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Cesare e Dio

DIO NON È UN ALTRO CESARE

Cesare e Dio

Cesare e Dio sono due sovrani, ciascuno con un proprio regno, che coesistono indisturbati e si guardano da lontano?

Potrebbe essere così, se si pensa al rapporto tra Stato e Chiesa come a un rapporto tra due poteri, politico e religioso. Come se la Chiesa fosse un potere religioso con un proprio ambito, che la storia moderna e la laicità hanno distinto dal potere politico, ma in fondo simile ad esso. Tale diffuso modo di pensare ha tratto grande alimento dal detto del Vangelo di Matteo “Rendete a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio” (22,21). Come se con queste parole Gesù avesse voluto tracciare un confine tra due ambiti, istituendo una sorta di contabilità tra il dare e l’avere di Cesare e quello di Dio in cui a una entrata sul versante corrisponde automaticamente un’uscita sull’altro. Non è forse secondo questa logica che, anche in Italia in anni recenti, sono state impostate le relazioni tra vertici ecclesiali e potere politico? C’è stato una relazione preferenziale con una parte politica in vista della produzione di norme favorevoli nei campi ritenuti eticamente sensibili.

Eppure, questa logica non corrisponde al reale significato del detto evangelico. Marco Rizzi, docente di Letteratura cristiana antica nell’Università Cattolica di Milano, ha tracciato una storia delle interpretazioni che ne sono state date, segnate già in partenza da un interesse non neutro, che ricerca il significato delle parole di Gesù non tanto alla luce di quei secoli lontani, quanto e soprattutto del presente dell’interprete che vi si è cimentato.

Rizzi parte dai Padri della Chiesa per arrivare al dibattito teologico-politico avviatosi nel Cinquecento che ha posto le basi della nascita dello Stato – e quindi del “politico” autonomamente inteso – e della modernità in generale. In questo processo, la Chiesa si è orientata a stipulare un compromesso, quale sarà l’alleanza tra trono e altare propria dell’ancien régime. Un esito che ha travalicato il messaggio evangelico.

«In un’epoca in cui la dimensione storica ha acquisito piena cittadinanza nell’ermeneutica biblica – conclude Rizzi –, sia pure senza alcuna ingenua pretesa di poter giungere per questa via a una forma più autentica del messaggio di Cristo, onestà intellettuale impone di riconoscere come tutto paia indicare in Matteo 22 l’enunciazione di un’opposizione tra due orizzonte radicalmente discontinui, quello di Dio e quello del potere umano, non un criterio di delimitazione di un confine giuridico tra due sfere di legittimità; esso non può venire così assunto a giustificazione né di una qualche forma di religione civile né di civiltà religiosa» (p. 219).

Dio non è un altro Cesare. La sua logica non è quella del potere, bensì quella dell’amore crocifisso. I cristiani, allora, più che cercare compromessi con il potere, dovrebbero essere testimoni di quell’amore. È una prospettiva che mette in luce un compito storico di ampia portata per i credenti di oggi e di sempre.

Christian Albini

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