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L’opera e il pensiero

La formazione giovanili: dall’AC alla FUCI

Cresciuto in una famiglia solidamente religiosa, Bachelet maturò una consapevole sensibilità ecclesiale già negli anni giovanili, durante i quali ebbe modo di frequentare contesti tra loro differenti ma ugualmente importanti nell’influenzare la sua preparazione intellettuale e spirituale: le associazioni giovanili di Azione Cattolica, la Congregazione eucaristica promossa dal futuro Cardinale Massimo Massimi – figura di grande rigore intellettuale, di forte spiritualità e di spiccata umanità presso cui Bachelet, tra l’altro, abitò per diverso tempo durante i mesi dell’occupazione nazista di Roma – l’ambiente dei gesuiti, cui non solo appartenevano i due fratelli maggiori Adolfo e Paolo, ma anche il direttore spirituale di Vittorio, una personalità di rilievo come padre Riccardo Lombardi. Il luogo decisivo per la formazione di Bachelet fu, però, la Fuci (Federazione universitaria cattolica italiana), cui Vittorio, come suo fratello Giorgio prima di lui, aderì nel 1944, dopo essersi iscritto nell’autunno 1943 alla Facoltà di Giurisprudenza della Sapienza. Una realtà, quella della federazione degli universitari cattolici, che durante il fascismo aveva rappresentato uno spazio privilegiato di elaborazione intellettuale e spirituale nel contesto della Chiesa italiana, in forza soprattutto dell’influenza esercitata da assistenti ecclesiastici di grande spessore, come Giovanni Battista Montini, prima, don Franco Costa e don Emilio Guano poi.

Fermenti di rinnovamento in anni difficili

Nella frequentazione del circolo romano e soprattutto della dirigenza nazionale della federazione, con cui venne chiamato a collaborare quasi subito anche per le difficoltà che la guerra aveva generato alla ricostruzione dell’organizzazione centrale, Bachelet consolidò la propria sensibilità, attenta, da un alto, all’importanza della relazione esistente tra fede e cultura, dall’altro, alla valorizzazione del protagonismo laicale all’interno della Chiesa e sul piano temporale, con un accento particolare sul significato ricoperto dall’esercizio della responsabilità da parte dei credenti nella vita professionale e nell’azione politica, secondo una prospettiva di distinzione nell’unità tra i piani improntata all’elaborazione maritainiana. Maturò inoltre una solida visione del modello di Chiesa che voleva concorrere ad animare, pensandola innanzitutto come una realtà accogliente e materna aperta al confronto con gli uomini e le donne del proprio tempo, alimentata dall’esercizio quotidiano della carità e chiamata a testimoniare la bellezza della vita cristiana, in cui le parrocchie, dopo la difficile prova della guerra e nonostante le lacerazioni presenti nella società, potessero tornare «veramente ad essere una comunità cristiana, non la chiesa dove si va la domenica, per il matrimonio e per il battesimo, ma la cellula viva della Chiesa, dove ci si conosce, dove chi ha più energia o più capacità, o più mezzi, li mette a disposizione di chi non ha o ne ha meno» (Dopo le elezioni, 1 maggio 1948).

Verso un impegno politico inconsueto

In anni in cui la lacerante contrapposizione politica che percorreva il Paese si nutriva anche di argomentazioni religiose, Bachelet si fece promotore dunque di una Chiesa che parlasse il linguaggio della fraternità, una Chiesa senza nemici:

in un momento in cui i fronti, i blocchi, lo stato d’animo di guerra insomma, sono all’ordine del giorno, – scriveva nell’estate del 1947 – noi siamo senza dubbio portati dal corso stesso delle cose, a concepire il cristianesimo, la Chiesa cattolica, come un gigantesco fronte di combattimento che – come tutti i fronti – divide gli uomini in due schiere: quelli che stanno al di qua e quelli che stanno al di là, gli amici e i nemici. Ora bisogna intendersi: la Chiesa e i fedeli avranno sempre dei nemici, secondo la predizione di Gesù. Ma i nemici dei cattolici hanno senza dubbio una posizione singolare. Nemici in genere sono individui che reciprocamente si vogliono male e si combattono: in sostanza normalmente coincidono la posizione attiva con la posizione passiva di nemico.

Per i cattolici, no. Se nemico è colui che non ama, allora è vero senz’altro che i cattolici hanno molti tenaci nemici: ma se nemico è colui che non si ama, allora è più vero ancora che i cattolici non hanno nemici. I cattolici combattono, devono combattere il male che è l’unica cosa che possono non amare; ma non possono combattere, essere nemici degli uomini, anche quando questi sono al servizio del male, anche quando combattono la verità, la giustizia, la carità, la Chiesa (Amici di tutti, 1 agosto 1947).

Una prospettiva che veniva proposta con semplicità ma anche con chiarezza, più di un decennio prima che Papa Giovanni XXIII ne sancisse il valore invitando a distinguere tra errore ed errante. Una distinzione che Bachelet aveva forse assimilato dall’insegnamento di don Primo Mazzolari, che negli anni precedenti aveva avuto frequenti contatti con gli ambienti fucini e che già dalla metà degli anni Trenta aveva apertamente teorizzato la necessità di non confondere l’errore con «l’anima errante» (cfr. P. Mazzolari, La più bella avventura. Sulla traccia del «prodigo», Brescia 1934, ora EDB, Bologna 2008). Del resto, se da una parte Bachelet respingeva con decisione ogni tentazione di sfiducia o disinteresse nei confronti della politica (tanto che per tutti gli anni Cinquanta collaborò in maniera assidua a «Civitas», la storica rivista di studi politici diretta in quel periodo da Paolo Emilio Taviani) dall’altra, come si è accennato, era persuaso della necessità di distinguere con attenzione le forme e le modalità dell’impegno dei credenti, singoli e associati, nei diversi ambiti. Una convinzione che avrebbe trovato conferma negli insegnamenti del Concilio Vaticano II e che, proprio per questo, avrebbe costituito un elemento essenziale per delineare il profilo della cosiddetta «scelta religiosa», compiuta dall’Azione Cattolica Italiana sotto la sua guida.

Fin dagli anni della giovinezza, peraltro, Bachelet dimostrò di essere pienamente consapevole della complessità del problema. Immediatamente dopo il voto del 18 aprile 1948 – che, come noto, aveva fatto registrare un massiccio impegno delle organizzazioni ecclesiali a favore della Democrazia Cristiana, per la quale anche Bachelet si era speso – egli rileva che “l’attività dei cattolici italiani nella propaganda e nei servizi elettorali (trasporto di vecchi e malati, servizi statistici ecc.) è stato certamente un servizio reso contemporaneamente alla città e alla Chiesa. E certamente questo, se ha scandalizzato qualcuno, non è però qualcosa d’eccezionale, in quanto è del tutto normale che, data la coincidente base delle due società, ciò che ordinatamente si fa per la città è cosa buona per la Chiesa, come ciò che ordinatamente si fa per la Chiesa è cosa buona per la città”. E tuttavia pone in guardia contro il pericolo che singoli uomini e singole organizzazioni cattoliche “ritengano, per santo zelo, doveroso, dopo la potente affermazione dei cattolici italiani, intervenire direttamente in campi e materie che una elementare prudenza riserva alle organizzazioni politiche. Ebbene, noi riteniamo che anche verso di loro sia doverosa un’opera di chiarificazione, al servizio anch’essa della Chiesa e della città” (Dopo le elezioni, 1 maggio 1948).

Alla ricerca di un ruolo attivo per i laici

Anche a livello personale, d’altra parte, Bachelet aveva scelto per sé una strada non di tipo politico, ma volta piuttosto a contribuire alla ricostruzione del Paese concorrendo innanzitutto alla sua rigenerazione culturale, etica e religiosa. Una prospettiva che si tradusse, per un verso, nell’impegno di carattere scientifico, che lo vide applicarsi allo studio dell’attuazione della Costituzione nei meandri del diritto amministrativo, per l’altro in un insistito ragionare attorno al tema della responsabilità dei laici nei confronti dei propri «talenti», da coltivare attraverso lo studio, la preparazione, la preghiera, l’educazione «al senso del concreto, a vivere con gli uomini e a conoscere gli uomini, e ad agire fra gli uomini» (A che servono questi talenti, 1 novembre 1951). Talenti da mettere a frutto nella vita professionale, nell’elaborazione culturale, nel contesto famigliare, nel servizio educativo, nell’impegno politico, e anche attraverso un contributo peculiare e significativo alla vita e alla missione della Chiesa. Proprio per questo, Bachelet ragionò in maniera costante sul tema del «posto dei laici nella Chiesa». Già nel 1953, pur mantenendo volutamente l’allora consueta terminologia che limitava la funzione laicale alla «collaborazione all’opera della gerarchia», proponeva una lettura della questione che, muovendo da argomentazioni di natura storica, si sporgeva al di là delle ingessate concezioni ecclesiologiche dell’epoca per sottolineare la necessità di «una più attiva “presa di responsabilità” del laicato», chiamato suo parere a «un’azione umile ma generosa, resa più necessaria da una evoluzione della società in cui si è andata affermando, sia pur attraverso mille deformazioni e storture, una sempre più larga assunzione di responsabilità in proprio, da parte di tutti gli uomini» (Il posto dei laici nella Chiesa, marzo 1953).

Negli anni seguenti Bachelet, tornò più volte sul tema (presto confortato dagli insegnamenti conciliari), continuando a riflettere sul significato della chiamata di tutti i credenti alla piena corresponsabilità nel cammino della Chiesa. Emblematico, in questo senso, il modo con cui nell’aprile 1964, pochi giorni prima di essere nominato Presidente generale dell’Azione Cattolica Italiana, riprese e rilanciò un’immagine utilizzata da Papa Paolo VI – cui Bachelet era molto vicino per sensibilità e cultura – per indicare la condizione laicale:

Questa stupenda immagine del ponte ha anch’essa il sapore di certe forti immagini paoline, misto all’ardimento della tecnica moderna. Nel magistero di Paolo VI, essa non si limita a sottolineare che la specifica funzione del laico non è solo suppletiva di quella del Clero oggi insufficiente per uomini o mezzi tecnici, ma è propriamente intrinseca del laico in quanto partecipe del sacerdozio regale del cristiano, con particolare, ma non esclusivo, riferimento alla consecratio mundi; ma – ciò che è di grande rilievo – quella immagine del ponte indica anche una specifica missione di «testimonianza profana» – come il Papa, pur con qualche esitazione, la chiama – del laico nella Chiesa.

[… ] Ponte dunque non solo dalla Chiesa al mondo, ma anche dal mondo alla Chiesa: per aiutare la Chiesa nella sua opera di santificazione e di evangelizzazione e per arricchire il più largamente possibile la Chiesa della esperienza degli uomini del nostro tempo.

 

Ma per essere «ponte» bisogna essere saldamente cristiani e vigorosamente uomini del nostro tempo; non per subirne quanto vi è di corruzione, ma per viverne con linearità, con fortezza, ma con animo aperto la ricchezza di esperienza. Bisogna essere in entrambe le comunità vivi, attivi e responsabili. Giacché come ogni ponte, il laico è sottoposto alla tensione della grande arcata (La vocazione dei laici all’apostolato, aprile 1964).

Una nuova AC al servizio del Concilio

Proprio Paolo VI lo chiamò, solo trentottenne, alla presidenza della principale associazione ecclesiale italiana, dopo che, nel 1959, Giovanni XXIII lo aveva affiancato come vicepresidente ad Agostino Maltarello, subentrato alla presidenza a Luigi Gedda dopo esserne stato per anni fedele collaboratore. Da Papa Roncalli prima e da Papa Montini poi Bachelet ricevette l’incarico di riformare profondamente l’Azione Cattolica, per fare di essa uno strumento di attuazione del Concilio. Un compito che Bachelet – in strettissima collaborazione con Mons. Franco Costa, nominato dal Papa Assistente centrale di AC – attuò lungo diverse direttrici. Innanzitutto, si potrebbe dire, attraverso un’azione “informale” volta a far penetrare lo spirito del Concilio nel tessuto popolare della Chiesa e della società. Con quell’atteggiamento di straordinaria mitezza e serenità che gli era proprio, indirizzò infatti l’associazione a pensarsi non più come una “organizzazione di massa” chiamata a dare di sé un’immagine di forza e di contrapposizione nei confronti della cultura del tempo, ma piuttosto come «un semplice strumento attraverso il quale i cattolici italiani siano aiutati a vivere integralmente e responsabilmente la vita della Chiesa; e insieme a vivere con pieno rispettoso impegno cristiano la vita della comunità temporale e della convivenza civile» (così si esprimeva rilasciando la sua prima dichiarazione televisiva dopo la nomina a presidente: Aiutare gli italiani ad amare Dio e ad amare gli uomini, giugno 1964). Al tempo stesso, non perse mai occasione per ricordare a dirigenti e aderenti dell’associazione, presenti in tutti i centri e le periferie d’Italia, l’importanza di prendere le mosse per ogni scelta e per ogni iniziativa da un’attenta lettura dei “segni dei tempi”: «Prima di tutto», spiegava ai presidenti delle varie associazioni diocesane riuniti per la prima volta dopo la sua nomina, «dobbiamo essere attenti al quadro entro il quale la nostra azione si muove: la fase storica della nostra società, il momento singolarmente ricco della vita della Chiesa, la tradizione e l’attuale situazione dell’Azione Cattolica» (Rigenerare la comunità cristiana, luglio 1964). La convinzione che l’adozione di una consapevole prospettiva storica rappresentasse un criterio fondamentale per interpretare e abitare il proprio tempo, d’altra parte, costituiva una costante del pensiero di Bachelet, che in diverse occasioni si soffermò a riflettere sulla necessità, soprattutto per il credente, di coniugare «una lineare aderenza agli essenziali immutabili principi» con una contestuale educazione «al senso storico, alla capacità cioè di cogliere il modo nel quale quei principi possono e debbono trovare applicazione fra gli uomini del suo tempo» (L’educazione al bene comune, maggio 1964). E lo stile con cui Bachelet invitava a leggere in profondità il proprio tempo non lasciava dubbi sullo spirito con cui guardare alla realtà:

In questo mondo che si trasforma vorticosamente per la spinta della scienza e della tecnica, dell’economia e della politica, ma soprattutto sotto l’impulso della necessità di liberare l’uomo dall’odio, dall’ingiustizia, dalla oppressione, dalla fame, dalla ignoranza; in questa Chiesa che lo Spirito di Dio ha chiamato a rinnovarsi per corrispondere «senza macchia e senza ruga» al suo compito di evangelizzare questa umanità che si trova a una svolta del suo cammino di civiltà, può svilupparsi forse una psicologia di insicurezza, di dubbio, di protesta. Di protesta verso un passato troppo presto superato, di protesta verso un futuro che tarda a farsi presente. Di incertezza per un presente in cui sembra svanita la solidità della tradizione e non ancora chiara la speranza di una nuova via. […] Perché questo nostro tempo è un tempo di trasformazione e perciò di transizione ed insieme di fondazione dei tempi nuovi che ci sono davanti. Il nostro compito, il compito della nostra generazione è quello dell’attuazione del Concilio Vaticano II, in questo tempo di transizione e di fondazione. E di attuarlo, il Concilio, non solo in questo o quel punto che maggiormente si confà al nostro gusto, ma nella sua globalità e autenticità; di attuarlo nell’unità, nella gioia, nella fraternità, nella verità, nella pace. Contribuire a questa attuazione nel nostro Paese è il compito storico dell’Azione Cattolica dei prossimi anni (Un popolo forte e fedele anche per il domani, dicembre 1968).

 

Obiettivo dell’Azione Cattolica divenne dunque innanzitutto, con Bachelet, quello di «meditare, diffondere, collaborare ad attuare il Concilio, tutto il Concilio, senza timori e senza impazienza, ma con organicità, costanza e coraggio, anche se sempre in spirito di obbedienza e di pace» (La nostra scelta fondamentale, settembre 1970). Tra le prime sue preoccupazioni ci fu quella di fare in modo che la ramificata rete delle associazioni di AC funzionasse da tramite per la diffusione e la messa in atto della riforma liturgica, accompagnando milioni di credenti ad apprendere e comprendere, innanzitutto, il nuovo modo di celebrare la Messa. Ma soprattutto, Bachelet si adoperò con grande energia perché l’Azione Cattolica ripensasse se stessa, i propri impegni, le proprie strutture, le proprie scelte di fondo alla luce degli insegnamenti del Concilio. Per l’ACI si avviò così un faticoso processo di profondo rinnovamento, che, se da una parte fu accompagnato dalla perdita di centinaia di migliaia di aderenti (parte dei quali si allontanarono perché giudicarono i cambiamenti troppo radicali, parte perché li ritennero troppo poco innovativi, parte perché giudicavano ormai superata ogni forma istituzionale, dentro e fuori la Chiesa), dall’altra condusse l’associazione a compiere una serie di scelte di notevole spessore ecclesiale. Era lo stesso Bachelet, dopo l’approvazione del nuovo statuto, a riassumerle sinteticamente: «la centralità del servizio alla Chiesa locale ed il senso dell’associazione nazionale, l’effettiva chiamata a responsabilità di tutti i soci con il ritorno al metodo democratico, l’unità dell’associazione e la maggior dinamicità delle sue articolazioni interne» (ivi). Si accentuava dunque, in sintonia con gli insegnamenti conciliari, il legame dell’associazione con la Chiesa locale diocesana, mentre si ridisegnavano le struttura organizzative in senso unitario, superando la separazione per sessi e avviando una consuetudine di condivisione delle responsabilità tra giovani e adulti che portava anche, con intuizione precorritrice dei tempi, a rivolgere un’attenzione particolare al rapporto intergenerazionale: attenzione che trovava una declinazione peculiare in chiave di trasmissione della fede, con la nascita dell’Azione Cattolica Ragazzi. Accanto a ciò si stabiliva, con la “scelta democratica”, la natura elettiva delle cariche associative, attribuendo dunque ai laici il compito della formazione, della selezione e della scelta dei propri dirigenti associativi. Una decisione significativa, che dava struttura formale alla prospettiva ecclesiologica della corresponsabilità laicale.

Soprattutto, però, il rinnovamento venne radicato su una «nuova precisazione della natura e dei fini dell’Associazione e della sua collocazione nel contesto ecclesiale e sociale» (ivi): una riflessione che generò la cosiddetta “scelta religiosa”. Con essa, l’associazione chiariva che la propria specifica finalità era quella di concorrere alla «realizzazione del fine generale apostolico della Chiesa» attraverso un impegno «essenzialmente religioso apostolico» mirato alla «evangelizzazione, la santificazione degli uomini, la formazione cristiana delle loro coscienze in modo che riescano a impregnare dello spirito evangelico le varie comunità e i vari ambienti» (articoli 1 e 2 dello Statuto adottato dall’ACI nel 1969). Si trattava, senza alcun dubbio, di una scelta che limitava il campo d’azione dell’associazione, sottraendola volutamente alle diverse forme di “collateralismo” (o di vera e propria azione politica) che avevano caratterizzato la sua attività nei decenni precedenti, sotto la guida di Luigi Gedda. Un’epoca che Bachelet non rinnegava, ma riteneva storicamente superata: «in passato», spiegava, l’associazione aveva «fatto molte varie e nobili cose; ma ora ha ritenuto che fosse suo compito proprio puntare sui valori essenziali dell’annuncio evangelico e della vita cristiana concorrendo col proprio apporto agli aspetti più sostanziali e profondi della costruzione e missione della Chiesa». Questo, però, si preoccupava subito di aggiungere, non voleva «significare ovviamente una volontà di sottrarsi al faticoso e spesso impervio confronto con la realtà sociale e culturale nella quale opera, ma è semmai indicativo di un metodo col quale in tale realtà essa lavora, che è quello di misurarne i riflessi sulla coscienza dell’uomo, le nuove difficoltà che può rappresentare per la sua vita e per la sua fondamentale vocazione cristiana, al fine di offrire indicazioni ed aiuti atti a superarle» (La nostra scelta fondamentale, cit.). Non si trattava, dunque, dell’opzione per una fede disincarnata, di una rinuncia a incidere sul piano della storia, né tantomeno di una sottovalutazione dell’importanza di una partecipazione responsabile da parte dei credenti ai difficili processi di mediazione richiesti dalla costruzione del bene comune:

La “scelta religiosa” non è questo. È, se mai, un impegno più rigoroso a ritrovare le radici della fede ed a viverla con coerenza; a riscoprire la carità non come abolizione della legge, ma come suo superamento […], Scelta religiosa è anche, allora, capacità di aiutare i cristiani a vivere la loro vita di fede in una concreta situazione storica, ad essere «anima del mondo», cioè fermento, seme positivo per la salvezza ultima, ma anche servizio di carità non solo nei rapporti personali, ma nella costruzione di una città comune in cui ci siano meno poveri, meno oppressi, meno gente che ha fame. Allora la scelta religiosa insegna al cristiano che la testimonianza di carità si fa per lui anche impegno civile e politico che non può delegare al gruppo o alla comunità ecclesiale, ma alla cui coscienza e responsabilità il gruppo e la comunità ecclesiale devono formarlo (Azione Cattolica e impegno politico, 21 febbraio 1973).

Una fede incarnata

Proprio Bachelet, del resto, diede prova in prima persona di cosa significasse formare laici radicati in una fede incarnata e perciò capaci di porsi a servizio della comunità civile nel proprio tempo. Lo fece come intellettuale, come uomo di studi, come laico impegnato dentro e fuori le strutture della Chiesa, come servitore dello Stato. Durante gli anni di presidenza non aveva mai abbandonato, né trascurato, l’insegnamento universitario e l’attività scientifica. Impegno che mantenne con rigorosa puntualità anche negli anni seguenti, nonostante il gravoso incarico istituzionale cui fu ben presto chiamato. L’università, infatti, rimase sempre un luogo privilegiato di realizzazione della sua vocazione laicale: lo studio, la ricerca, l’insegnamento rappresentavano per Bachelet fermenti essenziali per contribuire a rendere più umano il proprio tempo. Pochi anni dopo aver terminato il mandato di Presidente nazionale di ACI, inoltre, venne convinto a candidarsi nelle liste della Democrazia Cristiana, che in quella stagione stava tentando di rinnovare e rilanciare se stessa sotto la guida di Aldo Moro e Benigno Zaccagnini. Escluso per ragioni di equilibri interni al partito dalla prospettata candidatura alle elezioni politiche, accettò di proporsi per il Consiglio comunale di Roma, dove venne eletto nel 1976. Ragione per cui, tra l’altro, si dimise dalla Commissione preparatoria del Convegno ecclesiale Evangelizzazione e promozione umana, nella quale aveva avuto un peso importante nell’indirizzare la riflessione. Alcuni mesi più tardi venne però nominato dal Parlamento quale membro del CSM, di cui fu eletto Vicepresidente. In anni estremamente difficili, segnati dalla violenza del terrorismo e da non sempre facili rapporti tra magistratura e politica, Bachelet seppe guidare l’organo di autogoverno dei magistrati con coraggio e capacità di sintesi tra le diverse istanze, mettendo in campo la propria competenza scientifica, la propria capacità di dialogo e di sintesi tra le diverse posizioni, la propria fiducia negli uomini e la propria serenità, il proprio rigore intellettuale e morale. Anche per questo, probabilmente, venne ucciso da un comando delle Brigate Rosse il 12 febbraio 1980, al termine di una lezione universitaria, tra gli studenti, sulle scale della “Sapienza”.