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Con questo "editoriale" concludiamo la pubblicazione della Nota pastorale CEI, “Educare a una pace disarmata e disarmante”, dedicata alla pace. Questa parte è ripresa dal paragrafo 2.
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È paradossale: per parlare di pace, ci troviamo dinanzi in primo luogo la parola guerra. La tradizione teologico-morale della Chiesa cattolica in quest’ambito, infatti, si è a lungo basata sulla teoria della guerra giusta, la cui lunga storia affonda le radici in sant’Agostino e ha trovato approfondimenti in san Tommaso d’Aquino e padre Francisco de Vitoria[1].
Il «teorema» della guerra giusta Tesa a limitare il più possibile il ricorso alla guerra per la risoluzione dei conflitti, essa era stata compendiata da Tommaso in tre condizioni morali. La prima riconosce solo all’autorità legittima (inizialmente quella del principe, successivamente quella di chi ha la potestà di governo) la competenza in merito, a evitare guerre private o conflitti armati per interessi di singoli.
La seconda condizione è la giusta causa: che vi sia la risposta a un’ingiustizia da riparare, anche se diversi storici hanno evidenziato che con essa si sia finito spesso per giustificare qualsiasi guerra, compresa quella per motivi religiosi. Infine, la terza condizione esige la retta intenzione di promuovere il bene e ristabilire la giustizia.
Tre criteri che – pur astratti – miravano a restringere il campo di giustificazione delle guerre; a essi il domenicano ...
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