30 dicembre 2017

UNITA’ DEI CRISTIANI.
IL LABORATORIO ECUMENICO
DELLE VALLI VALDESI

Paolo Bertezzolo

Pastore e pastori della Chiesa Valdese

Papa Francesco il 13 febbraio del 2016, sull’aereo che lo stava portando a Cuba dove, dopo secoli di polemiche e scomuniche reciproche tra la Chiesa cattolica romana e la Chiesa ortodossa, avrebbe incontrato il patriarca di Mosca e di tutta la Russia Kirill, ha detto ai giornalisti che lo accompagnavano: “L’unità si fa camminando. Una volta io ho detto che se l’unità si fa nello studio, studiando la teologia e il resto, forse verrà il Signore e ancora noi staremo facendo l’unità. L’unità si fa camminando, camminando: che almeno il Signore, quando verrà, ci trovi camminando”.

Un viaggio per incontrare e conoscere
Un esempio di quel che ha inteso dire Francesco, piccolo, se si vuole, ma estremamente significativo e che può diventare fecondo per tutta la Chiesa, è dato da ciò che si sta facendo nelle valli piemontesi storicamente abitate dai valdesi. Sono state recentemente visitate da un nutrito numero di aderenti al Gruppo per il pluralismo e il dialogo di Verona che, tra le sue attività, organizza annualmente un viaggio per incontrare realtà significative sul piano sociale, “politico” e religioso, in Italia e in Europa. Quest’anno, in occasione del 500° anniversario della riforma protestante, ha deciso di recarsi appunto nelle valli valdesi, dove sono stati visitati luoghi, incontrate persone e conosciuto esperienze.

Da una cinquantina d’anni, in quella parte d’Italia, tra Chiesa cattolica e Chiesa valdese si sta realizzando un cammino comune per affrontare alcuni problemi che emergono nella vita quotidiana dalle due comunità. Come ha confermato mons. Giorgio De Bernardi, da pochi mesi vescovo emerito di Pinerolo, quell’esperienza non può essere sradicata. Pastori illuminati, vescovi e preti hanno lavorato in modo fecondo.

I risultati sono molto interessanti, innanzitutto per il metodo che viene seguito, che è quello dell’ “ecumenismo pastorale”: il “camminare” di cui ha parlato appunto Francesco. Non si tratta, evidentemente, di mettere da parte la teologia ma di cercare di non rimanere chiusi entro il suo recinto.

Una vita interconfessionale  
Occorre comprendere che l’ecumenismo di “scuola e di curia” non basta. Esso va arricchito da un altro ecumenismo, quello appunto dei contatti umani vivi e autentici, e dei problemi concreti che si vivono. Come rispondere alla richiesta di due giovani, appartenenti alle due diverse confessioni, che si amano e decidono di sposarsi, intendendo farlo da cristiani? E come seguire il loro percorso di fede quotidiano, la pratica religiosa, il battesimo dei figli, la loro educazione alla fede?

Queste questioni sono particolarmente sentite, poiché nelle valli i matrimoni interconfessionali sono ormai tantissimi, i bambini delle due confessioni crescono insieme, studiano insieme, vivono quotidianamente insieme. Il confronto sui temi pastorali è dunque importante, perché i problemi da affrontare sono comuni e riguardano, come ha detto ancora mons. De Bernardi, la formazione del cristiano, non di un valdese o di un cattolico.

Scopo comune è trovare le vie per far sì che il vangelo diventi vita, specialmente nei giovani. A loro è dedicata un’iniziativa piuttosto interessante, il Grest estivo di Perosa. E’ frequentato da 260 ragazzi, 80 valdesi 80 cattolici e 100 ortodossi. Vivendo insieme questa esperienza, imparano che “la fede è un arcobaleno” come si esprime il pastore Mauro Pons. Proveniente egli stesso da una famiglia interconfessionale (la mamma è di origine cattolica) è un forte sostenitore di questo modo concreto e “dal basso” di costruzione della futura comunità cristiana. È convinto, infatti, che l’identità “pura” cattolica e valdese nelle valli presto sparirà e che questo sarà un bene per i giovani, che sperimenteranno un cristianesimo “meticciato”.

Punti di incontro e nodi da sciogliere
I punti salienti dell’esperienza che si sta realizzando tra cattolici e valdesi sono vari. L’ecumenismo appare più “facile” nella condivisione del testo biblico, o nell’impegno comune su temi sociali scottanti, come il contrasto della violenza sulle donne e la lotta contro le nuove povertà. In comune, valdesi e cattolici hanno poi il dialogo ecumenico con la Chiesa ortodossa, con le altre Chiese evangeliche e il dialogo interreligioso con l’Islam.

Nodi restano invece aperti su punti più “caldi”, come la cura pastorale delle coppie miste, il battesimo ecumenico e l’ “ospitalità eucaristica”. Il più impellente appare quello delle coppie interconfessionali. Si è giunti ad un comune riconoscimento del matrimonio e del battesimo interconfessionali, approntando liturgie apposite. Ma ciò che è stato acquisito a livello locale, non è stato ancora riconosciuto “giuridicamente”. Infatti non si è ancora giunti alla sua “approvazione” da parte della commissione liturgica romana e del sinodo valdese.

Sono stati comunque predisposti documenti e sussidi pastorali comuni sulla celebrazione dei matrimoni e dei battesimi interconfessionali, dove vengono indicati i percorsi da seguire a pastori, preti e coppie.

I maggiori problemi riguardano il matrimonio interconfessionale, in particolare per quanto riguarda il momento eucaristico. Il documento comune indica infatti di non celebrarlo, per evitare “divisioni”.

La questione eucaristica
L’“ospitalità eucaristica” rimane dunque irrisolta. Qualche passo avanti, nelle valli piemontesi, si sta facendo. Pure alcune parrocchie di Torino stanno sperimentando la condivisione del pane come momento eucaristico comune. Si vorrebbe estendere questa esperienza anche nelle valli e con i circa 60.000 ortodossi piemontesi, ma ancora non è possibile farlo. La difficoltà viene soprattutto dalla parte cattolica (e ortodossa), poiché la Chiesa valdese ammette la partecipazione di tutti i battezzati all’eucarestia durante la “Cena del Signore”.

Particolarmente significativa, per la soluzione di questi problemi, appare l’azione realizzata da mons. De Bernardi. Quando papa Francesco ha visitato il tempio valdese di Torre Pellice, nel 2015, gli ha presentato un documento in cui, tra l’altro, chiedeva un’attenzione particolare del Sinodo sulla famiglia, allora in corso, per le famiglie interconfessionali, auspicando che cogliesse la loro esistenza come un’opportunità ecumenica, da valorizzare grazie ad una “teologia del cuore” capace di far volare alto il cammino ecumenico. Ma è andato anche oltre.

Ha infatti scritto un documento (“tre paginette” le ha definite, con molta umiltà) sulla possibilità che nei matrimoni interconfessionali si condivida anche il momento eucaristico, facendolo avere a papa Francesco. Il papa gli ha suggerito di integrarlo con i tre “verbi” – “condividere, discernere, integrare” – che compaiono nell’ Amoris laetitia. Con tale modifica mons. De Bernardi lo ha fatto avere al card. Koch, presidente del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani.

Non sfugge a nessuno il grande significato che avrebbe l’accoglienza di questa richiesta: poter partecipare insieme all’eucarestia, pur in presenza di una diversa teologia cattolica e valdese che la riguarda, costituirebbe, pur nella sua “piccolezza”, un passo in avanti notevole verso quell’ “unità nella diversità” auspicata da tantissime parti come meta del percorso ecumenico di riconciliazione della Chiesa cristiana.

Cercarsi, incontrarsi, camminare insieme
Ci sono, non solo nelle valli piemontesi come sappiamo, esperienze di condivisione eucaristica tra cristiani (anche cattolici) di confessioni diverse. Ma riconoscerlo come parte integrante ed essenziale di un momento liturgico “ufficiale” avrebbe ovviamente un’altra portata. Si potrebbe pensare in modo diverso e nuovo il significato stesso dell’eucarestia come “segno di unità”: di un’unità appunto nella diversità, e come “sostegno”, aiuto, spinta, ad un cammino che, indirizzandosi, come dev’essere, innanzitutto a Gesù Cristo, diventerebbe ancora maggiore, in prospettiva (“camminando insieme”) anche dal punto di vista “teologico” e “dottrinale”.

La “lezione” che si può trarre dall’esperienza compiuta nelle “valli valdesi” è bella. Esse costituiscono un laboratorio ecumenico in cui imparare che non ci si deve rinserrare nel mondo delle nostre sicurezze, magari per difenderci da chi è diverso da noi, o per respingerlo. Occorre muoversi, cercarsi, incontrarsi: camminare insieme, appunto. È una lezione che devono imparare anche le nostre comunità cattoliche, diocesi e parrocchie, dove l’ecumenismo è ancora quasi del tutto assente e le poche iniziative che si prendono sono spesso più “rituali” o “subite” che volute con sincero desiderio di arrivare all’unità della Chiesa.

Paolo Bertezzolo
Membro del Gruppo per il Pluralismo e il Dialogo (S. Zeno di Colognola ai Colli / VR), aderente alla Rete dei Viandanti.

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