LA SETE DI DIO DEI CARCERATI

Davide Pelanda

Attraversare il corridoio di un carcere oggi significa sentire più idiomi, più lingue, più problemi che si intrecciano. Vite che non si conoscono, che si incontrano per la prima volta. Vite spezzate che stanno lì per ricostruirsi, per essere rieducate. In termini più religiosi potremmo dire che si sta in carcere per espiare una colpa, per essere redenti, per riflettere nel profondo della propria coscienza sulla propria condotta negativa.

La sete di spiritualità Lì dentro, però, ci si può facilmente scoraggiare, sconfortare. Fino al suicidio. In alcuni detenuti, dunque, subentra una sete di spiritualità, una sete di religiosità, riaffiora la voglia di pregare, di colloquiare con il proprio Dio, riaffiora quell'umanità che si esprime talvolta attraverso la propria cultura religiosa.

In questa variegata umanità che parla in tutte le lingue e gli idiomi del mondo ho incontrato parecchi uomini e donne appartenenti, - oltre che alle confessioni cristiane storiche: protestantesimo e cattolicesimo, - alle grandi religioni: islamismo, buddhismo, induismo, ma anche persone che praticano i culti dei Testimoni di Geova, degli Avventisti del Settimo Giorno, degli evangelici, etc.

Oltre a coloro che si definiscono “non credenti”; detenuti, cioè, che affermano genericamente di non essere interessati ai problemi religiosi, senza tuttavia sentirsi né dichiararsi atei, si possono anche incontrare detenuti che si disinteressano al problema religioso e della spiritualità.

Il carcere dunque non è un sistema punitivo e di disciplinamento come qualcuno crede che sia. C'è anche un peso della dimensione ...

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