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HÉLDER CAMARA
PADRE DELLA CHIESA LATINOAMERICANA

Della grande tradizione liberatrice della Chiesa latinoamericana, Hélder Camara è indubbiamente uno dei simboli più significativi e amati. E, di certo, è uno dei più importanti “Padri della Chiesa” in America Latina, come sono stati definiti i grandi vescovi della generazione del Concilio, di Medellin e di Puebla, in un accostamento tutt’altro che forzato con i “Padri della Chiesa” orientali e occidentali del IV e V secolo. È dunque assai preziosa la documentatissima biografia – dal titolo Hélder Camara. «Il clamore dei poveri è la voce di Dio» (Ave, pp. 233, 14 euro), che di lui ha scritto Anselmo Palini, attento osservatore della realtà latinoamericana e autore, tra l’altro, di libri su Romero e Marianella Garda Villas. Un libro che ripercorre l’incera traiettoria dell’indimenticato arcivescovo di Olinda e Recife, il quale partendo, come Romero, da posizioni conservatrici, approda via via alla visione profetica della Chiesa della liberazione.

E così Palini descrive il giovane sacerdote di Fortaleza degli «anni dell’integralismo», quando partecipa alle attività dell’Azione integralista brasiliana, che, con il suo motto “Dio, patria, famiglia”, guarda con simpatia al­ l’esperienza del fascismo italiano e del corporativismo portoghese («Avevo ventidue anni, sognavo anche allora di cambiare il mondo e lo vedevo diviso tra destra e sinistra, cioè tra fascismo e comunismo. Quale oppositore del comunismo, scelsi il fascismo»).

E lo accompagna lungo gli «anni del cambiamento», durante i quali, attraverso l’Azione cattolica, di cui viene nominato assistente nazionale, e la lettura degli scritti del filosofo francese Jacques Maritain, il neo vescovo ausiliare di Rio de Janeiro si stacca progressivamente dall’integralismo per abbracciare nuove visioni, come la concilia­ zione fra cristianesimo e democrazia, la condanna di ogni forma di totalitarismo, la libertà non solo per gli individui ma anche per i gruppi sociali, il rifiuto della violenza, un nuovo concetto di laicità.

Sono gli anni in cui la Conferenza dei vescovi brasiliani, di cui diventa segretario generale, pubblica, nel 1963, un documento in cui afferma la necessità di una incisiva riforma agraria, garantendo il proprio appoggio a quanti operano a banco degli operai e dei contadini e condannando coloro che «col pretesto di combattere il comunismo, per il timore di perdere i propri privilegi, alimentano paradossalmente la propaganda di idee sovversive ed esauriscono la pazienza dei poveri».

E sono soprattutto gli anni del Concilio, di cui si rivela uno dei più grandi protagonisti, pur lavorando soprattutto «dietro le quinte, nei contatti personali, intessendo una trama assolutamente ampia e significativa di rapporti con vescovi e cardinali di tutto il mondo», in particolare alla Domus Mariae sulla via Aurelia, sede dell’Azione cattolica femminile, in cui dom Hélder alloggia durante il Concilio, diventata, secondo le sue stesse parole, «un luogo di cospirazione evangelica e d i rivoluzione nonviolenta». Ed è su sua iniziativa, insieme ai vescovi belgi, che il 16 novembre 1965, pochi giorni prima della chiusura del Concilio, circa quaranta padri conciliari, oltre la metà dei quali latinoamericani, si riuniscono nelle catacombe di Santa Domitilla per una celebrazione liturgica presieduta da mons. Charles Himmer, vescovo di Tournai, durante la quale il vescovo belga illustra una serie di impegni che i presenti sono chiamati ad assumere. È il celebre Patto delle Catacombe, con cui i vescovi si impegnano a vivere in povertà, a rinunciare ai simboli del potere, a mettere i poveri al centro del loro ministero pastorale, a operare per la giustizia e per un nuovo ordine sociale.

Infine, gli «anni della profezia», quelli in cui, nominato arcivescovo di Olinda e Recife, abbandona definitiva­ mente il versante assistenziale, lasciandosi alle spalle l’idea di poter aiutare i poveri grazie alle sue amicizie con i ricchi e i potenti, per passare a denunciare e ad aggredire le cause strutturali della povertà e dell’emarginazione. Lo fa a Recife, dove lascia il palazzo di Sao José dos Manguinhos per andare ad abitare in tre piccole stanze annesse alla Igreja das Fronteiras e dove avvia una riforma agraria nelle proprietà fondiarie dell’arcidiocesi; lo fa alla Conferenza di Medellin, il vero atto fondativo della nuova Chiesa latinoamericana (difendendone poi l ‘eredità nella successiva Conferenza di Puebla), e continua a farlo durante tutti gli anni della dittatura, quando si schiera a fianco del popolo contro i militari, denunciando casi di tortura e carcerazioni arbitrarie e scatenando così l’ira del regime.

È allora che, dopo aver compreso l’impossibilità di cambiare la società a partire dai ricchi e aver riconosciuto la necessità di non limitarsi a dar «da mangiare a un povero», chiedendo invece «perché i poveri non hanno cibo», comincia a essere etichettato come “vescovo rosso” e a subire gli strali di un’impietosa campagna di persecuzione, da parte tanto del regime quanto della gerarchia ecclesiastica.

Una forza profetica, quella di dom Hélder, che si traduce infine nell’idea di organizzare un movimento, a cui dà il nome di «minoranze abramitiche o abramiche», destinato a lottare contro le strutture di oppressione operando una «pressione morale liberatrice» che chiama anche «violenza dei pacifici».

Claudia Fanti

Anselmo Palini, Hélder Camara. «Il clamore dei poveri è la voce di Dio», Ave, Roma 2020, pp. 233.

Ripreso da Adista/Documenti (n. 41) 21 novembre 2020

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