Carla Juacaba, Vatican Chapels (Venezia, Fondazione Cini 2018)

NÉ SUL MONTE GARIZIM
NÉ A GERUSALEMME

Giannino Piana 

La desacralizzazione è stata, fin dall’inizio, uno dei connotati fondamentali del cristianesimo. In un mondo – quello pagano – costellato di divinità che occupavano gli spazi naturali e presiedevano alle diverse funzioni esercitate dall’uomo non fa meraviglia che i cristiani venissero considerati come atei.

In continuità con la precedente tradizione ebraica essi adorano un Dio unico, che non esita ad affermare con forza la sua trascendenza. Come JHWH, il Dio di Israele, il quale nel momento in cui si fa alleato del popolo rivendica la sua infinita diversità e distanza, prescrivendo all’uomo di non farsi di lui immagine alcuna e persino di non chiamarlo per nome (Es 20, 4-6), anche il Dio di Gesú

Cristo è geloso della sua radicale alterità.

Culto, tempio, legge La fedeltà a questa alta concezione di Dio ha subìto nel corso della storia della salvezza, sia ebraica sia cristiana, gravi contraccolpi. La tentazione di catturare Dio, asservendolo al proprio potere e ai propri interessi, ha imboccato spesso la strada della sacralizzazione di alcune realtà che hanno a che fare con l’esperienza religiosa.

Tra queste un ruolo particolarmente rilevante hanno avuto, nel mondo ebraico, il culto – si pensi alle invettive della predicazione profetica nei confronti del culto materiale – il tempio e, nell’ultima fase – quella del giudaismo – la legge, divenuta, dopo la distruzione del tempio, l’unico riferimento per la religiosità del popolo (cfr Salmo 119).

Nel Nuovo Testamento la tentazione di far ...

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