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BEATI I COSTRUTTORI DI PACE

“Educare a una pace disarmata e disarmante” è il titolo di un’importante e articolata Nota pastorale che la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) ha pubblicato agli inizi di dicembre sul tema della pace.
La pace: una condizione alla quale, con fortune alterne, l’umanità aspira da sempre, che papa Leone XIV non ha smesso di invocare e di indicare dal momento della sua elezione ad oggi.
La Chiesa cattolica dal 1968, per volere di Paolo VI, dedica, proprio nel primo giorno dell’anno, una Giornata mondiale alla pace. Un memento ai governanti, ai popoli e a ognuno di noi.
Dopo aver appena pubblicato ampi stralci del primo capitolo (qui), proseguiamo ora con un’altra parte della Nota pastorale CEI per mantenere viva la memoria di un impegno che deve durare un anno intero e oltre[V]

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Più che dibattere sulla liceità della guerra, si tratta di costruire pace; occorrono artigiani di pace, soggetti che da un cuore pacificato sappiano trarre le energie per operare per essa nella storia e nel tempo, a tutti i livelli. È una responsabilità che interpella in modo forte i credenti, chiamati a ricercare il Regno di Dio, che è regno di giustizia e di pace, e operare per essa con coraggio e creatività. La pace viene dal futuro e invita a superare contraddizioni e timori, in una lucida testimonianza evangelica.

Tra i tanti e le tante testimoni importanti in tal senso ricordiamo due Vescovi: mons. Luigi Bettazzi (1923-2023) e mons. Tonino Bello (1935-1993), da cui viene – insieme al movimento Pax Christi di cui sono stati presidenti – un richiamo forte e continuativo ad un’incisiva azione di pace, nel contrasto alla guerra e alla corsa agli armamenti. […]

Educare alla pace 
L’educazione è determinante per una vera conversione alla pace. È un’istanza urgente, che esige il coinvolgimento sinergico di una pluralità di soggetti, nella comunità ecclesiale e non solo, per coltivare cuori e forme di vita pacificate e pacificanti. […]

Papa Leone XIV ha ripetutamente sottolineato la centralità della pace e, rivolgendosi ai Vescovi italiani, ha esortato ad un impegno diffuso e capillare:

«Auspico, allora, che ogni Diocesi possa promuovere percorsi di educazione alla nonviolenza, iniziative di mediazione nei conflitti locali, progetti di accoglienza che trasformino la paura dell’altro in opportunità di incontro. Ogni comunità diventi una “casa della pace”, dove si impara a disinnescare l’ostilità attraverso il dialogo, dove si pratica la giustizia e si custodisce il perdono. La pace non è un’utopia spirituale: è una via umile, fatta di gesti quotidiani, che intreccia pazienza e coraggio, ascolto e azione. E che chiede oggi, più che mai, la nostra presenza vigile e generativa»[1]. […]

Importante, in particolare, sottrarre la pace a interpretazioni e pratiche ambigue, a quelle trasmigrazioni semantiche simili all’avvertimento del Salmo 28,3: «Parlano di pace al loro prossimo, ma hanno la malizia nel cuore» e, per questo, formarsi a uno stile di vita nonviolento e adottarlo. La nonviolenza, infatti, non è semplice presa di distanza dall’uso della forza o resa di fronte alla violenza, ma visione nuova dell’esistenza e delle relazioni, animata dall’amore per il nemico insegnato da Gesù stesso: «Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per i vostri persecutori» (Mt 5,44). […]

Ma l’educazione alla pace si fa prima di tutto nel quotidiano. La famiglia è la prima palestra di educazione alla pace e vive questo ruolo essenzialmente nel dialogo intergenerazionale, evitando imposizioni di tipo autoritario o esercizi perversi di potere, che talvolta sfociano nel fenomeno tragico del femminicidio o in tragedie familiari. […]

Anche alla scuola si chiede una quotidiana conversione a una pratica di «comunità educante» che faccia emergere l’importanza e la bellezza di relazioni significative come elementi di una cultura di pace.

Valori condivisi come democrazia e partecipazione, cooperazione e pluralismo, fondano una prassi di pace. Una prospettiva nuova e più realistica è necessaria per lo studio della storia: non mera successione di guerre, ma esame critico di dinamiche e possibilità, attenta anche alla vita quotidiana di famiglie, lavoratori e bambini, che partecipano della storia stessa – talvolta subendone le conseguenze, talvolta contribuendo a processi di liberazione e cambiamento. Per una cultura di pace è essenziale coltivare tale memoria: la storia ha visto anche momenti drammatici, talvolta veri e propri genocidi; occorre ricordarli, assieme ai momenti di riconciliazione e di speranza. […]

Delegittimare la violenza, per l’alterità
Un’efficace educazione alla pace dovrà però radicarsi anche in una robusta prospettiva teologica e antropologica, che dalla Scrittura attinga alcuni riferimenti qualificanti. Vi sono, infatti, tre elementi che spesso vengono associati alla realtà dell’umano, come se ne fossero componenti ineliminabili che renderebbero inevitabile lo scatenarsi dei conflitti e la guerra.

Fondamentale quindi, per ognuno di essi, indicare alternative e disegnare una prospettiva più positiva.

La prima sfida è quella di delegittimare la violenza, quella che abbiamo visto occupare gli scenari internazionali, ma che rivendica centralità anche nello stesso dibattito culturale, quasi fosse una realtà ineliminabile dal nostro essere sociale e biologico, cui non resterebbe che adeguarsi.

Nella Scrittura abbiamo colto un orientamento ben diverso: pur riconoscendone la presenza, essa orienta soprattutto al suo superamento, nel segno dell’accoglienza dell’alterità. Per il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe – di Gesù stesso – l’essere umano è creato per una libertà che è soprattutto compito di cura per il fratello e la sorella; che è responsabilità per la libertà d’altri.

L’alterità che mi sta dinanzi può magari essere scomoda e potenzialmente conflittuale, ma io ne sono comunque compartecipe e responsabile. L’alternativa è la logica di Caino: quel rifiuto dell’altro/a che trasforma il conflitto in violenza, fino all’assassinio. Eppure, anche dinanzi a esso rimane un dato sorprendente: Dio punisce sì Caino, ma non lo distrugge, proteggendolo anzi da chi avrebbe voluto vendicare l’uccisione di Abele.

Il Vangelo della pace inizia qui, da quella misericordia di Dio che fonda il valore assoluto della dignità di ogni essere umano, rifiutando la logica della vendetta e orientando persino all’amore per il nemico. […]

Delegittimare l’inimicizia, per la riconciliazione 
In tale prospettiva va pure delegittimata quella prospettiva che fa della dialettica amico/nemico il motore della vita associata: la parola di Gesù rigetta tale prospettiva, invitando invece ad assumere la prospettiva del Padre che fa piovere e sorgere il sole anche sui malvagi.

Certo, i conflitti ci sono – entro le realtà statuali e tra di esse – ma la sfida è quella di imparare a gestirli in forme costruttive, ricercando patti e negoziazioni, senza assolutizzare le contrapposizioni. Possiamo far memoria in tal senso di san Francesco d’Assisi, che mandò i suoi frati a cantare il Cantico di Frate Sole, per invitare al superamento del conflitto che lacerava la città[2]. Ma possiamo ricordare anche Yitzhak Rabin (1922-1995) e Yasser Arafat (1929-2004), pronti ad osare nel 1995 accordi di pace che andavano al di là di storie di contrapposizioni e sangue tra israeliani e palestinesi. […]

La prospettiva è quella disegnata da padre Ernesto Balducci (1922-1992), che chiamava a prendere coscienza della condizione epocale in cui viviamo, anteponendo gli interessi dell’umanità a quelli delle tribù cui apparteniamo[3]. La sfida è quella di costruire una democrazia planetaria non centrata sul dominio di una cultura sulle altre ma sulla convivenza di tutte le «tribù della terra» in una solidarietà globale.

Delegittimare la guerra: nonviolenza
Comprendiamo allora – ed è il terzo passaggio – che è la stessa realtà della guerra a essere oggi inaccettabile. Questa è la convinzione che portava don Primo Mazzolari (1890-1959) a pubblicare nel 1955 Tu non uccidere[4] . Non esiste guerra che si possa dire giusta, perché essa (e già solo la sua preparazione con la corsa agli armamenti) provoca distruzioni estremamente peggiori di qualunque bene si voglia difendere, aggravando la miseria.

Anche dinanzi all’ingiustizia o all’aggressione, la via d’uscita è una resistenza pacifica, che privilegia la vita sulla giustizia, in un amore agli altri che svela la cattiveria dei malvagi non sposandone i metodi.

Per l’Italia tale esigenza può trovare un riferimento forte nel rifiuto della guerra dell’art. 11 della Costituzione, ma anche in quella tradizione giuridica orientata a un orizzonte cosmopolita che ha avuto tra i suoi esponenti Norberto Bobbio (1909-2004). […]

Prospettiva trasformatrice che, prima che a specifiche prassi, orienta ad una spiritualità attenta all’altro/a, al suo sentire, alla sua dignità: mai egli/ella potrà essere detto nemico/a. Qui si radica un agire della società civile e di movimenti sociali organizzati che rigetta la violenza ma opera con decisione per cambiamenti duraturi, per dis-armarci e ricostruirci come civiltà.

Alcuni testimoni della nonviolenza
Già abbiamo citato il pastore battista Martin Luther King (1929-1968), che seppe trarre dal Vangelo la forza per agire contro la discriminazione razziale. Ad ispirarlo la satyagraha – in indiano, «forza della verità», non certo espressione di debolezza o passività – del Mahatma Gandhi (1869-1948): centrata sul principio del «non offendere», essa non accetta che il fine giustifichi i mezzi, neppure per combattere l’oppressione e promuovere giustizia. Preferisce piuttosto subire un male, per dare testimonianza alla verità, non reagendo ad esso, fino a renderlo insostenibile ed inaccettabile anche a chi lo pratica.

Essa ha preso forma, tra l’altro, in alcune forme di resistenza civile contro il nazismo – quella del popolo danese contro i conquistatori o quella dei giovani della Rosa Bianca. Anche in Italia la nonviolenza ha riferimenti importanti, in Aldo Capitini (1899-1968), che ne ha testimoniato tutta l’efficacia, in Alexander Langer (1946-1995), che ha operato per la cura della terra e la convivenza tra genti diverse. Riferimenti importanti per una prospettiva che sa attingere a molte fonti per costruire pace, favorendo dialogo e ascolto in ambiti diversi.

Pace: compito primo della politica
Tali realtà mostrano tra l’altro che la pace non è semplice aspirazione. Se, infatti, la violenza attraversa tutta la vicenda umana, il costante bisogno di interrogarsi sul perché della guerra rivela che è essa ad essere percepita come anomala rispetto all’umanità e alla sua aspirazione profonda: una pace che è realtà affidata alla responsabilità degli esseri umani.

Ma, ricorda il salmista, la pace si scambia un bacio d’amore con la giustizia, in un binomio inscindibile da quello di misericordia e verità (cf. Sal. 84, 11-12). Non c’è pace senza ricerca di giustizia radicata nella verità. È questo che ha guidato l’esperienza di chi ha dedicato la vita a curare le ferite delle guerre: non giustizia come condanna, ma difesa della dignità di ogni persona, esercizio della distinzione fra errore ed errante richiamata da Pacem in terris al n. 93. […] La pace è possibile «a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana»[5].

Se la pace nella giustizia è affidata agli esseri umani, essa è soprattutto primo compito della politica. E fra le forme da essa assunte, la democrazia è certo quella più orientata alla pace. Democrazia è, infatti, non fare del conflitto politico causa di scontro, ma occasione di incontro; al cuore della sua logica sta la scoperta che nelle parole dell’altro, per quanto lontane dalle proprie, c’è sempre un frammento di verità che merita ascolto e attenzione, per imparare. La logica democratica nelle relazioni fra popoli e Stati è autentica quando abbandona ogni pretesa di unilateralità. La ricerca del bene comune si fa sempre con gli altri, fallisce con approcci identitari, che dividono e separano. […]

È l’approccio seguito da Giorgio La Pira nella sua esperienza politica, sia per l’Italia e Firenze che per le relazioni internazionali: la fatica del dialogo è lo strumento più efficace, nella città come nei rapporti fra popoli e Stati. […]

La scelta di non rispondere alla crisi con la debolezza della violenza, ma con la forza del confronto ha guidato anche Giuseppe Dossetti (1913-1996), specie negli ultimi anni della sua vita. Di fronte alla guerra in Iraq del 1990/1991, egli ammonì sulle conseguenze del ricorso alla violenza delle armi, invitando a gestire la crisi col dialogo e con la tessitura di relazioni […].

Rispetto del diritto internazionale e multilateralismo
Una logica autenticamente democratica, portata in una dimensione internazionale anche grazie al diritto, permette di recuperare alla politica anche il concetto di famiglia umana, caro al Magistero della Chiesa[6]. Si tratta di pensare la condizione di esseri umani e popoli in termini di ascolto reciproco e di rispetto dell’altrui dignità. Il Concilio ricordava che: «ogni parte della famiglia umana reca in sé e nelle sue migliori tradizioni qualcosa di quel tesoro spirituale che Dio ha affidato all’umanità»[7]. […]

E tale sforzo è necessario ora, mentre sembra venir meno un linguaggio politico condiviso, persino sulle definizioni di «guerra» e «pace», e in cui tornano a prevalere la competizione e la corsa agli armamenti.

Per fondare l’opposizione a esse occorre anche una seria formazione al rispetto del diritto internazionale, al multilateralismo e al funzionamento degli Organismi sovranazionali […]. La cooperazione a livello internazionale non può ignorare che la via della non proliferazione delle armi nucleari esige un rinnovato impegno, che persegua la strada tracciata dal Trattato sia fedele ai trattati. […]

Fondamentale è quindi il ruolo delle istituzioni internazionali, a partire dalle Nazioni Unite, che in molte occasioni hanno portato contributi fondamentali alla pace; in parecchie situazioni di conflitto i caschi blu hanno avuto un ruolo determinante.

Proprio per questo è essenziale proporre una riforma delle stesse Nazioni Unite che davvero ne faccia un luogo in cui la famiglia umana si mostri come comunità unita nel farsi carico della responsabilità di governare la terra. Va superata una struttura giuridica che riflette gli esiti della Seconda guerra mondiale, come se l’ordine internazionale potesse solo rispecchiare le istanze del più forte o del vincitore. Una riforma compiuta delle Nazioni Unite, che restituisca a tale istituzione autorevolezza e capacità di fare pace, deve essere patrimonio di tutti e responsabilità di tutti. […]

Il dialogo tra le religioni
Se già abbiamo segnalato il volto purtroppo ambivalente delle religioni in ordine alla pace, una quarta dimensione di costruzione della pace dovrà disinnescare i germi di violenza ancora presenti in esse, per coltivare invece i potenti semi riconciliazione che esse portano nel cuore.

Il cammino del dialogo, scelta fondamentale della Chiesa del Concilio (si pensi in particolare al Decreto Unitatis redintegratio e alla Dichiarazione Nostra aetate), assume in tal senso oggi un valore essenziale.

Importante far memoria di chi già lo ha percorso, aprendo percorsi di cui oggi comprendiamo tutta la rilevanza. Si pensi all’esperienza di Maria di Campello (1875-1961) e ai rapporti di dialogo e di fraternità con testimoni di pace come Gandhi, Schweitzer e Mazzolari che ella intratteneva dal suo eremo.

Si pensi a Maria Vingiani (1921-2020), fondatrice del SAE (Segretariato Attività Ecumeniche), pioniera nel contribuire all’avvio di cammini di dialogo tra le Chiese in Italia nel post-concilio. Fondamentale in questo tempo di globalizzazione ritrovare l’ispirazione di donne capaci di tessere convivialità e sororità tra le diverse realtà religiose […].

Di particolare rilievo in tal senso l’orizzonte del Mediterraneo, culla delle tre grandi religioni monoteistiche, speranza di una pace/shalom/salaam possibile, eppure oggi spazio di drammatica contraddizione.

Preziosa la memoria dei monaci di Tibhirine, che in terra d’Algeria hanno dato la vita nel 1996 per una presenza di pace in una terra segnata dalla violenza. Da segnalare oggi la Rete di Teologia del Mediterraneo, che mette in collegamento soggetti posti sulle sue quattro sponde, per ricercare un pensiero di riconciliazione che sani le ferite.

La riconciliazione e il perdono
Proprio la riconciliazione è essenziale per costruire pace. Se, infatti, fermare le armi è sempre fondamentale per uscire dalla guerra, le ferite che essa lascia hanno bisogno di tempo per risanarsi; di tempo e di una cura, cui le comunità religiose possono contribuire in modo determinante. […]

Il perdono diviene allora essenziale per spezzare la catena della violenza. Non si tratta di accettare o mettere tra parentesi situazioni di ingiustizia, né di dimenticare le vittime che l’hanno patita, ma di comprendere che la pace si fa solo andando al di là della vendetta e del risentimento.

Qui c’è un contributo determinante che possono apportare le comunità cristiane, chiamate a testimoniare un perdono gratuitamente concesso da parte di chi pure ha patito tutta la durezza di una violenza fino alla morte. La memoria di Gesù Cristo e della sua storia di nonviolenza diviene nelle comunità credenti invito a pratiche e pensiero che diano corpo alla sequela del Signore. […]

Obiezione di coscienza e servizio civile
Se quelli appena accennati sono i grandi orizzonti di una costruzione di pace, vi sono alcune aree specifiche in cui tale esigenza prende forma più concreta.

In un tempo in cui governi, attori politici e perfino opinioni pubbliche considerano la guerra come strumento privilegiato di risoluzione dei conflitti, occorre il coraggio di vie alternative per dare sostanza al realismo lungimirante della cura della dignità umana e del creato. Vale allora la pena di far memoria di esperienze civili di grande spessore, cui i cattolici hanno contribuito.

Una di queste è quella che ha portato a scoprire che la difesa della patria non si assicura solo con il ricorso alle armi, ma passa per la cura della civitas, attraverso l’obiezione di coscienza e il servizio civile. Il dibattito sull’obiezione di coscienza al servizio militare nella seconda metà del Novecento, che ha avuto un protagonista in don Lorenzo Milani (1923-1967), è stato un momento di crescita della consapevolezza morale del Paese.

Il riconoscimento di tale diritto ha mostrato una via per passare dalla logica del «se vuoi la pace prepara la guerra» a quella «se vuoi la pace prepara la pace». Tale esperienza ha rappresentato una semina che ha poi portato all’istituzione del servizio civile, non solo alternativa al servizio militare, ma come contributo alla vita del Paese e all’attuazione dei principi costituzionali del vivere civile.

C’è però anche una forma di difesa della patria che si compie nelle Forze armate ed essa non può lasciare indifferente la Chiesa: anche qui occorrono forme di assistenza spirituale che esprimano un’attiva sensibilità di pace.

Obiezione bancaria e professionale
Spesso si sente affermare che le armi sarebbero realtà moralmente neutra, il cui senso dipenderebbe solo dall’uso che se ne fa. È un’affermazione fragile, che dimentica che ogni arma è orientata all’uccisione o al ferimento di qualcuno: le azioni che a esse ricorrono sono di per sé moralmente problematiche (anche se in determinati casi possono essere legittimate dalle esigenze della difesa). Si dimentica soprattutto che la produzione ed il commercio di armi innescano meccanismi economici che tendono a perpetuarsi, sostenendo e talvolta fomentando conflitti o supportando regimi autoritari. Per questo una cultura di pace dovrà contrastare tali dinamiche, operando a diversi livelli. 

Una prima esigenza sarà quella di rafforzare la normativa in materia, irrobustendo i vincoli al possesso personale di armi e il contrasto all’esportazione di manufatti bellici – anche indirettamente, tramite triangolazioni – verso Paesi impegnati in azioni offensive o a rischio di usi in violazione dei diritti umani. Occorre un rinnovato impegno internazionale per il controllo degli armamenti, sia tra i Paesi alleati che con i Paesi rivali; gli accordi in tal senso sono ancor più necessari in presenza delle asimmetrie tecnologiche attuali che possono fornire agli Stati presunti vantaggi in caso di conflitto armato. […]

Una seconda esigenza è la presa di distanza da quelle realtà economiche che sostengono la produzione ed il commercio di armi. Occorre evitare la speculazione da parte di investitori che, sostenendo gli acquisti di titoli azionari dell’industria militare, contribuiscono all’economia di guerra e indirizzano, seppur inconsapevolmente, l’impegno militare da parte dei governi.

Nel Messaggio per la Giornata mondiale della pace 2025 papa Francesco segnalava «i cospicui finanziamenti dell’industria militare» tra i «fattori che, anche solo indirettamente, alimentano i conflitti che stanno flagellando l’umanità»[8].

Si parla talvolta di obiezione bancaria per indicare il disinvestimento – da parte di singoli ed istituzioni – da quei soggetti finanziari coinvolti in tali dinamiche. È un’opzione importante, che singoli e comunità possono valorizzare per esprimere una volontà di pace attenta a quei fattori strutturali che contribuiscono a dinamiche conflittuali.

Interpella, invece, in primo luogo la responsabilità personale l’obiezione professionale: è il gesto di chi rifiuta di mettere le proprie competenze professionali e lavorative a servizio di aziende orientate alla produzione di armi. Si tratta di una scelta che può essere onerosa in tempi di crisi del mercato del lavoro, ma che proprio per questo va segnalata e sostenuta anche da parte delle comunità. È anche questa una questione significativa, nella quale è coinvolta la coscienza credente, chiamata a praticare un attento discernimento su come costruire pace in tempi difficili.

Mai più la guerra
La pace è dunque un lungo percorso, perché è sfida complessa, impegno che tocca molte dimensioni della vita personale e sociale e che chiede un discernimento attento. E tuttavia la radicalità dell’annuncio evangelico va presa sul serio: la chiamata a essere operatori di pace deve farsi storia e vita delle comunità, per disegnare nella storia quello spazio di genuina fraternità cui guardava il n. 37 di Gaudium et spes. Ce lo chiedono le tante vittime della guerra e della violenza, il cui grido riecheggia quello di Abele (cf. Gen. 4, 10); ce lo chiede la terra, violata da un’umanità in guerra.

Lo stesso papa Leone XIV nell’Esortazione apostolica Dilexi te sottolinea lo stretto legame tra «la conversione spirituale, l’intensità dell’amore di Dio e del prossimo, lo zelo per la giustizia e la pace, il senso evangelico dei poveri e della povertà»[9].

L’annuncio del «Principe della pace» esige un no deciso alla logica bellica e scelte coerenti con esso. Esige il coraggio della parola che non vuol vincere, ma convincere, che sa essere semina di verità. Esige una testimonianza di speranza, uno stile di vita che abbia carattere dimostrativo e renda visibile, nell’abito esteriore e nel comportamento, l’aver scelto la pace come regola. Esige l’impegno umano portato fino ai confini del mondo, per tracciare sentieri che superino la violenza, nella cura dell’altro, nella pratica della misericordia e nella fraternità vissuta, per una pace disarmata e disarmante, per dire: «Mai più la guerra!».

Avvertenza
I titoletti che intervallano l’articolo non corrispondono al testo originale, ma sono redazionali.
Le note qui riportate, nel testo originale sono numerate dal 49 al 68. Avendo operato dei tagli non ci sono tutte le note comprese in questo intervallo.
Il testo riprodotto nel documento originale va da p. 21 a p. 34.

[1] LEONE XIV, Discorso ai Vescovi Della Conferenza Episcopale Italiana, 17 giugno 2025.
[2] Compilazione di Assisi, n. 84, in Fonti Francescane, Editrici Francescane, Padova 20113, n. 1616.
[3] E. BALDUCCI, Le tribù della terra: orizzonte 2000, Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole 1991.
[4] P. MAZZOLARI, Tu non uccidere, edizione critica a cura di Paolo Trionfini, EDB, Bologna 2015.
[5] FRANCESCO, Fratelli tutti, 3 ottobre 2020, 127.
[6] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Gaudium et spes, cit., 2.
[7] Ivi, 86.
[8] FRANCESCO, Messaggio per la celebrazione della LVIII Giornata mondiale della pace. 1° gennaio 2025, Rimetti a noi i nostri debiti, concedici la tua pace, 8 dicembre 2024.
[9] Leone XIV, Dilexi te, cit., 98.

[Pubblicato il 15.1.2026]
[L’immagine  è ripresa dal sito: www.centromissionario.diocesipadova.it ]

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