26 marzo 2017

NEI MONASTERI
SI ASPETTA IL DOMANI DI DIO?

MichaelDavide Semeraro

monaca

Nell’anno giubilare appena concluso, tra i gesti e le parole di papa Francesco vi è stata pure la promulgazione della Costituzione Apostolica Vultum Dei quaerere (VDq). Ai monasteri è chiesto, “a cinquant’anni” (VDq, 8) dalla chiusura del Concilio, di radicalizzare la propria consacrazione alla ricerca dell’essenziale e dell’invisibile e di farlo in modo compatibile e sempre più adeguato all’incremento di intelligenza evangelica che ha rappresentato il Vaticano II.

Ci vorrà molto coraggio nell’accogliere e onorare la sfida di discernimento e di evangelizzazione della stessa vita monastica lanciata da papa Francesco. Il primo punto è la rinuncia serena e gioiosa a quel complesso di superiorità spirituale di cui si parla già nella Evangelii Gaudium, quando si citano i sette pericoli da cui guardarsi nella Chiesa e il primo dei quali sono “i purismi angelicati” (EG, 231).

Nell’alveo dell’avventura discepolare
Nella Vultum Dei quaerere, la vita monastica, particolarmente espressa in quella femminile interamente dedita alla vita contemplativa, viene riportata nella sede naturale dell’avventura “discepolare” di ogni battezzato.

Ogni discepolo è chiamato a combattere la buona battaglia della fede in modo incarnato e storicamente reperibile. Di conseguenza, la vita claustrale viene sottratta all’aura di un mondo a parte cui si delega la preservazione di uno spazio di sacralità per diventare una protesta contro tutto ciò che non profuma di Vangelo.

In questo spazio rischia di sopravvivere, in altre forme, la casta di sacerdotesse, mai completamente cancellata dall’inconscio collettivo. Come già per la vita consacrata in genere, anche per la vita monastica, non esclusa quella femminile, l’elemento profetico è rimesso al centro rispetto a quello “sacerdotale-sacrale”. Papa Francesco sottolinea che

La vita monastica, elemento di unità con le altre confessioni cristiane, si configura in uno stile proprio che è profezia e segno e che «può e deve attirare efficacemente tutti i membri della Chiesa a compiere con slancio i doveri della vocazione cristiana». Le comunità di oranti, e in particolare quelle contemplative, «che nella forma della separazione dal mondo, si trovano più intimamente unite a Cristo, cuore del mondo», non propongono una realizzazione più perfetta del Vangelo ma, attuando le esigenze del Battesimo, costituiscono un’istanza di discernimento e convocazione a servizio di tutta la Chiesa: segno che indica un cammino, una ricerca, ricordando all’intero popolo di Dio il senso primo ed ultimo di ciò che esso vive (VDq, 4).

La domanda di papa Francesco
Questa nota rappresenta il vero punto di svolta. Detto in altre parole, ciò che caratterizza una comunità monastica non è il fatto che si trovi in uno “stato di perfezione” particolarmente eccelso.

La vocazione e l’appello fondamentale è vivere, in fedeltà alla grazia battesimale, una “istanza di discernimento e convocazione”: separazione e connessione diventano le due facce della medesima “koinonia” (VDq, 25) che si vive all’interno delle comunità con cuore aperto verso il mondo esterno.

Tutta la Chiesa è chiamata a prendere coscienza del dono che la vita contemplativa rappresenta come luogo profetico in cui si custodisce una distanza e una differenza irrinunciabili per tenere vivo il discernimento di ciò che è essenziale. Nondimeno, ad ogni monaca e monaco personalmente è chiesto ancora una volta di lasciarsi interpellare dalla domanda posta da papa Francesco il 21 novembre 2013 nel monastero camaldolese di sant’Antonio all’Aventino: “Nei monasteri si aspetta il domani di Dio?”.

Il “domani di Dio” evocato da papa Francesco è indubbiamente un dono, ma è pure il frutto dell’esercizio della responsabilità, necessariamente ascetica (VDq, 35), di farsi discepoli di una Tradizione nella fatica appassionata dell’incardinazione, nel presente, dei valori di sempre.

Neppure i monasteri sono esenti dal cammino di Chiesa “in uscita” (EG 19-24), per rischiare anche nuovi percorsi per raggiungere la medesima meta in un dinamismo autenticamente pasquale. Anzi, i monasteri sono chiamati ad essere audacemente in prima fila nell’essere segno profetico di quel “domani di Dio” che va non solo accolto, ma pure ricompreso continuamente nella fedeltà e nella libertà.

Non è certo un caso che Antonio il grande, dalla profondità del suo deserto di solitudine fiorito di comunione, continui a ricordare ai contemplativi: “Il monaco ha due cose: le Scritture e la libertà”.

Profeti e non comparse da museo della spiritualità
Con la Costituzione Apostolica Vultum Dei quaerere, papa Francesco ha offerto alla Chiesa un testo gemello dell’Amoris Laetitia. Se i siti conservatori sono stati allarmati da un testo che riguarda le monache “di clausura” definendolo un tentativo di “sovietizzazione dei monasteri” è perché la Costituzione Apostolica tocca uno degli ambiti di sacralità rassicurante.

Sia pensando alla vita delle famiglie che a quella che si vive nelle comunità monastiche, papa Francesco mette al centro la necessità di un discernimento “caso per caso” capace di non accontentarsi di ripetere ciò che si è sempre fatto, ma di aprirsi a processi sempre più complessi e veri di vita realmente accolta e condivisa.

I monasteri sono chiamati a diventare dei laboratori in cui, come è già avvenuto in passato, monaci e monache diventano profeti di incarnazione del Vangelo e non comparse di musei di spiritualità o guide di siti archeologici. Papa Francesco invita le comunità monastiche a riappropriarsi dell’interezza della grazia del loro stato di vita.

Si tratta da una parte di ricentrare la vita delle comunità attorno alla Parola di Dio e ai sacramenti, ma pure di verificare la bontà dei cammini vissuti a partire dalla capacità di vivere in modo equilibrato tutti gli aspetti della vita monastica.

La separazione dal mondo diventa così una cura della propria postura profetica contro la mondanità di tutti quegli atteggiamenti e scelte che non sono in linea con le esigenze del Vangelo. Il silenzio diventa una scuola di comunione e non semplicemente la mortificazione dell’espressione della propria personalità.

L’abbandono alla provvidenza non esime i monasteri dalla comune legge del lavoro per guadagnarsi da vivere e soccorrere i poveri. Così pure l’uso dei mezzi di comunicazione non è demonizzato e, al contempo, è sottomesso ad una continua attenzione perché la giusta informazione la necessaria formazione non si trasformi in fuga dal reale della vita concreta del monastero.

Il progresso nell’intelligenza della Rivelazione
La Costituzione Apostolica Vultum Dei quaerere, è un testo assai significativo e importante. Viene infatti confermata la stima per la vita contemplativa nella Chiesa e per il mondo, ma non senza far cadere tutta una serie di ambiguità “sacrali”. Ciò che papa Francesco chiede alle monache è di evangelizzare la vita monastica con coraggio e senza paura.

Il Concilio Vaticano II e la sua grata memoria nel Giubileo straordinario della Misericordia hanno dimostrato che non solo è possibile, ma persino doveroso il progresso dell’intelligenza della Rivelazione.

Questo incremento di intelligenza del mistero di Cristo e del suo Vangelo esige che la stessa vita contemplativa sia capace di darsi in forme nuove di una fedeltà radicalmente monastica e profeticamente evangelica. Siamo tutti sulla stessa barca e dobbiamo, insieme, affrontare amorosamente il mare aperto della storia perché sia sempre di più storia di salvezza.

Alle monache e ai monaci è chiesto di tenere alto il livello di una vita discepolare capace di essere una silente ma efficace protesta contro tutto ciò che può disumanizzare la vita di tutti i fratelli e sorelle in umanità.

Fratel MichaelDavide Semeraro
Monaco benedettino, biblista
www.lavisitation.it

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Sul tema dell’articolo l’autore ha pubblicato: La protesta della vita contemplativa, EDB, Bologna 2017, pp. 168

 

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