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Un assaggio: “Attraverso la piazza”

Volendo scegliere una pagina che esprima il modo di concepire la Chiesa di Bachelet ci si può forse affidare a questo breve e suggestivo testo che egli scrisse nel marzo 1947, a 21 anni appena compiuti:

Attraverso la piazza
La attraverso tutti i giorni, la piazza. Passo il colonnato, rasento una fontana e l’obelisco, lascio alla mia sinistra l’altra fontana e riattraverso il colonnato. La sera, quando è già buio e c’è solo la luce stanca di lampioni dell’altro secolo, ripercorro in senso inverso questo diametro obliquo, e mi vedo di fronte, nella massa scura dei grandi palazzi dei Papi, la penultima finestra, là in alto, accesa. D’estate, invece, al ritorno, mi godo lo spettacolo dei tramonti rossi e dorati – i tramonti di Roma dietro il Cupolone.
Ci passo tutti i giorni, avanti e indietro: e tanti sognano, lontano, di potere un giorno varcare il mare per venire qui, ad ammirare la mia via quotidiana. Ecco, si potrebbe fare della retorica, su tutto questo. Re, principi, presidenti di Repubbliche, ministri sono venuti qui – anche ora – stanno passando delle macchine del corpo diplomatico: delle grandi macchine dignitose e lucenti che portano l’ossequio del mondo al cuore della cristianità. Essi sono passati, passano, e il tempio, il tempio di Pietro rimane. Anche su questo c’è da fare della retorica. Eppure è vero, tutto questo è vero: la piazza, ha vissuto per secoli la vita del mondo. Anche la guerra, ha vissuto: era triste e mesta, quando due SS. montavano di sentinella sulla linea che chiude le due braccia del colonnato; come erano tristi e muti tutti i paesi dell’Europa occupata: e ha conosciuto l’euforia della liberazione, quando le jeep si gettavano all’impazzata giù per la cordonata, e quando la folla è venuta qui ad esprimere la sua gioia agitando festosa tutte le sue bandiere.
Ecco, questo è forse meno retorico: come gli sposi che vengono qui e di qui partono per il mondo, nuclei nuovi di vita; come i sacerdoti che di qui partono per le terre più lontane – e per le più vicine, anche, in missione non meno difficile.
Oggi, c’è tanto sole sulla piazza. Nei giorni scorsi c’era come un velo spesso di acqua che correva sul selciato, leggermente a conca. Oggi il sereno è tornato, è tornato il sole: e c’è tutta una folla di bimbi che prendono il sole e giocano qui, sulla piazza. Come in tutti i piccoli paesi del mondo i bambini giocano sul sagrato della Chiesa. Che importa se è su questa piazza che la folla si pigia, venendo in massa da via della Conciliazione, filtrando attraverso il colonnato, si pigia per ascoltare, ogni tanti anni la voce che annuncia il Papa nuovo e con esso la continuità della Chiesa?
Che importa che vengono dal mondo ad ammirarla, questa piazza? Ora c’è il sole e i bambini giocano. E se qualcuno volesse gridare all’anatema, la risposta sarebbe già pronta: la risposta di Gesù agli Apostoli.
Perché questa è la Chiesa: è la nostra vita di uomini che si svolge nella sua semplicità e nella sua gioia, fra le braccia buone e robuste del Signore.
Ecco, mi piace pensare che Gesù oggi, se passasse di qui con me potrebbe forse dire «In verità vi dico: il mio regno è simile a dei fanciulli che giocano sulla piazza protetta dal colonnato della mia chiesa» e ancora «Il mio regno è simile a una finestra che resta accesa e veglia nel buio della notte».
Perché la Chiesa è là, nel palazzo del Vicario, ed è qui fra questi bimbi che giocano al sole.