Giancarla Codrignani
Forse è tempo di rifare il punto sulle ragioni che obbligherebbero tutti a sentire prioritaria, sul piano dei diritti, la cittadinanza europea rispetto alla naturale appartenenza nazionale: sostanzialmente siamo europei, poi anche italiani, danesi o bulgari, come in Italia siamo pugliesi, veneti o marchigiani.
La cittadinanza nazionale nella tradizione italiana non hai mai fornito consapevolezza dei contesti del proprio passato, al massimo un po’ di patriottismo risorgimentale, subito corrotto dalla propaganda fascista. Purtroppo la sempre rinnovata tradizione italica di escludere la politica dalla scuola, ha impedito di imparare fin da bambini che lo studio invera il senso della vita e che dalla scuola si esce prima di tutto buoni cittadini.
I profeti dell’Europa
Anche per questo non meraviglia se nel 1941 – primo anno della seconda guerra mondiale, acclamata da un popolo da quasi vent’anni privo di libertà – siano stati dei confinati, privi di comunicazioni e sorvegliati, a dedicare agli italiani le parole della rivoluzione contemporanea più importante.
Avevano “meritato” il confino perché non avevano rinunciato a pensare, erano antifascisti e progressisti e neppure nell’isolamento di Ventotene avevano smesso di essere padroni della mente. Mentre il fascismo in Italia e il nazismo in Germania erano sul punto di mostrare a quale punto di perversione sarebbero arrivati, i confinati “sapevano” che erano alla fine.
Il loro non era un sogno, bensì una proposta politica che prevedeva che le nazioni avrebbero continuato a mantenere interessi conflittuali tra vincitori e vinti senza garantire alla pace un futuro certo e, fuor da ogni dubbio, necessario.
L’Europa non sarebbe stata solo un’entità geografica continentale, ma una configurazione unitaria di Stati democratici e socialisti per rispondere ad un’esigenza storica solo apparentemente nuova, mentre minoranze illuminate l’avevano auspicata in oltre un secolo di aspirazioni sempre ostacolate. Nel 1941 Spinelli, Rossi – e Colorni trasferito da Ventotene a Melfi – nel confino divennero profeti. Non era più un’utopia.
Un’idea che viene da lontano
Infatti le origini del federalismo europeo come esigenza di pace e giustizia sono reperibili già a metà Ottocento. Non solo per le esplicite dichiarazioni di Garibaldi o Bakunin, ma anche di intellettuali come – citando a caso – Louis Blanc, John Stuart Mill, Victor Hugo, lo storico Edgar Quinet, Napoleone Colajanni, Henry Dunant, Marie Goegg-Pouchoulin, Salvatore Morelli che avevano captato l’aspirazione non ancora popolare ma votata al bene universale dei nuovi popoli europei a comporre i propri interessi senza sfide militaresche.
Incominciava a diventare concreta la profezia della kantiana pace perpetua. È nel 1867 che la Lega della Pace e della Libertà aprì a Ginevra il suo Congresso fondativo a cui aveva invitato, oltre ai liberi pacifisti militanti, anche i capi di Stato e i Governi – che educatamente risposero – esaltando gli intenti di pace e giustizia che proponevano di realizzare in Europa.
Dal 1870 alla prima guerra mondiale, nonostante i postumi della guerra franco-prussiana, si era aperto un periodo di “pace”: un tempo opportuno per chi aveva lo sguardo lungo e intendeva garantire continuità all’intesa cooperativa tra le nazioni e gli imperi. Era necessario sviluppare un diritto internazionale, delle regole condivise, mantenendo un clima di libertà e giustizia per tutti: nel 1884 la Lega “della Pace e della Libertà” aggiunse alla sua denominazione “e della Giustizia”.
Fin dalla fondazione, la Lega si era dotata di un organo di stampa. Che si chiamasse Les Etats Unis d’Europe appare forse significativo più oggi di allora per la tempestività politica di aver pubblicizzato la vera questione europea con decenni di anticipo.
La pubblicazione – rimasta in vita fino al 1949 – divulgava le proposte della Lega, impegnata per la promozione di nuove istituzioni: il Bureau International de la Paix, l’Union Interparlamentaire, i Premi Nobel per la Pace. Anticipava la critica agli imperialismi ormai in crisi, percorsi da tensioni che non sarebbero dovuti cadere nella solita trappola della guerra, sostenendo l’interesse per lo sviluppo del Diritto internazionale e l’affermazione dell’arbitrato come mezzo di soluzione dei conflitti.
Una visione federalista
Quando “scoppiò” la Grande Guerra – destinata a diventare la prima “mondiale” – la cultura nazionalista era prevalsa sulle buone intenzioni di una possibile unità politica del continente predicata da tutte le organizzazioni pacifiste e dalle dichiarazioni politiche degli illustri personaggi del tempo.
Non si può non ricordare l’intervento in Campidoglio a Roma della baronessa Bertha von Suttner, poi premio Nobel della Pace del 1905: ascoltando le sue parole contro la produzione delle armi ci sarebbe stato tutto il tempo per evitare la guerra ‘15/’18 che lo sguardo critico di oggi condanna nella durata imprevista (doveva essere “una passeggiata”), nel costo disastroso per le vite umane sacrificate e per le economie dei paesi coinvolti, ma soprattutto nelle conseguenze politiche, che di fatto furono la caduta dell’impero austroungarico, dell’impero zarista (si era aggiunta la rivoluzione del ’17) e dell’impero ottomano (ancora da elaborare completamente per tutto ciò che oggi riguarda il Medioriente).
Una previsione già scritta su Les Etats Unis d’Europa da Marie Goegg Pouchoulin: ci saremmo risparmiati il fascismo in Italia, nato dalla “vittoria” del 1918 – oggettivamente una sconfitta economica e divisiva per la società – e forse, di conseguenza, il nazismo nella Germania di Weimar e una seconda guerra, ancora una volta “mondiale” e fornita di mezzi militari tecnologicamente progrediti, a danno delle popolazioni civili, definitivamente conclusasi a Hiroshima.
La storia è sempre suggestiva per chi non l’ha vissuta e forse non sa di subirne ancora la memoria. Nel 1941, mentre la guerra mostrava i primi tragici effetti, a Ventotene i confinati antifascisti scrissero la parola fine alla Carta per una federazione europea e aprirono le porte al futuro.
Ormai molti avevano ricominciato a pensare con la loro testa e stavano traghettando l’antifascismo alla Resistenza: la lotta di liberazione – i giovani non lo sapevano – era incominciata in realtà nel 1924, l’ultima, fatale elezione che portò Mussolini al potere, l’ultima in cui non solo gli antifascisti, ma anche i fascisti poterono votare.
Così è nato il Movimento Federalista Europeo
Contro ogni idealizzazione del “mito Ventotene”, il confino conteneva già al suo interno le caratteristiche della politica italiana: ideologie settarie, la sinistra divisa dalle reciproche scomuniche, presunzione politica di essere detenere l’unico “verbo”, sottovalutazione delle donne, intolleranza verso liberali e cattolici, transizione equivoca delle masse inquinate da vent’anni di fascio.
Comunque, nel 1941 Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi avevano giù firmato la Carta di Ventotene, che stava per farsi strada nella clandestinità, esportata fuori da Ventotene da donne anche loro antifasciste e federaliste che collaboravano con i mariti confinati e da temerari impegnati nella diffusione dei giornali clandestini sotto l’occupazione tedesca, come l’Avanti romano diretto e stampato da Eugenio Colorni, terzo autore del Manifesto, che nel 1941 era stato trasferito al confino di Melfi, da dove evase e, sotto falso nome, a Roma cominciò a comporre e diffondere il giornale clandestino del Partito Socialista e il Manifesto, a nome di un ancora avveniristico Movimento italiano per la federazione europea.
Gli effetti del colpo di Stato del 5 luglio del ’43 si erano fatti sentire ovviamente anche a Ventotene, dove i confinati abbandonarono i “cameroni” dove dormivano, le botteghe che avevano costruito e usato, le mense che allestivano con il lavoro negli orti e pollai, rigorosamente divise per tavoli selezionati: comunisti, anarchici, socialisti (della “mensa federalisti europei, capo mensa Altiero Spinelli, è rimasta l’insegna).
La guerra durava al Nord, a Milano l’attività clandestina era già la Resistenza, alla fine di agosto in casa di Mario Alberto Rollier, del Partito d’Azione, si incontrarono i primi federalisti (oltre a Spinelli uscito da Ventotene e Ursula Hirshman, sua compagna c’erano Manlio Rossi Doria e Vittorio Foa): in quel salotto venne ufficializzato il nome del Movimento Federalista Europe e il testo del Manifesto di Ventotene. Poi Spinelli per sfuggire alle persecuzioni si traferì in Svizzera, dove a Ginevra c’era già Ernesto Rossi e l’MFE iniziò la sua storia.
Giancarla Codrignani
Giornalista, socia fondatrice e membro del Consiglio direttivo di Viandanti
[Pubblicato il 16.3.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: www.ilfaroonline.it]