LA FILOSOFIA È UTILE
ANCHE NELL’EPOCA DELL’IA

Non senza ironia l’Autore avvia la sua riflessione chiedendosi a cosa possa servire la filosofia nell’era tecnologica. Davanti al repentino cambiamento che scienza e tecnica impongono ai consolidati paradigmi del vivere ci si può appellare ad un orizzonte non metafisico, ma almeno di verità e valori consolidati che qualifichino l’essere e indirizzino il dover-essere? Il libro cerca (con successo) di dire a che cosa e come la filosofia sia utile (non disdegnando questo termine, un tempo espulso dal discorso: la filosofia, ci hanno insegnato, non “serve a niente”, offre un senso). L’intento è dunque quello di porre la filosofia a fianco, o meglio “al servizio” della tecnologia che nella Intelligenza artificiale generativa (IA) ha oggi la sua punta. Ponendosi “alla giusta distanza” (p. 18) si vede oltre ai dati di fatto, si indaga il senso e si offrono indicazioni per l’agire. Il punto di partenza è la consapevolezza che “l’intelligenza artificiale non è un progresso della tecnologia, ma una metamorfosi di tutte le tecnologie” (p. 27), quest’ultime intese come l’insieme di apparati che sono in grado di agire con maggiore o minore (ma crescente!) autonomia e le cui azioni non sono sempre prevedibili e controllabili, “agenti veri e propri” (p. 28). Siamo in uno scenario nel quale naturale e artificiale non sono distinti e ciò impone una preliminare riconsiderazione dei concetti abitualmente utilizzati: intelligenza, verità, azione, ambiente, etica…
Il libro si snoda dunque in capitoli – leggibili, senza note a pié di pagina ma con rimandi ad una ampia bibliografia – che intendono innanzitutto segnare la distanza tra il funzionamento delle macchine e il comportamento umano, tra il vincolo ad un programma e riflessione/scelta dell’umano. La filosofia dell’IA proposta cerca quindi di “analizzare i cambiamenti concettuali e le modifiche dei contesti relazionali a cui stiamo oggi assistendo grazie all’utilizzo di alcune categorie già elaborate dalla storia del pensiero” offrendo una prospettiva nella quale “è possibile individuare anche altre possibilità di pensiero e di azione” (p. 36).
Sotto il titolo “Una nuova ecologia?” s’indagano i nuovi ambienti, i luoghi digitali nei quali informazione e comunicazione, relazioni, si affiancano al reale quotidiano, se non vi si sostituiscono (metaverso). La riflessione su “Chi è intelligente?”, cioè sulla legittimità e la significanza del concetto di “intelligenza” applicato alle macchine, è preliminare ad ogni indagine sulla IA. Una verifica del test di Turing mette in luce come non basti osservare l’esito del funzionamento della macchina per attribuire patenti di intelligenza, quanto occorra interrogarsi su chi conduce il test, porre il problema delle somiglianze e soprattutto sulle differenze. È possibile per le macchine gestire l’imprevisto riconducendolo al sistema regolare in cui operano; l’essere umano non necessariamente lo fa (p. 65) riconoscendo nell’imprevedibile piuttosto un limite. Relativamente agli effetti dell’agire, le macchine possono valutarli in forza di quanto stabilito dal programmatore; la loro moralità è introdotta dall’operatore, non riflettono su di essa, a differenza dell’umano che è in grado di valutare e cambiare i propri principi attraverso “un agire che si compie sapendo di agire” (p. 68). IA segue principi che non possono essere messi in questione dalla macchina che non ha intenzionalità, volontà, libertà. Certo il problema si pone laddove l’IA diventa sempre più autonoma, ma “la differenza fra l’agente artificiale e l’agente umano consiste nel modo in cui vengono raggiunti determinati obiettivi, non già nel fatto che questi obiettivi possono essere raggiunti” (p. 74). Insomma, “l’essere umano è intelligente perché è in grado di sporgere al di là di sé, e al di là del contesto in cui normalmente pensa e agisce” (p. 78). I sistemi di IA più che fare cose come gli umani sono in grado di “simulare”.
Molto interessante è, dunque, il capitolo “Chi imita chi?” dedicato alla mimesis: rispetto a quella antica, nella quale chi imita dipende gerarchicamente dal modello, oggi “sembra che la copia si sia svincolata ormai definitivamente dal proprio modello, rendendosi autonoma in tutto e per tutto da esso […] la rappresentazione ha assunto lo stesso valore della realtà” (p. 85). Anzi, non sappiamo più distinguere imitazione e realtà. “Per questo parlare di “realtà virtuale” non è affatto un ossimoro” (p. 86). Aggiungerei: noi, tutto, è un ossimoro! Così, rendere l’umano artificiale è rendere l’artificiale umano. L’impatto sulle relazioni inter-umano-robotiche (non so se si può dire così…) è evidente: forme di affettività, simbiosi, familiarità ma anche odio iniziano a manifestarsi (verso robot di compagnia, verso IA come confidente…). Annota Fabris come si va oltre “l’effetto Disney” (cioè l’antropomorfizzazione di certi oggetti/animali) e si giunge ad un capovolgimento: “nel momento in cui viene meno una chiara distinzione fra gli agenti umani e quelli artificiali, un’etica riguardante l’ambito dell’intelligenza artificiale diventa impossibile” (p. 94). Occorre, dunque, recuperare e salvaguardare le differenze al fine di assicurare la possibilità di una “mim-etica” (p. 97).
In un consequenziale capitolo su “Che cos’è la verità?” si affrontano le sfide delle fake news: i processi di comunicazione riproducono tutte le questioni accennate, le estendono al complesso delle relazioni private (ma c’è un privato nel mondo dei social?) e pubbliche, cioè alla politica, alla democrazia e ai suoi meccanismi che chiedono verità e affidabilità. Si giunge così al sesto e ultimo capitolo propriamente dedicato a “Quale etica per l’intelligenza artificiale?”
Fabris, dopo un confronto con alcuni modelli etici contemporanei, propone di considerare tre forme di etica applicata all’IA ritenute capaci di mettere in relazione l’agire dei soggetti umani e artificiali (p. 124).
Etica nella IA: “criteri elaborati e inseriti (cioè incorporati: embedded) dall’essere umano nel corso della progettazione, della costruzione e della programmazione di questi dispositivi tecnologici” (p. 125). Si parla di controllo umano attraverso limiti interni (“algoretica”) o normative esterne. Ma le macchine non sono fatte proprio per superare i limiti umani? Intenzionare un “limite” appare per certi versi velleitario (la sfida della scienza-tecnica è evolvere). Se, in una accresciuta autonomia, la macchina lo superasse? Chi è imputabile moralmente delle conseguenze?
Etica della IA: si tratta di “regolamentare l’agire umano […] nelle sue relazioni con l’agire dei programmi basati sulla IA” (p. 127), proprio in conseguenza del processo di modificazione delle categorie sociali e morali che quelle relazioni implicano. Così si tratta di interrogarci su “quali principii”, quali riferimento etici poniamo; su quali sono “i criteri secondo cui sia le macchine che gli esseri umani è bene che agiscano nel nuovo scenario? Chi li stabilisce?” (p. 129). È lo spazio dei codici che alcuni paesi si sono dati, ma che cozzano con la particolarità locale, la parzialità, di tutti i tentativi di normare qualcosa, nonché col problema sanzionatorio (quale cogenza della norma? chi è responsabile dell’IA?).
Etica per l’IA. Davanti al fenomeno globale dell’IA occorre riporre al centro l’essere umano in quanto titolare di “diritti e doveri” che hanno la pretesa di essere condivisi da tutti (p. 132). È l’alternativa alla legge del più forte. Si possono dedurre (da dove, come?) principii generali alla base dell’agire: beneficenza, non-maleficenza, rispetto dell’autonomia, giustizia trasparenza (es., L. Floridi). A fronte l’autore propone una “approccio dal basso” che parte dal confronto dei codici elaborati nel mondo dei quali evidenzia i motivi ricorrenti: trasparenza, privacy, responsabilità, giustizia, sicurezza, autonomia (p. 135). Ci sono certo obiezioni legate anche al contesto in cui essi sono declinati e applicati (l’UE non è la Cina), ma è ritenuta una via metodologica proficua, che può mette in circolo idee via via convergenti. Un compito aperto, comunque.
Alla fine si ritorna però alla questione del Limite. Esso appare il filo conduttore, la buona ragione per motivare e rispettare quei principii individuati. Siamo limitati, dobbiamo fermarci di fronte all’imprevedibile. Va bene, ma non è a motivo di ciò che il trans-umano si propone come alternativa? L’autore offre buone argomentazioni alla sua posizione, distingue “limite” (antropologico, insuperabile) e “confine” (contingente, superabile). Chiude con un tono perentorio, una “alternativa netta. Si tratta di decidere fra l’affiancamento e la sostituzione” tra macchine e umani (p. 146).
Non sono sicuro che il concetto di “limite”, pur condivisibile, sia facilmente spendibile nel panorama culturale. Forse è riconducibile all’ambito della precauzione, quel principio di responsabilità che Hans Jonas ci ha consegnato anni orsono davanti alle sfide ecologiche con uno sguardo – mi pare questo sì, un principio dirimente – intergenerazionale.
Fabrizio Filiberti
Adriano Fabris, La filosofia nell’epoca dell’intelligenza artificiale. Come ci aiuta a vivere negli ambienti tecnologici, Carocci Editore, Roma 2025, pp. 160
