CHIESE VUOTE
PER CHI SUONA LA CAMPANA?

Mario Menin

L’anno scorso, prima di Pasqua, abbiamo assistito sbigottiti all’incendio della cattedrale di Notre-Dame di Parigi. Quest’anno, abbiamo partecipato in diretta streaming alla Pasqua delle chiese vuote. Migliaia di chiese vuote! Cosa fare? Se ne discute a tutti i livelli. I vescovi italiani hanno addirittura alzato la voce con il governo per riaprirle alle celebrazioni con la gente. Perché questa frenesia di riaprire? Per ritornare alla normalità? Quale, dopo questa pandemia? Non sarebbe meglio, prima, leggere questo svuotamento come un segno che ci viene da più lontano e da più in alto del coronavirus? E se Dio – il Dio di Gesù Cristo, intendo – volesse dirci qualcosa proprio con il linguaggio assurdo delle chiese vuote? È certamente imbarazzante accettare lo svuotamento dei nostri spazi – e tempi – sacri come un monito profetico. Dovremmo avere occhi più penetranti, come quelli dei profeti biblici, che vedevano oltre le paure del popolo, le brame dei re e il formalismo dei sacerdoti. Dovremmo entrare in un processo di discernimento spirituale, a cui non sono abituate, purtroppo, le nostre comunità cristiane, nemmeno quelle di vita consacrata, spesso prigioniere di emozioni e visioni religiose che hanno poco in comune con l’ascolto contemplativo e disarmante della parola di Dio.

Un segno premonitore Perché non riconoscere allora nelle chiese vuote un segno di quanto potrà succedere in un futuro non molto lontano, se non riformeremo – più evangelicamente – le nostre comunità? E perché prendersela con il coronavirus, ...

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