è un attacco, ma un atto di amore estremo. È il desiderio che la Chiesa non diventi un pezzo da museo, ma rimanga, come direbbe Papa Francesco, un “ospedale da campo”.

Paolo Cugini
Professore di filosofia e teologia alla Facoltà Cattolica dell’Amazzonia e parroco in una favela di Manaus. Autore di: Il nome di Dio non è più Dio. Dire il Mistero in un mondo post-cristiano (Effatà, 2025).

Note – – – – –
[1] G. Gutiérrez, Teologia della liberazione. Prospettive, Queriniana, 1972, p. 25.
[2] J. Sobrino, Gesù Cristo liberatore. Lettura storico-teologica di Gesù di Nazaret, Cittadella, 1995, p. 42.
[3] E. Johnson, Colei che è. Il mistero di Dio nel discorso teologico femminista, Queriniana, 1999, p. 58
[4] M. Althaus-Reid, Teologia Indecente, Feltrinelli, 2003, p. 112

Sulla Teologia dai margini vedi anche:
Paolo Cugini, Spunti per una Teologia dai margini

[Pubblicato il 29.4.2026]
[L’immagine  è ripresa dal sito: arte.it]