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Josef Mayr - Nusser Giuseppe Rizzi

CHI E’ IL MARTIRE

Josef Mayr - Nusser Giuseppe Rizzi

Chi è il martire? Rispondere non è facile. L’atteggiamento dei più nei confronti dei martiri è ambivalente. Il martire in genere diventa un fiore all’occhiello dell’istituzione rigorosamente post mortem, per lo più a distanza di molti anni dal suo martirio. Nel suo tempo il martire è spesso un incompreso. Un presbite che sembra non cogliere le dinamiche prossime degli opportunismi politici, i sottili distinguo del tatticismo pragmatico. In compenso vede quello che i più non vedono: comprende le emergenze, individua nitidamente le polarizzazioni etiche e metafisiche, sente il vento che spira, riesce a prevedere gli effetti e le conseguenze a lungo termine delle tendenze in atto. In altri termini, prevale in lui/lei la dimensione profetica. Il martire pertanto dà fastidio a molti, da molti è osteggiato e svalutato in vita. Sospetto di fanatismo e intransigenza fuori luogo, refrattario agli slogan del momento, controcorrente rispetto allo spirito del tempo, è indubbiamene un personaggio scomodo. Se la va proprio a cercare. Manca di buon senso, di savoir vivre. E’ estraneo alla logica del compromesso che da sempre regge il mondo.

Se dunque cresce oggi nella Chiesa l’urgenza di tornare a riferirsi alla dimensione estrema della testimonianza cristiana, forse non accade per caso. Si è svolta di recente la cerimonia di beatificazione di un testimone della diocesi di Bolzano-Bressanone: Josef Mayr Nusser, un giovane dirigente dell’Azione Cattolica, impegnato nelle attività caritative della San Vincenzo, forzatamente reclutato nelle SS dopo l’occupazione dell’Alto Adige-Sudtirolo da parte delle truppe tedesche e morto a trentacinque anni di stenti e maltrattamenti sulla strada verso Dachau, destinazione alla quale era stato condannato per aver rifiutato di giurare fedeltà a Hitler. Fiorisce quindi la pubblicistica che ripropone, sullo sfondo della ricostruzione storiografica, le testimonianze della vita e della passione di quest’uomo semplice che seppe leggere con estrema lucidità i segni dei tempi. I valori maturati e approfonditi in una vita vissuta all’insegna della modestia, della riflessione e della responsabilità gli diedero la forza, la coerenza e il coraggio, quando venne il momento, di anteporre la scelta per Cristo alla tutela della propria vita, alle logiche dell’appartenenza culturale a una minoranza lungamente perseguitata dal fascismo e persino ai profondi affetti familiari (quando fu deportato e morì nel tragitto, da pochi mesi gli era nato un figlio). La sintetica biografia tracciata nel libretto di don Giuseppe Rizzi precede una significativa raccolta di scritti d’occasione: discorsi e testi per i giovani di Azione Cattolica, lettere per la Conferenza della San Vincenzo, lettere private, per lo più indirizzate alla moglie. Una lettura che fa riflettere su una caratteristica propria delle parole dei martiri: la loro eterna giovinezza; la loro capacità di trascendere i limiti della situazione storica contingente e della persona che le pronunciò o le mise su carta. Una persona, come tutti noi, condizionata dalle circostanze casuali della sua nascita, del suo ambiente e della sua educazione. Mayr Nusser non era un intellettuale. Le note biografiche di don Rizzi rilevano le difficoltà economiche e familiari (dovute alla morte precoce del padre) che indussero Josef a rinunciare al sogno di studi superiori per accontentarsi, dopo aver frequentato una scuola di avviamento al commercio, di un posto di commesso in un negozio di tessuti a Bolzano, dove conobbe la futura moglie, l’amata Hildegard. Nel tempo libero tuttavia il giovane e impegnato attivista cattolico non trascurava la propria formazione culturale: studiava San Tommaso e gli scritti di Thomas Moore; ma aveva anche letto il Mein Kampf e le teorizzazioni razziste di Rosenberg: conosceva il nemico.

La minoranza di lingua e cultura tedesca del Sudtirolo divenuto Alto Adige aveva, a grande maggioranza, salutato le truppe hitleriane come liberatrici da un ventennio di angherie e di oppressione da parte del regime fascista, intollerante delle minoranze linguistiche e culturali. Possiamo dunque immaginare, pensando al clima avvelenato dalla guerra e da accese passioni nazionalistiche, come dovessero risuonare agli orecchi dei più le seguenti parole di Mayr Nusser: “Abbiamo bisogno di personalità piene dello Spirito di Cristo. Ma lo sappiamo, oggi valori come personalità, libertà individuale ecc. non hanno un’alta quotazione. Oggi tutti parlano della comunità etnica, alla quale tutto il resto dovrebbe essere subordinato. Valori come “terra e sangue”, che pure hanno un grande significato, ma nei limiti posti dal Creatore, vengono oggi assolutizzati e interi popoli basano la loro vita culturale su fondamenta malsicure, come la questione razziale. Il singolo viene valutato esclusivamente in quanto membro del corpo etnico e alle autorità spirituali, private o anche pubbliche, viene concessa possibilità di azione solo nel momento in cui si abbassano a servire lo stato. Le personalità forti, con un carattere ben definito, che rifiutano di seguire i grandi del momento, sono considerate elementi di disturbo e accusate di essere dannose alla comunità etnica.” Nonostante l’acuta percezione che Mayr Nusser ebbe della malignità del nazismo e dell’oscurità dei tempi, domina nei suoi scritti quella speranza che egli, in una sua lettera d’inizio anno ai giovani di AC, definì “ottimismo eroico”: “In quanto cattolici non dobbiamo vedere il futuro dipinto di nero, anche se il cielo è coperto di nubi di tempesta, ma avere fiducia anche quando non sembra più esservi speranza. Dobbiamo, in altre parole, avere anche il coraggio di un ottimismo eroico. La fede infatti ci insegna: Dio sa trasformare in bene anche il male, ha inserito anche il male nel suo piano eterno di salvezza. Anche se incontriamo una delusione dopo l’altra, anche se apparentemente la malvagità di Satana e degli uomini sta trionfando, la fede ci dà la certezza che alla fine solo il bene rimarrà.”

Mayr Nusser è stato indicato da papa Francesco come un modello di santità per tutti i laici; credo che la storia di vita e le limpide parole contenute nel libro di don Rizzi mostrino come la testimonianza di verità, integrità, fede, speranza e amore facciano di questo nuovo beato un punto di riferimento per ogni cristiano, a prescindere dal suo stato di vita.

Simonetta Giovannini

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