Franco Ferrari
Ricordare Enzo Bianchi non è facile. Non è facile per la statura del personaggio; non è facile per ciò che il suo percorso nella storia ha significato nella Chiesa, innanzitutto, nella cultura e nella società. Non è facile perché le ombre generatesi con il traumatico distacco dalla sua “creatura”, la comunità monastica di Bose, non si sono dissolte e hanno fatto ancora notizia nelle cronache legate alla sua scomparsa e a volte anche negli scritti in memoria.
Il ricordo nell’immediato di personaggi importanti inevitabilmente mette in evidenza gli aspetti che più possono avere colpito e d’altra parte non si può pretendere di dare un giudizio storico, i cui celebranti sono il tempo e lo studio dei documenti.
L’insieme dei ricordi ci rimanda un’immagine con molte sfaccettature, qui vorremmo sottolineare che nel profondo Enzo Bianchi è stato un riformatore.
Il registro linguistico
La ricerca di un “linguaggio accessibile e attuale”, come Bianchi ha scritto nell’Introduzione alla quinta edizione (2013) del “Salterio di Bose”, ha indubbiamente attraversato tutta la sua attività di monaco e di studioso.
Si possono ricordare tre “imprese”. Il già citato lavoro sui Salmi, la cui traduzione ha richiesto “un lungo e paziente lavoro durato molti anni”, per renderne il testo “attuale”, perché “la preghiera è relazione con Dio, ma relazione vissuta, concreta, quotidiana, esistenziale, storica”.
La Bibbia nell’edizione Einaudi (2021). Una traduzione progettata e diretta da Bianchi e affidata a tredici biblisti di grande preparazione per avere un testo “in una lingua attuale, con particolare attenzione a evitare influenze devozionali o del linguaggio religioso stereotipato”. Una Bibbia “non confessionale” nel senso che, avvertiva Bianchi nell’articolo di presentazione (Tuttolibri/La Stampa, 8 aprile 2023), “leggendo questa traduzione alcuni avranno la sensazione di leggere un testo ascoltato per la prima volta, una rottura con l’abitudine che a volte turba, a volte causa un coinvolgimento maggiore nell’ascolto o nella lettura”.
Infine, gli interventi che nel tempo sono stati operati sui testi delle preghiere eucaristiche. Per questi occorre ricorrere alla memoria della partecipazione alle celebrazioni a Bose. Una ricerca più riservata per ovvi motivi, che ha toccato anche il delicato aspetto del concetto di sacrificio (… il mio corpo offerto in sacrificio…). Una ricerca che rimanda, in un certo senso, a quella avvenuta nel passato per lungo tempo negli ambienti monastici e che è sfociata nel “movimento liturgico”, uno delle grandi correnti innovative che hanno influenzato i lavori del Vaticano II.
Una ricerca avveduta
Poiché i tre ambiti, – preghiera, Parola, liturgia -, stanno in una stretta relazione e rappresentano un tutto tondo, si può ragionevolmente pensare che Bianchi sia stato guidato da un progetto organico con lo scopo di intercettare la sensibilità di noi contemporanei.
Il tema della lontananza linguistica dalla cultura attuale dei testi liturgici, delle preghiere e dello stesso Credo “tiene banco” da qualche tempo, tra gli specialisti, tra i Pastori e tra il Popolo di Dio. Quest’ultimo ha fatto sapere nella consultazione preparatoria al Sinodo sulla sinodalità che di fronte a “liturgie smorte”, “risulta urgente un aggiornamento del registro linguistico e gestuale”, che “non basta un’operazione di maquillage: la conversione del linguaggio richiede di tornare a contattare il cuore pulsante dell’esperienza della fede all’interno della concretezza della vita degli uomini e delle donne di oggi”. Così nella Sintesi nazionale della Chiesa italiana (2022), ma indicazioni analoghe si possono trovare nelle successive Sintesi delle sette Assemblee continentali (2022-2023).
Una ricerca di innovazione linguistica, dunque, quella di Bianchi quanto mai attuale che va a toccare un’esigenza di riforma sentita profondamente.
La lectio divina
Siamo nei primi anni del postconcilio in cui si assiste ad una riscoperta, anzi ad una restituzione al Popolo di Dio della Bibbia, grazie proprio all’introduzione delle lingue cosiddette volgari nella liturgia e allo sviluppo delle letture feriali e festive in un ciclo triennale. Bianchi rileva subito il diffondersi di alcuni limiti: “uno sforzo troppo marcato di attualizzazione”; una pubblicistica che favorisce di fronte ai testi la “passività personale e comunitaria”, esimendo “l’uditore dallo sforzo personale” di approfondimento; una lettura “fondata sulla cosiddetta meditazione” che la trasforma in un esercizio intimistico.
Per contrastare queste derive, con il volumetto “Pregare la parola” (1974), Bianchi ripropone rinnovato il metodo della lectio divina, un’antica pratica nata in ambito patristico-monastico che si utilizza a Bose. “Solo la Parola ascoltata, accolta, conservata e meditata, scrive Bianchi, sa creare degli uomini che, fedeli alla terra e all’umanità, ci parlino di Dio!”. L’attenzione alla Parola deve considerare che essa oltre ad essere storica ha anche una storia: occorre capire “l’ambiente a cui la pagina biblica è sorta, gli interrogativi e i bisogni della fede cui voleva rispondere”; insomma, “occorre leggere la Bibbia in modo vivo cercando cosa essa significhi, sforzandoci di scrutare il suo giudizio oggi sulla storia, sulla Chiesa, su di noi”. Un sicuro antidoto ai fondamentalismi e alle “pietà sentimentali”.
Quanto la Lectio sia diffusa o sia solo appannaggio delle élite è difficile dirsi, indubbiamente si è diffusa una sensibilità che per ora non sembra ancora influenzare le omelie domenicali.
La sollecitudine per tutte le Chiese
Bose fin dagli inizi si è caratterizzata per essere una “comunità di uomini e donne provenienti da chiese cristiane diverse”. Un “sollecitudine” per l’unità della Chiesa che a Bose è stata declinata nel tempo prima attraverso scambi di visite e intensi rapporti con le Chiese ortodosse, con quelle anglicane e evangeliche, poi con i convegni sulla spiritualità della Riforma e la spiritualità Ortodossa. Un ecumenismo delle relazioni, a latere dei più strutturati dialoghi ufficiali, per costruire rapporti, tenere viva e rendere evidente “quanto la passione, perché i cristiani ‘siano una cosa sola e il mondo creda’, accomuni uomini e donne di ogni chiesa e confessione” (Qiqajon n. 26/1996).
Il cammino ecumenico, un segno dei tempi nato nel mondo missionario protestante, ha trovato accoglienza nella Chiesa cattolica con il decreto conciliare “Unitatis redintegratio”.
Bose, costituendosi subito come realtà interconfessionale, rompe gli indugi e la timidezza dei primi passi istituzionali e porta all’interno della Chiesa cattolica un potente segno della contraddizione delle divisioni e dell’urgenza dell’unità, ma alimenta anche forti riserve. Tant’è che si dovette cercare un vescovo che facesse da garante della comunione dei membri cattolici della comunità con la Chiesa. Il vescovo di Torino, Antonio Ballestrero, quasi in una continuità con il suo predecessore Michele Pellegrino, accettò nel novembre del 1977 di farsene garante presso la Conferenza episcopale piemontese (Qiqajon, n. 9/1978).
Monaci nella compagnia degli uomini
Bose, fin dagli inizi, sulla prima pagina di Qiqajon, la periodica Lettera agli amici, si definisce: “Una comunità monastica di uomini e donne presente nella compagnia degli uomini e al loro servizio”.
Accanto alla natura ecumenica, questa di essere una comunità monastica di uomini e donne, segna un’altra delle novità (della riforma) di Bose. È la rottura di una tradizione secolare che teneva ben distinti i maschi dalle femmine, dai matronei delle sinagoghe, a quelli delle Chiese cattoliche trasferitasi poi anche nella distinzione tra le file dei banchi.
Un superamento della sessuofobia per accogliere la concezione positiva di un rapporto di reciprocità e di salutari relazioni tra uomini e donne, non solo per una parità di genere, ma al fine di superare anche tutte quelle distorsioni che si creano negli ambienti monosessuati: dalle caserme, ai seminari e ai conventi.
Un monastero, poi, che non sta nel chiuso delle proprie mura ma che vuole essere “presente nella compagnia degli uomini e al loro servizio”. Una presenza che si è tradotta in un’osmosi continua con la realtà, un via vai, un dentro e fuori: che porta la vicenda degli uomini nel monastero; che offre un’accoglienza a chi cerca un senso e un accompagnamento per la propria vita; che porta fuori dal monastero, sia per un lavoro col quale guadagnarsi la vita integrando l’economia di sussitenza delle attività interne, sia per condividere la ricchezza della ricerca e della spiritualità che a Bose si coltiva.
La difficile accoglienza
Per anni la vita di Bose e del suo fondatore non è stata facile sul piano istituzionale. Molte riserve la circondavano, anche durante il momento di maggiore successo, molti gli amici che si sono dileguati nel momento più traumatico. Grande l’assenza dei Pastori, che pure hanno il compito di guidare, aiutare, sostenere il gregge nel cammino nella storia; di saper leggere i Segni dei tempi; di ricercare le pecore che si sono allontanate dal recinto.
Accogliere il nuovo è sempre difficile. Al momento la Chiesa ha accolto la novità con la formula giuridica del “sui iuris”; Bose da semplice associazione privata di fedeli, nel 2023, è diventato un monastero sui iuris di diritto diocesano con la limitazione “ad experimentum” per un quinquennio. Gli è riconosciuta l’appartenenza monastica, il carattere ecumenico, l’essere un monastero di uomini e donne, la liturgia propria. Forse non tutto quello che aveva inteso il fondatore che ha sempre insistito sulla radice laicale dei monaci.
La formula “sui iuris” se da un lato garantisce autonomia, dall’altro possiamo considerare che circoscrive ed isola il nuovo. È possibile lì, ma non altrove. Volendo fare un paragone impreciso e un po’ irriverente si potrebbe dire che è il meccanismo che utilizza il corpo umano per far fronte ad un’infezione.
Ogni tentativo di riforma lascia comunque una traccia che ha una vita, ora carsica, ora alla luce del sole per poi affermarsi. È il destino che ci auguriamo abbia il novum che Enzo Bianchi ha offerto con la sua vita alla Chiesa e a tutti noi.
Franco Ferrari
Presidente Viandanti
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[Pubblicato il 6.10.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: www.vaticannews.va]