IL DIO DELLA VIOLENZA
E DELLA PACE
Proseguiamo con la pubblicazione della Nota pastorale CEI, “Educare a una pace disarmata e disarmante”, dedicata alla pace. Questa volta riprendiamo la parte dedicata all’excursus biblico.
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La pace ha anche bisogno di memoria; per questo ci volgiamo alle testimonianze che con maggior forza a essa orientano, a partire dalla Scrittura. […]
Il Dio biblico e la violenza
Proprio dalla Scrittura, fonte e riferimento di ogni agire cristiano, prendiamo le mosse; ne esploreremo la ricchezza in modo trasversale, raccogliendo attorno ad alcune prospettive chiave quanto emerge dall’Antico e dal Nuovo Testamento. Scopriremo così uno sguardo lucido sulla realtà della violenza, ma anche un nitido orientamento al suo superamento.
Nel primo racconto della creazione, Dio guarda con benevolenza ogni vivente e vede che tutto è «tov», che ogni creatura è buona, è bene. Nel mondo desiderato da Dio, regna la pace, lo shalom[1]: completezza, soddisfazione, assenza di recriminazione, vita in abbondanza […]; nel sogno originario di Dio le creature non si mangiano a vicenda (cf. Gen 1,29-20), né c’è sopraffazione o violenza, ma cura e responsabilità per ogni vivente (cf. Gen 1,28). […]
Il Dio della Bibbia è il Vivente, creatore, pieno di passione, e amante della vita, ma anche potenzialmente capace di violenza. Di fronte alla corruzione e alla malvagità dilaganti, egli si pente di aver creato l’umanità (cf. Gen 6,6) e manda il diluvio per distruggere tutto.
È anche colui che sostiene il popolo impegnato in guerre di conquista, vissute come condizione per poter esistere in autonomia e fedeltà all’alleanza dinanzi alle potenze idolatriche circostanti (Dt 7,5-6). […]. Il tema della guerra santa attraversa tutta la Scrittura, fino al compimento apocalittico della promessa messianica, descritto come vittoria sui nemici (cf. Ap 17-20). Non solo, quindi, il Dio della Bibbia conosce violenza e guerra, ma apparentemente ne è perfino tentato. Perciò occorre considerare che «le forme della violenza che coinvolgono direttamente o indirettamente Dio, nelle scritture bibliche, sono un tema complesso, che va analizzato con cura già sul piano storico-letterario»[2].
Lo shalom è dono di Dio e liberazione
Dio sceglie sempre la pace nelle concrete circostanze della storia. Quando il mabul, la grande inondazione, sta per distruggere tutto, mettendo a rischio la vita stessa, Dio prende una decisione unilaterale e incondizionata a favore della sua creazione. Mai più ripagherà l’umanità con il metro della esatta retribuzione: per quanto grandi possano essere l’iniquità, la violenza e il male da essa compiuto, Dio si ricorderà sempre che la vita delle creature è fragile e la custodirà, a prescindere dall’ingiustizia delle azioni umane (Is 54,10) […].
Dio non cessa di offrire la sua pace, possibilità di realizzare una vita piena, anche quando siamo peccatori e non la meritiamo (cf. Rm 5,6.8). Questo l’autentico volto di Dio, che anche Giobbe riconosce in tanta sofferenza: Dio non distribuisce premi e castighi secondo una giustizia retributiva volta alle azioni passate, ma tiene in vita la sua creazione fragile, prendendosi cura di ogni vivente perché si rigeneri e si apra al futuro (cf. Gb, 42,5). Lo shalom non è frutto di meriti umani, ma dono di Dio, che lotta per la vita e la custodisce. […]
La pace è frutto di lotta e di cura, anche in Dio. Si comprende così il linguaggio radicale di Gesù: nella prospettiva del Regno, lo shalom è liberazione dagli attaccamenti che impediscono di entrarvi. […] È entrare nella logica di Dio, sbilanciata per amore, nell’urgenza del Regno dove dominio e ingiustizia scompariranno.
In tale urgenza vanno interpretate alcune espressioni di Gesù, che non ci aspetteremmo: «sono venuto a portare non pace, ma spada» (Mt 10,34-39; Lc 12,51 53;14,26-27). […] Le spade sono presenti nel gruppo al seguito di Gesù (cf. Mt 26,51-54; Mc 14,47; Lc 22,49-51; Gv 18,10-11), ma netto e radicale è il rifiuto dell’autodifesa violenta, perfino nel momento dell’arresto. Gesù usa sì espressioni belliche, ma solo come metafora della lotta escatologica che è chiamato ad affrontare; conosce la violenza, la attraversa, la carica su di sé, rifiutando di farsi giustizia con le armi: va incontro alla vita, alla pace promessa dal Dio, che tutto ha creato «tov», buono.
Dio non abbandona alla violenza distruttiva
Se shalom dice il desiderio originario di Dio e quello più profondo e autentico di ogni vivente, la storia umana è però intrisa di violenza […] L’istinto di affermarsi a scapito della vita altrui è forte e il sangue di Abele ha intriso la terra fin dall’inizio. Il più forte si impone, senza misura e senza limite […].
La famiglia umana viene frantumata nella sua unità, come è narrato nella scelta di chi a Babele vuole costruire una città per «farsi un nome» (cf. Gen 11,4), e il primo peccato giunge «all’estremo nella sua forma sociale»[3]. Questa dimensione sociale, che ha sempre la sua origine nel cuore dell’uomo e nella sua responsabilità personale, arriva a coinvolgere i rapporti tra le comunità umane […]
Dio, però, non abbandona le creature alla violenza distruttiva e alla guerra, e dona al suo popolo la Legge, quella Torah che è direzione di vita e canone di giustizia. Il giusto si affida alla legge, la ama, la invoca come dono di Dio, anziché vendicarsi e agire con violenza (Sal 118, 29-32) […].
La stessa «legge del taglione» (occhio per occhio, dente per dente, vita per vita) è l’introduzione di principi fondamentali di civiltà giuridica: proporzionalità tra offesa e reazione, e necessità di determinare in giudizio le responsabilità e l’entità del danno.
Dirigere i nostri passi sulla via della pace
È una legge a favore delle parti più deboli della società, perché limita le possibilità del più forte, che avrebbe potere e mezzi per esercitare la violenza senza limiti, ma è invece chiamato a trattenersi. […] Come Dio, dopo il diluvio, ha scelto ancora una volta la vita, così la Legge è asimmetrica, favorisce i deboli, per portare ogni creatura nello shalom promesso.
Se Lamech vuole vendicarsi fino a settanta volte (cf. Gen 4,24), Gesù insegna che il perdono è smisurato: «settanta volte sette» (Mt 18,21-22), numero simbolico, che dice pienezza, completezza, shalom. Una misura pigiata, scossa e traboccante (cf. Lc 6,38) è la dis-misura della pace. […]
Il «Principe della pace» (cf. Is 9,5), che rende stabile la giustizia, è venuto nella storia come bambino, in un corpo innocuo e fragile; Gesù è entrato nel tempo, come un sole che sorge, per «dirigere i nostri passi sulla via della pace» (Lc 1,79) e ha portato a compimento il dono della Legge: «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).
Una prospettiva radicale: «non uccidere»
L’insegnamento di Gesù conduce alla radice profonda della Legge, che indica la direzione per la vera beatitudine (cf. Mt 5,1-11; Lc 6,20-23). La Legge può certo essere strumento nella prospettiva della guerra giusta e della pace ragionevole, fondata sulla deterrenza, sulla diplomazia e sull’armistizio, certo necessari per difendere le persone più deboli, per contenere la violenza del potere e combattere le ingiustizie.
Ma al cuore della stessa Legge si trova una prospettiva più radicale, che va oltre la ragionevolezza e mette in crisi le coscienze: «Non uccidere» (Es 20,13; Dt 5,17). Una parola netta, una parola di vita, difficile da coniugare nella complessità della storia, ma che indica una direzione, un orizzonte di beatitudine che per grazia possiamo accogliere.
La storia della salvezza è costellata di martiri di pace e nonviolenza, partecipi della resistenza del popolo in condizione di servitù: dal profeta Geremia allo scriba Eleàzaro (cf. 2 Mac 6,18-31), ai sette fratelli maccabei (cf. 2 Mac 7).
Tale postura di resistenza nonviolenta viene condensata nella profezia del Servo sofferente (cf. Is. 42,1-9). Il Nuovo Testamento vi vedrà una prefigurazione di Cristo, che si è addossato il male e la violenza ingiusta, senza cedere alla tentazione di autodifendersi o imporre la propria supremazia. […]
La pace di Cristo è diversa da quella che dà il mondo (cf. Gv 14,27), perché non è frutto di ragionevoli compromessi o rapporti di forza, ma ha origine nel riconoscimento che ogni persona è figlia di Dio, in una fratellanza/sororità estesa anche al nemico (cf. Mt 5,44; Lc 6,27.35).
Una “terra nuova” di pace e riconciliazione
In Paolo è centrale la pace come riconciliazione[4], quale frutto della giustificazione per fede: «Giustificati dunque per la fede, noi siamo in pace con Dio per mezzo del Signore nostro Gesù Cristo» (Rm 5,1).
Dio ha realizzato in Cristo la sua «alleanza di pace» (cf. Is 54,17) e questo è il fondamento della nostra speranza; anche se dobbiamo ancora passare attraverso violenze, guerre, sofferenze, queste sono come le doglie del parto (cf. Rm 8, 19 22): la creazione tutta vive tale gestazione, nella speranza di essere liberata dalla corruzione. L’inno della lettera ai Colossesi sviluppa tale visione universale e inclusiva della riconciliazione e rappacificazione in Cristo di tutte le cose, quelle che stanno sulla terra e quelle nei cieli (cf. Col 1,19-20).
La lettera agli Efesini guarda alla Chiesa come spazio di riconciliazione tra chi proviene dall’ebraismo e chi appartiene ad altri popoli e tradizioni, ma sono parole che risuonano forti anche per le situazioni di conflitto che viviamo oggi, nel mondo e nelle Chiese. Cristo è la nostra pace: in Lui il mondo nuovo – quello dello shalom originario – è realizzato. […]
Nella speranza contempliamo il compiersi del disegno della creazione, vediamo lo sguardo di Dio compiacersi di questa vita, come l’aveva sognata, prima del diluvio; nella speranza possiamo operare pace anche in tempi di violenza. Crediamo infatti «che Dio prepara una nuova abitazione e una terra nuova, in cui abita la giustizia, e la cui felicità sazierà sovrabbondantemente tutti i desideri di pace che salgono nel cuore degli uomini»[5].
Avvertenza
I titoletti che intervallano l’articolo non corrispondono al testo originale, ma sono redazionali.
Le note qui riportate nel testo originale sono numerate dalla 19 alla 25. Avendo operato dei tagli non ci sono tutte le note comprese in questo intervallo.
Il testo riprodotto nel documento originale va da p. 10 a p. 15.
• Le altre parti della Nota pastorale sono state pubblicate con i seguenti titoli:
Per la pace, leggere l’oggi della storia
Beati i costruttori di pace
Note – – – – – –
[1] Cf. G. GERLEMAN, Dalla radice “slm, avere a sufficienza”, in E. JENNI – C. WESTERMANN (a cura di), Dizionario teologico dell’Antico Testamento, Marietti, Casale Monferrato 1982, vol. 2, p. 834.
[2] COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE, Dio Trinità, unità degli uomini. Il monoteismo cristiano contro la violenza, 18 gennaio 2014.
[3] GIOVANNI PAOLO II, Esortazione apostolica Reconciliatio et paenitentia, 2 dicembre 1984, 188.
[4] Spesso Paolo parla del «Dio della pace»: Rm 15,33; 16,20; 1Cor 14,33; 2Cor 13,11; Fil 4,9; 1Ts 5,23; 2Ts
[5] CONCILIO ECUMENICO VATICANO II, Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo Gaudium et spes, 7 dicembre 1965, 39.
[Pubblicato il 3.2.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: [www.uaar.it]
