2 ottobre 2015

UN’EUROPA CHE NON C’E

Sandra Zampa

profughi al confine ungherese


Hegyeshalom (Ungheria),
domenica 27 settembre
Alla stazione di Hegyeshalom, tre chilometri dal confine ungherese con Nickledorf,  Austria, non si può che prendere atto che il premier Orban ha vinto la sua partita contro i profughi. Non c’è traccia di loro né del loro dramma se si esclude una presenza di operatori della Croce rossa.

Eppure domenica mattina quando sono arrivata alla stazione ne erano giunti da poco 1500-1600. Sembrano scomparsi nel nulla. Solo uno è rimasto qua, in questo paese dove il consenso nei confronti di Orban è di recente cresciuto proprio in ragione del suo rifiuto di accogliere. È rimasto perché era ferito, riferisce il sindaco di Hegyeshalom in un incontro con la piccola delegazione di parlamentari italiani ed europei (Silvia Costa, Flavio Zanonato, Laura Garavini, Nicola Danti, Roberto Cociancich, Mauro Del Barba).

Il nostro viaggio per capire come l’Ungheria affronti il problema dell’arrivo dei profughi nel quadro delle regole europee e internazionali va al contrario rispetto a quello dei migranti. Loro giungono per lo più dalla Grecia salendo a piedi fino al confine croato (dove noi saremo nel tardo pomeriggio raggiungendo la piccola Beremend) e lasciano a piedi il territorio ungherese verso l’Austria  dopo essere scesi alla stazione di Hegyeshalom, ultimo baluardo magiaro.

Nessuno può avere contatti con i profughi perché appena giù dal treno – di fatto una tradotta con cui dal confine con la Croazia vengono portati a Hegyeshalom – la polizia li scorta fino alla statale 1 e percorre con loro quei quattro chilometri che li separa dall’Austria per accertarsi che lascino davvero l’Ungheria. Anzi, scompaiano. Le tracce del passaggio di bambini, donne, uomini, a piedi, le ritrovo lungo l’ultimo chilometro del confine, poco prima di Nickledorf, in Austria. Coperte, bottiglie d’acqua, bucce di banana, mele, uno scialle di lana, felpe, scarpe, bicchieri di plastica.

I giovani dell’UNHCR ci vengono incontro, le operatrici della Croce rossa stanno rimettendo ordine sui tavoloni e sotto le tende dove sono raccolti beni di prima necessità per i profughi. Fa impressione vedere scarpe per bambini in fila sul tavolo. Pochi metri oltre la polizia austriaca, una donna cortese e un suo collega, ci spiegano come funziona la prima accoglienza in grandi tensostrutture nelle quali sostano i profughi appena arrivati prima di ripartire per Vienna o Salisburgo.

Le direttive prevedono che da qui si vada via presto possibilmente senza pernottamento. Non ci sono strutture adatte, l’inverno arriva. Il trasferimento avviene in pullman (pagati dal governo) o taxi (a carico dei profughi che se lo possono permettere). Per questo servono informazioni attendibili sui flussi in arrivo: oggi sono attesi altri 10 treni. Riferiscono i poliziotti austriaci e due italiani (in missione esplorativa) con loro, che la gran parte di quanti arrivano qua chiede di poter andare in Germania. Solo in Germania, non in Austria, non in Francia, non in Italia. Lo conferma il giovane insegnante siriano che sa l’inglese e parla un po’ a nome di tutti gli altri anche se lui ha l’Olanda come meta. Gli hanno ucciso tre fratelli nella sua città in Siria, madre e sorella sono rimaste in Turchia.

Arrivano i pullman. I primi che vengono ordinatamente accompagnati fuori dal campo sono bambini, donne e uomini. Nuclei familiari. Ringraziano: thank’you. I bambini non piangono, sorridono, come in un’avventura. Partono. A parlare sono gli uomini che attendono in fila ordinata il pullman destinato a loro. Raccontano dei sei giorni di viaggio a piedi. Descrivono la distruzione a casa. Hanno lasciato familiari in Turchia. “Tutti, in Croazia, in Turchia, lungo la strada ci hanno dato soccorsi” dicono. Uno ci mostra un certificato rilasciato dall’UNHCR con le foto dei figli e della moglie. Si avverte in loro un senso di sollievo ora che l’Austria, con le sue regole di gestione dei flussi migratori, é raggiunta. Sono stati accuditi, si sono riposati ma, soprattutto, sono stati informati punto per punto di cosa li attende. Queste sono le istruzioni che la polizia ha ricevuto.

Impressiona nella solitudine del confine croato, a Beremend, la presenza di cingolati e militari che attendono, con i poliziotti ungheresi e con operatori di UNHCR e Ordine di Malta, l’arrivo dei profughi. Inaspettatamente alzi gli occhi e li vedi alla barriera di accesso aperta tra reti e filo spinato, silenziosi, stanchi, con i bambini per mano o in braccio. Vengono guidati in un capannone prefabbricato per essere, di fatto, perquisiti: viene loro richiesto di aprire gli zaini, le borse, il portafoglio ma ci sono anche rapide perquisizioni fisiche cui non sono necessariamente presenti operatori delle organizzazioni umanitarie. Donne e bambini, nuclei familiari hanno la priorità nell’accesso a vecchi autobus, probabilmente dismessi, che li condurranno alla stazione vicinissima per essere tradotti a Hegyeshalom, sul confine austriaco.

Questa è la fase più delicata e pericolosa. L’Austria è ancora lontana. La polizia ci chiede di non fare foto e di attendere l’autorizzazione per poter incontrare gli impiegati dell’ufficio immigrazione, ma gli operatori delle ONG dicono chiaramente che il respingimento è collettivo. Che i profughi non chiedono mai niente e non protestano: “se diamo loro due mele, ne prendono una perché la seconda non è necessaria”. Ricevono coperte, vecchie felpe, vecchie scarpe. Se qualcuno sta male ed è necessario il ricovero ospedaliero, il poliziotto lo accompagna e attende che venga dimesso, ci spiega un volontario dell’Ordine di Malta. Per tutti gli altri c’è un autobus diretto alla stazione più vicina e un viaggio, anche su treno merci, verso l’Austria.

Grottesco appare dunque il grande cartello difronte a cui sfilano gli autobus che avverte: Beremend- Welcome to Hungary.
Beremend (Ungheria), lunedì 28 settembre 

Sandra Zampa
Membro della Commissione Affari Esteri e Comunitari della Camera dei Deputati e della Delegazione presso l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa.

 

 

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