SPUNTI PER UNA TEOLOGIA
DAI MARGINI
Paolo Cugini
C’è una teologia che non cerca il palcoscenico, che non si affanna a ottenere riconoscimenti né si aggrappa al rigore dei grandi sistemi dottrinali. È la teologia marginale, quella che nasce nell’ombra, tra i sentieri polverosi della storia, dove la vita si misura con il peso dei giorni e il rumore sordo dei fallimenti quotidiani.
Gli insegnamenti nascosti
C’è molto da imparare sotto i ponti, tra le mani tremanti di chi non ha trovato rifugio, tra i corpi stanchi che cercano riparo nel vento della notte. Ci sono insegnamenti nascosti nella fame che morde ogni alba, in quei volti che affrontano la giornata senza la certezza di un pasto. In questi luoghi, la presenza del Mistero si rivela possente, quasi a voler smentire la presunzione delle grandi cattedre.
C’è qualcosa di prodigioso nella vita dei poveri, una sapienza che non nasce dai libri, ma dal contatto diretto con la sofferenza, la solidarietà e la resistenza quotidiana. Se davvero, come narra il Vangelo, Gesù si è voluto identificare con gli ultimi, è segno che il percorso autentico verso la conoscenza del Mistero passa proprio attraverso questa solidarietà con chi vive ai margini.
Così, la teologia marginale, pur restando ai confini, custodisce un tesoro di verità troppo spesso ignorato. Essa ci ricorda che la vera conoscenza non si conquista dall’alto, ma si accoglie chinandosi, abbassandosi, condividendo il pane amaro dell’esistenza.
In fondo, il Mistero abita dove il cuore si fa prossimo, dove l’uomo si fa fratello, la donna sorella, dove la povertà diventa grembo di luce e la marginalità si trasforma in luogo di rivelazione. Proviamo a fare qualche esempio di teologia marginale.
La Tradizione scritta nella/dalla vita quotidiana
È partecipando alle celebrazioni della Parola nelle comunità di Base del Brasile che mi sono accorto del maschilismo esacerbato della Chiesa Cattolica e della cultura patriarcale che, ancora oggi, ne detta le scelte. Tante donne in America Latina non solo presiedono le celebrazioni domenicali, ma guidano pastoralmente le comunità, nella cura dei più piccoli, nell’attenzione premurosa ai tanti poveri incontrati. Sono proprio loro, le donne, le grandi protagoniste dei consigli pastorali e del cammino quotidiano della Chiesa. È ascoltando la voce e il vissuto di queste donne, che la struttura dottrinaria dell’ecclesiologia pensata al centro dell’Occidente, si scioglie come neve al sole.
Accompagnando l’azione pastorale di queste donne, le conclusioni dei lavori della Commissione per lo Studio del Diaconato Femminile, appaiono prive di senso, perché non tengono conto del vissuto quotidiano delle comunità ecclesiali e del principio d’Incarnazione. La teologia marginale, infatti, insegna che non possiamo considerare Tradizione solamente quella che è stata formulata nei secoli dai documenti ufficiali del Magistero, ma anche quella che viene scritta ogni giorno nelle pagine della vita quotidiana delle comunità.
È questa Tradizione che viene sistematicamente ignorata dal Magistero Ecclesiale ogni volta che formula i suoi documenti ufficiali, ed è proprio questa Tradizione vivente che la teologia dai margini intende recuperare.
Il principio dell’Incarnazione
È possibile smantellare il patriarcato, che tanti danni fa alle donne e alla società, proponendo delle scelte che tengano conto delle donne reali, dei loro vissuti dentro e fuori della Chiesa. È ora di smetterla di nascondersi dietro ad una Tradizione, lei stessa strutturata nella cultura patriarcale, per giustificare scelte che vanno sempre nella stessa direzione del potere maschile e autoreferenziale.
Una Chiesa che intenda essere profetica nell’attuale congiuntura storica, ha bisogno di mettersi in ascolto del grido delle donne che da secoli implorano la misericordia di Gesù. È proprio questo grido che la teologia dai margini sta raccogliendo e ascoltando per elaborare una narrazione teologica sensibile al principio di Incarnazione.
Lo stesso discorso vale per le persone omosessuali e la comunità LGBTQ+. Negli anni in cui ho accompagnato un gruppo di cristiani LGBTQ+, non ho mai constatato alcun tipo di disordine morale tra le coppie omossessuali che frequentavano il gruppo di preghiera. Ho riscontrato, invece, molta fede, amore premuroso, attenzione e il desiderio di un progetto di vita che potesse dar un senso al loro cammino.
Leggendo nel gruppo il testo di alcuni documenti ufficiali della Chiesa che parlano di loro, ho sentito vergogna. Quante volte ho raccolto le lacrime di alcuni/e del gruppo dei cristiani LGBQ+ che raccontavano come erano stati trattati nel confessionale? Respinti, come se fossero lebbrosi. Come si fa a non dare l’assoluzione ad una persona che, con umiltà, implora il perdono di Gesù? Come fa la Chiesa a definirsi, nei testi ufficiali, maestra di umanità, quando poi nella pratica quotidiana è di una disumanità assurda?
Un dialogo fondamentale
La teologia marginale, mettendosi in ascolto delle persone reali, raccogliendo le loro testimonianze e le loro verità, costruisce un discorso teologico che tiene conto della rivelazione del Mistero che viene dalla terra, dal vissuto quotidiano, da quella realtà fatta di carne e sangue e non di fogli e inchiostro. Mantenere in dialogo il Magistero ecclesiale ufficiale con quella Tradizione che nasce dalla vita quotidiana è fondamentale, per non correre il rischio di scrivere Documenti che feriscono le persone e le allontanano dalla Chiesa.
Una teologia che sorge dal basso, in ascolto delle minoranze marginali, non può che diventare una teologia del dissenso, che rappresenta un ambito di riflessione e di confronto che, pur sviluppandosi all’interno del panorama ecclesiale, si carica di una valenza profondamente umana e comunitaria.
Il dissenso, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, non scaturisce da uno spirito di ribellione fine a se stesso, ma dalla percezione acuta di una distanza, come abbiamo osservato, talvolta dolorosa, tra i principi assoluti affermati dalla gerarchia e la concretezza della vita quotidiana. Spesso sono proprio coloro che vivono sulla propria pelle questa discrepanza a dare voce al dissenso, non per negare la fede, ma per restare fedeli ad essa nel contesto della loro realtà.
Un pungolo critico
La dottrina, per sua natura, tende a formulare norme e principi generali, spesso basati su astrazioni e su una conoscenza parziale della complessità umana. Di conseguenza, può apparire rigida e incapace di accogliere tutta la ricchezza e le sfumature dell’esperienza individuale e collettiva.
In questo spazio di scollamento, il dissenso teologico trova ragion d’essere e si fa portavoce delle istanze di chi non si riconosce in definizioni percepite come troppo astratte, impersonali o addirittura nocive per chi vive situazioni di marginalità o giudizio negativo.
Il dissenso spesso si manifesta in modo silenzioso, quasi sommerso: molte persone, nella loro quotidianità, scelgono percorsi personali che divergono dalle prescrizioni dottrinali, a volte senza neppure esserne consapevoli.
Ciò solleva una domanda fondamentale: a cosa serve la dottrina, se non a guidare e sostenere il cammino di fede delle persone? La dottrina, infatti, dovrebbe essere uno strumento a servizio della vita, non un fardello insopportabile. In questa prospettiva, il dissenso si configura come un pungolo critico, un elemento indispensabile per evitare che la fede si riduca a un insieme di regole astratte.
Paolo Cugini
Professore di filosofia e teologia alla Facoltà Cattolica dell’Amazzonia e parroco in una favela di Manaus. Autore di: Il nome di Dio non è più Dio. Dire il Mistero in un mondo post-cristiano (Effatà, 2025).
[Pubblicato il 25.2.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: www.caritas.diocesifaenza.it]
