DALLA QUARANTENA ALLA QUARESIMA

Fabrizio Filiberti

È inevitabile darsi ragione della propria fede al tempo del coronavirus. Accanto all’inasprimento delle ordinanze governative che hanno modificato i nostri ritmi di vita (non so se cambierà nel tempo il nostro stile), accanto alle legittime preoccupazioni e carichi di sofferenza che l’epidemia comporta ormai a livello globale, non è mancata la classica polemica intra-ecclesiale.

Il confronto con il passato Di fronte alla chiusura delle chiese e alla sospensione delle funzioni religiose, da un lato, c’è chi lamenta un cedimento della Chiesa alle ragioni e alla mentalità della società mondana, tirando i remi in barca, rinunciando alla forza della preghiera, alla potenza sanatrice della fede.

Figure anche autorevoli, non tradizionaliste o settarie, del cattolicesimo hanno evocato i tempi andati in cui la chiesa parrebbe aver avuto più coraggio (processioni, preghiere pubbliche, assistenza). Si sono visti elicotteri e preti sorvolare la Lombardia benedicenti con la Madonna in mano, altri celebrare comunque le messe perché la fede protegge dal contagio; vescovi che affidano il momento di crisi alla Madonna, alla Madunina, nonché il Papa pellegrinare solo soletto a qualche altare romano, propiziando il superamento della pandemia. Immagine ben diversa e dimessa dal ruolo egemone affidato all’autorità ecclesiastica in altre drammatiche evenienze!

Dall’altro lato, chi riconosce civilmente doverosa l’obbedienza alle ordinanze, la sospensione di iniziative programmate, la pratica delle cautele personali, compresa la rinuncia all’espressione comunitaria della propria fede: perfino il Papa annuncia che il Triduo Pasquale si svolgerà senza la partecipazione fisica dei ...

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