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Papa Giovanni XXIII mentre firma l'encinclica Pacem in terris

PERCORSI ECCLESIALI
ALLA RICERCA DELLA PACE

Con questo “editoriale” concludiamo la pubblicazione della Nota pastorale CEI, Educare a una pace disarmata e disarmante”, dedicata alla pace. Questa parte è ripresa dal paragrafo 2.   

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È paradossale: per parlare di pace, ci troviamo dinanzi in primo luogo la parola guerra. La tradizione teologico-morale della Chiesa cattolica in quest’ambito, infatti, si è a lungo basata sulla teoria della guerra giusta, la cui lunga storia affonda le radici in sant’Agostino e ha trovato approfondimenti in san Tommaso d’Aquino e padre Francisco de Vitoria[1].

Il «teorema» della guerra giusta
Tesa a limitare il più possibile il ricorso alla guerra per la risoluzione dei conflitti, essa era stata compendiata da Tommaso in tre condizioni morali. La prima riconosce solo all’autorità legittima (inizialmente quella del principe, successivamente quella di chi ha la potestà di governo) la competenza in merito, a evitare guerre private o conflitti armati per interessi di singoli.

La seconda condizione è la giusta causa: che vi sia la risposta a un’ingiustizia da riparare, anche se diversi storici hanno evidenziato che con essa si sia finito spesso per giustificare qualsiasi guerra, compresa quella per motivi religiosi. Infine, la terza condizione esige la retta intenzione di promuovere il bene e ristabilire la giustizia.

Tre criteri che – pur astratti – miravano a restringere il campo di giustificazione delle guerre; a essi il domenicano spagnolo de Vitoria aggiungerà la proporzionalità dei mali provocati rispetto al bene perseguito. Nel corso della storia il teorema è stato tramandato nei manuali di teologia, finché nel Novecento sono iniziate serie analisi circa la sua applicabilità[2].

Si è in primo luogo preso atto dell’approccio assolutista determinato dall’affermarsi degli Stati-nazione: se ognuno si pensava come società perfetta, senza autorità sopra di sé, ogni motivo valeva a giustificare interventi armati.

Un secondo elemento è la dinamica di trasformazione tecnologica: altro è la guerra all’epoca di Agostino fatta con spade e frecce, altro il passaggio alla polvere da sparo e alle armi da fuoco nel XV secolo, altro ancora l’uso di armi nucleari nella Seconda guerra mondiale o la guerra ipertecnologica contemporanea con droni, laser, satelliti e intelligenza artificiale. Trasformazioni che sempre più hanno reso totale una guerra che ormai non coinvolge mai solo gli eserciti, ma anche popolazioni, città e territori. Tali mutamenti invocano un nuovo pensiero sulla guerra, che faccia i conti con la realtà dei cambiamenti in atto e li consideri organicamente nella riflessione teologica.

Oltre la guerra giusta
Il Magistero del Novecento ha recepito tali trasformazioni ripensando radicalmente il teorema della guerra giusta, a partire dall’esperienza delle due guerre mondiali. Già Benedetto XV, il 1° agosto 1917, richiamava i governanti a cessare quella «lotta tremenda, la quale, ogni giorno più, apparisce inutile strage», facendo invece subentrare «alla forza materiale delle armi la forza morale del diritto». […]

Pio XII nel Radiomessaggio del 2 marzo 1939, dinanzi all’imminenza della guerra, così si esprimeva: «È con la forza della ragione, non con quella delle armi, che la Giustizia si fa strada (…) Nulla è perduto con la pace. Tutto può esserlo con la guerra. Ritornino gli uomini a comprendersi. Riprendano a trattare. […]

Sarà però soprattutto negli anni Sessanta che le armi sempre più distruttive, l’introduzione delle bombe atomiche, il coinvolgimento massiccio di civili, l’impossibilità di mantenere criteri di proporzionalità orienteranno a nuove e più esigenti conclusioni morali.

Così san Giovanni XXIII nella Pacem in terris parlando di «forza terribilmente distruttiva delle armi moderne», capaci di «distruzioni immani» e «dolori immensi», arriva a dire che «alienum est a ratione» (è al di fuori di ogni razionalità) «utilizzare la guerra come strumento di giustizia» (n. 67).

E san Paolo VI, indirizzandosi all’Assemblea generale delle Nazioni Unite, il 4 ottobre 1965, richiamava il fine ultimo di tale istituzione: […] «cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell’intera umanità!»[3].

Anche la Costituzione conciliare Gaudium et spes al n. 80 ricorda che «il progresso delle armi scientifiche ha enormemente accresciuto l’orrore e l’atrocità della guerra» e che gli attuali arsenali sarebbero in grado di realizzare la «totale distruzione delle parti contendenti». Per questo, essa conclude, «tutte queste cose ci obbligano a considerare l’argomento della guerra con mentalità completamente nuova»[4]. […]

Sulla base di questi e altri testi e interventi, anche in occasione di conflitti armati o di situazioni critiche, papa Francesco è giunto a offrire una posizione forte al n. 258 dell’Enciclica Fratelli tutti, punto di approdo fondamentale per il superamento del concetto di guerra giusta. […] Dinanzi a tecnologie e armi così distruttive occorre piuttosto concludere che […] «Dunque, non possiamo più pensare alla guerra come soluzione, dato che i rischi probabilmente saranno sempre superiori all’ipotetica utilità che le si attribuisce. Davanti a tale realtà, è molto difficile sostenere i criteri razionali maturati in altri secoli per parlare di una possibile “guerra giusta”. Mai più la guerra!»[5].

Il Magistero sociale postconciliare giunge, dunque, ad affermare che nessuna guerra può oggi essere giustificata. La sproporzione distruttiva e l’incontrollabilità di armi tecnologicamente devastanti impediscono di associare il sostantivo «guerra» e l’aggettivo «giusta»; mai più! La vera domanda è piuttosto: come costruire pace?

Le fragilità della pace
Lo stesso Magistero ha sottolineato che la pace non è solo assenza di guerra; san Giovanni XXIII nella Pacem in Terris ne sottolineava il legame inscindibile con i diritti umani delle persone e dei popoli.

San Paolo VI ricordava, d’altra parte, che «lo sviluppo è il nuovo nome della pace» (Populorum progressio 76): […] «le disuguaglianze economiche, sociali e culturali troppo grandi tra popolo e popolo provocano tensioni e discordie, e mettono in pericolo la pace»[6]. Povertà e ingiustizie, violenze e umiliazioni rendono precario ogni tentativo di riconciliazione e di pacificazione.

«La pace non si riduce a un’assenza di guerra, frutto dell’equilibrio sempre precario delle forze. Essa si costruisce giorno per giorno, nel perseguimento d’un ordine voluto da Dio, che comporta una giustizia più perfetta tra gli uomini». […]

Allo stesso papa Montini si deve l’istituzione della Giornata Mondiale della Pace, a partire dal 1° gennaio 1968. Da quel momento, ogni anno il Santo Padre ha indirizzato un messaggio ai governanti, al corpo diplomatico, ai Vescovi, a tutti i cristiani e a tutti le persone di buona volontà: un ricco patrimonio di Magistero sociale da valorizzare, con forti approfondimenti sulle molteplici sfumature del meraviglioso e fragile diamante della pace. […]

Anche la Conferenza Episcopale Italiana ha accompagnato questo tempo con preziose riflessioni, come la Nota pastorale Educare alla pace del 1998[7]. Il documento descriveva una società lacerata e piena di tensioni: non solo episodi di violenza, ma un modello di umanità ben poco fraterno. […]

Una tale situazione, fatta di individualismo e concorrenza spietata, può essere trasformata solo da una comunità riconciliata, che sappia incontrare le persone con atteggiamenti di amore e «compagnia». La fede non può essere bandiera per identificare il «nemico» da eliminare, favorendo posizioni estremistiche e fondamentalismi che propongono l’odio per l’altro. Soprattutto, la Chiesa italiana ha individuato nel compito educativo il suo ruolo fondamentale per formare coscienze di pace.

Il Magistero di papa Francesco
Alla riconciliazione ha dedicato ampio spazio papa Francesco nel suo documento programmatico, l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium. Egli propone il dialogo sociale come contributo per la pace: ogni visione di pace autentica deve prevedere l’inclusione sociale dei poveri, in uno «sviluppo integrale di tutti» (n. 219), che richiama Populorum progressio. […]

Tra i grandi contributi di pace del Magistero di papa Francesco si segnala pure l’Enciclica Laudato si’: […] Se il mondo è il dono buono del Creatore, se tutto è connesso, la pace tra gli umani va di pari passo con quella con la terra: occorre un approccio sostenibile teso a superare l’economia dello scarto, per orientare a un’economia circolare.

Al contempo, l’impegno per la cura della casa comune in un tempo di degrado ambientale crescente esige un’umanità solidale e corresponsabile per le prossime generazioni. Solo così è possibile un approccio lungimirante e prospettico, capace di andare aldilà di politiche di corto respiro che generano conflittualità e guerre. L’ecologia integrale è dimensione qualificante della pace.

La legittima difesa
Il Magistero sociale postconciliare incoraggia l’educazione alla pace in una prospettiva di abbandono del concetto di «guerra giusta». Anche il Catechismo della Chiesa Cattolica parla di «strette condizioni che giustificano una legittima difesa con la forza militare» (n. 2309), rivedendo profondamente i criteri legati alla teoria della guerra giusta.

La riflessione morale, infatti, ricorda che l’uso della violenza a scopo difensivo può dirsi legittimo solo in presenza di un’aggressione in atto, quando si sia tentata ogni altra via per arrestarla e quando vi sia proporzionalità tra i beni da difendere e il danno arrecato: condizioni esigenti, raramente soddisfatte dai conflitti in atto.

Non a caso il Catechismo mette in guardia dai rischi della guerra moderna, che può condurre a violenze indiscriminate verso popolazioni civili, città, regioni. Esprime «severe riserve morali» sulla logica dell’accumulo delle armi e della deterrenza: «L’armarsi ad oltranza moltiplica le cause di conflitti ed aumenta il rischio del loro propagarsi» (n. 2315). La corsa agli armamenti non garantisce pace: occorre regolamentarne produzione e commercio, per evitare che interessi privati o collettivi compromettono l’ordine giuridico internazionale.

Né si può trascurare che «le ingiustizie, gli eccessivi squilibri di carattere economico o sociale, […], minacciano incessantemente la pace e causano le guerre» (n. 2317). L’impegno che ne deriva è per la giustizia sociale, scuola di prevenzione alle guerre.

Pace: un impegno per le religioni
Le parole del Magistero cattolico trovano consonanze nell’azione del movimento ecumenico, che già dai primi decenni del secolo scorso ha intrapreso percorsi di riconciliazione tra le Chiese cristiane e di dialogo interreligioso. Sono percorsi fondamentali in ordine alla costruzione della pace; per comprenderlo basta ricordare quanto forte sia stato il peso dei fattori confessionali in tante guerre che hanno segnato la storia europea degli ultimi cinque secoli.

Gli ultimi quarant’anni hanno visto, d’altra parte, il Consiglio Ecumenico delle Chiese accentuare l’impegno condiviso per Giustizia, Pace e Salvaguardia del Creato (nell’unità delle tre dimensioni). Anche la Charta Oecumenica – sottoscritta nel 2001 dalle Chiese europee e rinnovata nel 2025 – chiama ad una convivenza pacifica in un Europa plurale, riconciliata ed accogliente. […]

Pure fondamentale la dimensione interreligiosa, cui l’incontro di preghiera per la pace tenutosi ad Assisi nel 1986 ha offerto un paradigma ed uno stile: lo «spirito di Assisi». […]

La preghiera per la pace costituisce poi una dimensione importante dell’esperienza del Dialogo Interreligioso Monastico (DMI) che coinvolge una pluralità di realtà religiose.

Le religioni – troppe volte coinvolte in drammatiche dinamiche conflittuali – hanno in sé, infatti, enormi potenzialità di pace da valorizzare e custodire. In tale direzione guarda il Documento sulla fratellanza umana, siglato nel 2019 ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmad Al-Tayyeb: un potente invito alla riconciliazione tra credenti e con ogni persona di buona volontà. In esso ci si impegna ad «adottare la cultura del dialogo come via, la collaborazione comune come condotta, la conoscenza reciproca come metodo e come criterio».

Un testo importante, ampiamente ripreso nell’Enciclica Fratelli Tutti[8] e dal n. 123 del recente Documento finale dell’Assemblea Generale del Sinodo dei Vescovi[9].

In Italia ha un particolare rilievo la Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei del 17 gennaio, il cui avvio da parte della CEI risale al 1990. Al dialogo cristiano-islamico è invece dedicata la Giornata del 27 ottobre, celebrata ecumenicamente a partire dal 2001.

Dedicato alla pace anche il recente Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia firmato congiuntamente il 29 agosto 2025 dal cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della CEI assieme alle massime autorità delle Comunità ebraiche e musulmane[10].

Avvertenza
I titoletti che intervallano l’articolo non corrispondono al testo originale, ma sono redazionali.
Le note qui riportate nel testo originale sono numerate dalla 26  alla 47. Avendo operato dei tagli non ci sono tutte le note comprese in questo intervallo.
Il testo riprodotto nel documento originale va da p. 15 a p. 21.
 Le altre parti della Nota pastorale sono state pubblicate con i seguenti titoli:
Per la pace, leggere l’oggi della storia
Beati i costruttori di pace 
Il Dio della violenza e della pace

Note – – – – – –
[1]  Sulla teoria della guerra giusta e sul suo superamento si vedano: L. CREMASCHI (a cura), I cristiani di fronte alla guerra. Pace e nonviolenza nella tradizione cristiana dalle origini a oggi, Qiqajon, Magnano 2015; D. MENOZZI, Chiesa, pace e guerra nel Novecento: verso una delegittimazione religiosa dei conflitti, il Mulino, Bologna 2015; R. MANCINI – B. SALVARANI, Oltre la guerra. Le vie della pace tra teologia e filosofia, Effatà, Cantalupa (TO) 2023; M. RUBBOLI, I cristiani, la violenza e le armi. Percorsi storici e revisioni storiografiche, Edizioni GBU, Chieti 2024.
[2] Il passaggio è efficacemente ricostruito in E. CHIAVACCI, Teologia morale 3/2. Morale della vita economica, Cittadella, Assisi 2008.
[3] PAOLO VI, Discorso alle Nazioni Unite, 4 ottobre 1965.
[4] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Gaudium et spes, cit., 80.
[5] FRANCESCO, Lettera enciclica Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 258.
[6] PAOLO VI, Lettera enciclica Populorum progressio, 26 marzo 1967.
[7] CONFERENZA EPISCOPALE ITALIANA, Educare alla pace, Nota pastorale della Commissione Ecclesiale giustizia e pace, 23 giugno 1998.
[8] FRANCESCO, Lettera enciclica Fratelli tutti, nn.5, 29, 136, 192.
[9] FRANCESCO, Per una Chiesa sinodale: comunione, partecipazione, missione, Documento finale della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2-27 ottobre 2024), 26 ottobre 2024.
[10] Appello alle Istituzioni Italiane, ai cittadini e ai credenti in Italia, firmato da UCEI – Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, UCOII – Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, COREIS – Comunità Religiosa Islamica Italiana, Moschea di Roma e CEI – Conferenza Episcopale Italiana, 30 agosto 2025 (Cf. https://www.chiesacattolica.it/appello-interreligioso-rivolto-alle-istituzioni-italiane-ai-cittadini-e-ai credenti-in-italia/).

[Pubblicato il 16.2.2026]
[L’immagine  è ripresa dal sito: https://www.vaticannews.va/it]

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