PRETI CHE ABBANDONANO:
LA DIFFICILE LETTURA DELLA CHIAMATA
Virginia Isingrini
La crisi che colpisce il ministero presbiterale non è più una novità. A parte alcune isole felici, la situazione a livello mondiale è pressoché la stessa: diminuzione del clero e suo progressivo invecchiamento. Al calo numerico si aggiunge il fenomeno delle uscite di chi è già stato ordinato, rendendo il panorama inquietante e incerto. L’abbandono di presbiteri che hanno pochi anni di ordinazione non fa meno scalpore mediatico di quello dei più anziani, soprattutto se noti alle reti sociali o in ruoli apprezzati dall’opinione pubblica. «Sapeva parlare il linguaggio dei giovani»; «Aveva moltissimi fallowers»; «Era un ottimo parroco, si era speso per i poveri», si legge su giornali e social media. Alcuni di loro hanno reso pubbliche le ragioni della loro scelta: chi per sposarsi, chi per dichiarare un orientamento sessuale ritenuto incompatibile con il ministero, chi perché non si ritrovava più in un ruolo ritenuto anacronistico e frustrante. Gli ideali che li avevano spinti ad abbracciare il presbiterato si sgretolano rovinosamente, lasciandoli spesso in balia di depressioni e sensi di smarrimento. «Ha tradito la vocazione»: se non glielo dicono gli altri, se lo ripetono da soli. Non è possibile analizzare qui le molteplici cause di questo fenomeno. Tra le tante vorremmo soffermarci su alcune questioni cruciali: quale rapporto tra questa crisi e l’attuale formazione presbiterale? Chi abbandona, si è sbagliato quando è entrato in seminario o quando se n’è andato?
Da chi sono chiamato?
Parlare di «vocazione/chiamata» significa orientare in un certo verso la questione. «Vocazione» è infatti il termine prevalente usato nei documenti del Magistero che trattano i temi relativi alla formazione presbiterale. «Il dono della vocazione sacerdotale» è il titolo apposto alla Ratio Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis della Congregazione (ora Dicastero) per il Clero del 2016. Nella Bibbia troviamo molti racconti di vocazione. ci bastano alcune annotazioni essenziali: nell’Antico Testamento è sempre Dio che chiama, o un suo intermediario per affidare una missione in vista del bene del suo popolo. In alcune occasioni il chiamato presenta delle obiezioni e dà avvio a un dialogo, Mosè è l’esempio più significativo al riguardo. In altri casi la chiamata è immediata e il prescelto obbedisce senza obiezioni, come nel caso di Abramo.
Ora, tutte queste figure, sono state oggetto di una eccessiva «personalizzazio-ne», fatte diventare personaggi storici in carne e ossa privandole della loro natura letteraria e della dimensione sociale, fondamentale nel contesto biblico.
Anche i racconti di vocazione del Nuovo Testamento hanno conosciuto questa «privatizzazione». Gesù consacrato da una voce celeste nel Giordano, inizia a proclamare il vangelo del regno. Lungo il mare di Galilea chiama i primi discepoli, e altri ne chiamerà, uomini e donne, affidando loro di renderlo presente nel mondo. Chiaro che una volta che se n’è andato rimane soltanto la voce «visibile» nelle parole della Scrittura e nella comunità dei credenti. Dall’antichità fino a oggi vi sono state e vi sono persone che si sentono «chiamate». Il vero problema è: da chi sono chiamato? Come discernere la voce? È ascolto o semplice proiezione del proprio inconscio? È obbedienza o fanatismo? È dedizione agli altri o autoaffermazione? La certezza la si conquista ormai sempre e solo passo dopo passo. La questione del discernimento diviene quindi decisiva.
Una chiamata ecclesiale
Già nel Nuovo Testamento l’assenza del Risorto spingerà le prime comunità cristiane a fare fronte alla propria organizzazione interna. La nascente chiesa di Gerusalemme dovrà affrontare conflitti interni, per esempio quello nato tra i discepoli provenienti dal giudaismo e quelli dall’ellenismo. Il problema è la distribuzione del cibo alle vedove di quest’ultimo gruppo (cf. At 6). Ed è proprio qui che gli apostoli propongono di incaricare «sette uomini di buona reputazione, pieni di Spirito Santo e sapienza».
Ci troviamo di fronte al primo esempio di «chiamata ecclesiale», dell’«invenzione» di un ministero che neppure Gesù aveva previsto. Non è un individuo che si offre o si dice chiamato da Dio per quella missione, è la chiesa che sceglie alcuni suoi membri a tale scopo. Ciò che conta è la «buona reputazione», la qualità della vita cristiana dei chiamati, le caratteristiche umane e spirituali che li rendono idonei a quel compito.
Troveremo molte volte questa preoccupazione nelle lettere deuteropaoline quando si tratta di scegliere i presbiteri, gli anziani della comunità (cfr. 1Tim 3; Tt 1–2). Si insiste sulle qualità umane di cui devono essere provviste le guide della comunità credente, sia uomini che donne (Tt 2,3-5), L’accento non cade ancora sull’istituzione di un ministero stabile e trasmissibile, né sulla vocazione divina di cui sarebbero oggetto, bensì sul bisogno della chiesa di dotarsi di guide autorevoli e competenti. La costituzione in un determinato ufficio è opera di discernimento della comunità più che di una elezione divina «fin dal seno materno».
La comunità non è considerata determinante
Nel lungo e complesso sviluppo della storia della Chiesa questi capisaldi hanno via via perso d’importanza in favore di una visione sempre più intimista e monastica della vocazione presbiterale di cui troviamo abbondanti tracce nella Ratio del 2016. È vero che qui la comunità cristiana viene indicata come la destinataria della vocazione presbiterale, oppure come luogo in cui questa può nascere ed essere coltivata, ma non è mai considerata come il soggetto determinante nella chiamata e nel discernimento vocazionale. Si afferma, di contro, che è la Trinità stessa, attraverso lo Spirito, a suscitare nel cuore dei prescelti il desiderio di rispondervi. Toccherà al vescovo, e più concretamente al rettore del seminario con i rispettivi collaboratori, discernere se chi si dice chiamato da Dio è veramente tale. Il discernimento si gioca privatamente tra il seminarista e il formatore di turno, a dispetto dell’affermazione che ricevere l’ordine sacro non è un «diritto» del candidato (§ 201).
È un compito arduo cercare di riassumere in poche righe i termini in cui vengono descritti nella Ratio le condizioni, gli scopi e gli elementi caratterizzanti la «vocazione» presbiterale. Al di là delle singole note, è importante cogliere la musica di fondo, musica che può coniugarsi in alcuni casi con dinamiche narcisistiche personali e istituzionali. Il candidato è un «diamante grezzo da lavorare con cura» (§1), chiamato prima a essere discepolo missionario di Cristo e poi a configurarsi a lui nella figura del buon pastore, che dà la vita per il proprio gregge (§3), noncurante dei sacrifici. È in più modi sottolineato il suo ruolo fondante la Chiesa attraverso la funzione pastorale, sacramentale e docente. È lui l’«amministatore dei misteri di Dio», attribuendogli una prerogativa che Paolo (§4 della Ratio della CEI del 2013; 1Cor 4,1) chiede invece di addebitare a lui, servo di Cristo, e ai suoi collaboratori, non al presbitero in sé.
Un’immagine fortemente idealizzata
La formazione umano, intellettuale, spirituale e pastorale dev’essere integrale e integerrima sotto tutti i punti di vista, in poche parole, il presbitero dovrebbe essere esperto in tutto perché chiamato a entrare in dialogo con tutti e a rispondere a qualsiasi bisogno. Deve tendere alla verità oggettiva e universale, conosciuta nella sua completezza, da trasmettere ai fedeli. Il presbitero è un uomo povero, casto e obbediente, uomo di preghiera e della Parola, uomo eletto e consacrato/separato per il servizio della Chiesa e trae la sua identità da Cristo che «realizza la nuova alleanza per mezzo dell’offerta di sé e del suo sangue e così genera il popolo messianico» (§30). Lo sviluppo e la maturità da raggiungere in campo psicoaffettivo e psicosessuale sono considerati il «fondamento» necessario su cui costruire tutte le altre dimensioni via via più «alte» fino a giungere alla santità (§63). Per questa ragione si dovrà escludere la presenza di patologie psichiche da verificare ricorrendo prudentemente alle scienze umane.
Da questi brevi cenni si ricava un’immagine di presbitero fortemente idealizzata senza la quale la Chiesa non potrebbe sussistere (§2 Ratio formationis della CEI del 2023). L’elezione divina di cui è oggetto ne fa un essere «altro», al di sopra dei semplici cristiani. In quest’ottica, il celibato diventa quasi «necessario» per mantenere l’aura di un sacerdozio eterno, diverso per autorità e grado da quello dei fedeli, essendo egli in terra il rappresentante di Cristo, uomo celibe, capo del corpo che è la Chiesa. In questa visione le membra hanno senso e valore se sono governate dalla testa. Non si afferma mai che è la comunità cristiana a «fare» il presbitero, «membro» a sua volta di un corpo il cui capo è Cristo, pastore fattosi Agnello.
Dall’idealizzazione alla kenosi
Certamente questa può sembrare una conclusione parziale, tenuto conto del tenore ideale che caratterizza tutte le Ratio, ma è difficile non sfuggire da questa impressione. Ciò che colpisce è al contempo il movimento contrario che viene ripetutamente contrapposto a questa spinta onnipotente. Sono innumerevoli le raccomandazioni alla kenosi, alla dimenticanza, di sé, alla rinuncia a sentirsi «funzionari del sacro» (§84), a dominare sui fedeli, a essere freddi e distanti nei rapporti. Fa specie l’invito a disfarsi del clericalismo (§33) quando tutto l’impianto della Ratio è percorso dalla stessa ambivalenza della Lumen gentium e del Codice di Diritto Canonico: da una parte si parla della Chiesa come popolo di Dio e poi la si divide tra chierici (gerarchia) e non chierici, cioè i laici. La radice inestirpabile del clericalismo è tutta qui.
Com’è possibile liberarsi da una visione di imprescindibilità e di grandiosità quando l’impianto ecclesiologico e formativo spinge da quella parte? La risposta che pare emergere dai testi del Magistero è che questo potere sacro e «speciale» trova la sua vera natura nel momento in cui è inteso come «servizio». Non mancano riferimenti all’identificazione con Gesù «servo» e a tutte quelle prerogative di abbassamento e di offerta della vita che esso comporta. Se il presbitero intavola delle relazioni improntate al dominio, se spadroneggia sul gregge, se fa il funzionario del sacro, è visto come un difetto personale da correggere però non si insinua che queste derive provengano da una visione ecclesiale che le sostiene. Chi invita a «scendere» dal piedistallo è lo stesso che ve l’ha messo sopra.
Un’amara contropartita
Il potere come servizio è uno slogan che continua ad avere molto successo, nondimeno se non è bene inteso può diventare a sua volta ragione di dominio e sopraffazione poiché genera rapporti – attribuiti alla volontà divina – volutamente ed eternamente asimmetrici. C’è chi «deve dare» e chi «deve ricevere», senza la possibilità che i ruoli vengano invertiti, favorendo così la deriva autoritaria di un amore/servizio che ha bisogno di essere necessario.
La svalutazione e la distruzione di sé può essere l’amara controparte di una idealizzazione che non viene soddisfatta o non viene raggiunta come ci si attenderebbe. Quando si esalta troppo la figura del presbitero è inevitabile che si generino dal punto di vista intrapsichico e comunitario, aspettative esagerate a cui è impossibile rispondere. Ciascun individuo reagisce come può a questa tensione: o riesce a convivere serenamente con essa, accettando di fare quello che può; o si rifugia in compensazioni secondarie, magari rivendicando le proprie prerogative; o abbandona il ministero.
Un’ambivalenza da risolvere
Le questioni sollevate finora vanno oltre un dovuto, serio e invocato discernimento nel tempo della formazione. Se è la visione di Chiesa, della gestione del potere e dell’autorità che vengono messi in discussione da una tale concezione del ministero presbiterale, allora gli orizzonti debbono essere allargati. L’ambivalenza della Lumen gentium va risolta perché non si può affermare che il presbiterato è da vedersi «dentro» la Chiesa, espressione del sacerdozio comune e al contempo metterlo «al di sopra» di essa, differente per essenza, grado e autorità, sebbene ordinato a quello dei battezzati (cf. LG 10). La questione è centrale e dirimente.
La comunità ecclesiale non può essere ridotta a destinataria della «propria vocazione» presbiterale. Il progetto di Dio è sempre un progetto comunitario a cui ciascuno si rende disponibile secondo il dono ricevuto. Nella misura in cui il presbiterato riacquisterà la sua dimensione ministeriale scostandosi dal modello monastico – dove sì ha senso parlare di «vocazione» – allora anche la comunità non solo si farà responsabile della propria edificazione, ma anche della vita, della formazione e dei bisogni di coloro che hanno accettato di guidarla sotto l’impulso dello Spirito.
Virginia Isingrini
Missionaria Saveriana, psicoterapeuta e biblista
Al complesso tema del presbitero (figura, ruolo, formazione…) Viandanti ha dedicato un Convegno e vari contributi. Per favorire la ricerca elenchiamo i link alle singole pagine o articoli.
• Convegno nazionale “Un Buon Pastore. Per un nuovo ministero ordinato”
– Presbiteri e ministeri per una Chiesa comunità di comuità (Documento post Convegno)
• Articoli
– Cesare Baldi, La formazione dei presbiteri è fondata su equivoci
– Paolo Cugini, Presbiteri guide di comunità: quale discernimento?
– Cesare Baldi, Approfondimenti “eretici” sulla formazione deipresbiteri cattolici
– Riccardo Larini, Riflessioni “eretiche” sulla formazione dei presbiteri cattolici
– Piana Giannino, Un testimone del Vangelo per gli uomini d’oggi
– Fulvio De Giorgi, Chi semina vento raccoglie tempesta, ovvero la mancata selezione dei preti
– Marco Guzzi, Ri-formare i cristiani a partire dai presbiteri
• Un libro per approfondire:
MichaelDavide Semeraro, Preti senza battesimo? Una provocazione, non un giudizio
San Paolo, Cinisello Balsamo (MI), 2018, pp. 156.
[Pubblicato il 6.3.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: www.difesapopolo.it]
