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26 MAGGIO: L’EUROPA È NELLE NOSTRE MANI

Giancarla Codrignani

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Cari amici “viandanti”, chi vagabonda con qualche fiducia in “questo” mondo ogni tanto ha bisogno della bussola: le bussole non sono mai di “orientamento”, ma di informazione….

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Tra poche settimane andremo a votare. Un voto molto importante perché perfino la coscienza di essere italiani – o francesi, greci, polacchi – è da tempo ottenebrata da richiami nazionalisti ostili al rafforzamento di un\’Europa davvero unita nell\’interdipendenza.

Cittadini del mondo a nostra insaputa
I primi “sovranisti” italiani, anni fa, sono nati secessionisti (“prima il Nord”): oggi guardano al nostro paese in termini elettorali (“prima gli italiani”) e si rifanno ad una cultura in cui la nazione fa riferimento non a Dante, ma a cucine televisive dove le pizze napoletane si confrontano con i canederli altoatesini ancora sudtirolesi.

Nel terzo millennio – mentre le sonde spaziali viaggiano oltre Marte e i cinesi provano a far crescere germogli sull\’altra faccia della luna – gli italiani sono già (forse non ce ne accorgiamo, ma è una delle conseguenze della globalizzazione) cittadini del mondo; ma nell\’immediato stentano a sentirsi almeno europei, anche se le antiche fabbrichette del Nord sono sopravvissute solo perché esportano in tutta Europa.

Non è infondato, infatti, il timore che molti europei che non si spiegano più come mai abbiano votato i governi che oggi contestano, resi perplessi dalla violenza dei “movimenti” populisti e non popolari, per sfiducia rinuncino al voto (cioè alla democrazia).

La memoria corta
L\’indifferenza già sperimentata nel 1938 quando le leggi razziali condannarono cittadini italiani solo perché ebrei, si ripresenta in una legge italiana che condanna esseri umani perché non appartenenti alla nostra etnia. Va recuperata e al più presto pubblicamente condivisa la sensibilità delle minoranze solidali che prestano accoglienza. Le difficoltà non mancano, se perfino molti cattolici contestano il papa che accusa: “meglio atei che ipocriti”.

Ma laici o credenti troppi sono dimentichi degli ideali di Altiero Spinelli che, al confino sull\’isola di Ventotene, dava forma alla Federazione Europea, che il 26 maggio deve essere confermata per realizzarsi compiutamente. L\’entità comunitaria non corre pericolo perché voteranno anche i polacchi e Orban per non perdere i soldi che ne hanno ricevuto; ma il contagio antidemocratico che ha invaso i nostri paesi sicuramente cambierà la fisionomia del prossimo Parlamento, proprio quello che dovrà attuare riforme sostanziali che non possono essere rinviate.

Una sovranità già in atto
Dobbiamo, dunque, difendere i nostri interessi. Quello che possiamo perdere è davvero molto, ma che cosa ci abbiamo guadagnato? Sembra ovvio interrogarsi: se, fin dalla caduta dell\’Impero romano i paesi europei si sono sempre fatti guerre tra loro (perfino guerre “di religione”), ma gli oltre settant\’anni di pace interna che abbiamo goduto dicono qualcosa?

Ovvietà è anche pensare che il Trump che ogni giorno ripete “America first” non potrebbe dirlo se governasse cinquanta Stati indipendenti e sovrani (California, Maryland o Alaska come da noi Francia, Norvegia o Cipro). Può dirlo solo perché sono Stati Uniti e solo per questo il dollaro domina i mercati.

Eppure, nonostante ritardi e difficoltà, la sovranità europea è già in atto: intanto c\’è la sovranità monetaria dei 19 paesi dell\’Eurozona che hanno convertito la moneta: dal giorno dell\’istituzione dell\’euro i nostri stipendi, conti correnti, mutui sono pagati in euro.

L\’Europa non è perfetta anche perché questa era già una delle occasioni per decidere contestualmente il governo comune dell\’economia e del fisco: invece i governi – cioè il Consiglio, che ancora prevale sul Parlamento – internamente divisi, si limitarono (e per giunta ci misero anni) al Patto di stabilità e crescita. Era possibile rinunciare all\’euro? No, sia perché gli Usa, reso inconvertibile il dollaro, avevano ormai il pieno controllo della finanziarizzazione; sia perché la caduta dell\’Urss aveva imposto la rinuncia alle sovranità monetarie nazionali per consentire la riunificazione delle due Germanie.

Cerchiamo di ricordare
L\’Italia entrò nella moneta unica portandosi dietro tutti i suoi problemi strutturali pregressi: infatti l’euro, abbassando i tassi di interesse del 4% circa, poteva ridurre subito il debito di circa il 5% annuale senza manovre, rigori o austerità, ma il Presidente Berlusconi abolì l’obbligo comunitario di esporre il doppio prezzo e, diversamente dagli altri paesi, provocò il raddoppiamento dei prezzi.

Al contrario, il Governo Prodi, rispettando le regole europee, restituì la tassa all’Europa, mentre il Belgio, con un debito uguale al nostro, scese dal 120 all\’ 87% alla vigilia della crisi del 2008. I governi di centro-destra hanno ripreso, in piena crisi mondiale, a sfruttare i benefici dell’appartenenza aumentando non gli investimenti, ma la spesa corrente, pratica devastante che, portando l’Italia al 565 di spread nel 2011, indusse alle dimissioni il governo Berlusconi e al rigore di Monti, il presidente che firmò la ratifica dell\’ancora accantonato Trattato di Lisbona[1] (allora votato anche dalla Lega).

Le mezze verità che non aiutano a capire
Intanto a Davos/2019 il Presidente del Consiglio Conte ha dichiarato che gli italiani “hanno creduto che l’euro sarebbe stato in grado di risolvere tutti i loro problemi cronici: l’alta inflazione, una moneta debole, il debito pubblico” e che “il prezzo da pagare per avere una moneta stabile e una bassa inflazione è stato un debito pubblico crescente”.

Allo stesso modo per il nostro governo è colpa dell\’Eurozona, anzi della stessa Ue, la continua richiesta di stringere la cinghia per mantenere la spesa pubblica primaria (al netto della spesa per interessi), costantemente al di sotto delle entrate fiscali; analogamente è la disciplina di bilancio che ha frenato la crescita del Pil italiano e, per mantenere la stabilità della moneta e la bassa inflazione, è cresciuto il debito pubblico, i sacrifici degli italiani e la debolezza della crescita.

Queste accuse significano scegliere un\’Europa light, senza regole e accodata ai nazionalisti come il polacco Kaczynski, deferito dall\’Europa alla Corte di Giustizia per attentato allo stato di diritto. Ma tutti vedono che perfino la Grecia – nonostante gli errori di cui Junker ha fatto pubblica ammenda – è riuscita a risalire a livelli quasi normali lasciando l\’Italia a crescere il suo crescente debito, che il governo vorrebbe inesigibile.

Si tace, poi, che – mentre il mercato unico avvantaggia l’economia reale in attesa che qualcuno applichi tutele di lavoratori, consumatori e ambiente – nel 2018 la Banca europea degli investimenti ha investito in Italia 8,5 mld. (lo 0,5 % del Pil) per 55,7 mld. di investimenti che, agganciati al piano Juncker, sono andati a progetti di piccole e medie industrie italiane.

Una polemica scentrata
L’Unione non è la rovina, ma, al contrario, il modello del governo cooperativo dell’interdipendenza che ha solo bisogno di rafforzare il metodo comunitario, di sottrarre il Parlamento europeo al potere del Consiglio, e, in piena globalizzazione e interdipendenza fra i sistemi economici, finanziari e sociali, di garantire condizioni che non possono più essere sostenute dalle dimensioni nazionali.

Le espressioni, ripetute come mantra, contro i burocrati di Bruxelles contraddicono le esigenze di sicurezza dell\’Italia che continua a pagare tassi di interessi spropositati (9 mld. al mese) per un debito che supera i 2.300 mld.

L\’Europa – a cui i governi hanno sempre chiesto indulgenza e sussidi – cerca di indurci al rispetto delle regole per non essere contagiati. D\’altra parte, se siamo il settimo paese industrializzato e quindi “ricco”, in caso di fallimenti e recessioni pagherà il popolo, esclusi gli evasori (attualmente lasciati fuori dal controllo delle leggi) e i capitali già trasferiti.

La sicurezza che i cittadini chiedono sta in questi dati, che riguardano la vita quotidiana; non nell\’autodifesa armata e tanto meno nella persecuzione razzista e feroce all\’immigrazione.

Per combattere chi scredita l’Europa
Bisogna davvero tornare a fare politica e facilitare l\’informazione della gente, per prevenire le conseguenze degli attacchi nazionalisti volti a screditare – come piace a Putin e Trump – l\’Unione europea.

Semmai è importante affrettare la difesa comune europea, che farebbe risparmiare i 27 bilanci delle forze armate nazionali e sottrarrebbe il continente alla subalternità sia alla Nato, sia agli Usa le cui basi sono in gran copia dislocate in Italia.

Le equilibrate proposte di Federica Mogherini, Alta Commissaria per la Politica estera e della sicurezza, altamente valorizzate in tutti i paesi europei quasi per nulla in Italia, anticipano decisioni politiche che dovranno farsi concrete contro gli interessi di Putin e Trump che non vogliono un\’Europa autonoma, in cui la difesa comune implicherebbe anche la politica estera, autenticamente e responsabilmente europea.

Insomma, anche per chi parte dalla paura che qualcuno metta le mani nelle tasche del popolo, l\’ottimismo di Altiero Spinelli e l\’attualità dei principi di Ventotene sono ancora nelle nostre mani.

Giancarla Codrignani
Giornalista, socia fondatrice e membro del Consiglio direttivo di Viandanti


[1] Il Trattato di Lisbona, entrato in vigore il 1° dicembre 2009, aumenta i poteri del Parlamento europeo e prevede diverse novità per adeguare le Istituzioni europee all\’allargamento dell\’UE, da 15 a 28 Stati membri.

1 Commento su “26 MAGGIO: L’EUROPA È NELLE NOSTRE MANI”

  1. L’Europa è “ancora nelle nostre mani”? Quindici anni fa, nel 2003, a Trento si tenne un convegno sulla “democrazia post-nazionale”. Nella sua relazione Alberta Sbragia, una storica americana (di nome italiano), sostenne una tesi interessante. A differenza degli Stati Uniti d’America, l’Europa non dispone di un demos europeo, perché sono forti, e di lunga durata, le differenze fra i popoli che la abitano. Come pensare a una democrazia post-nazionale senza demos? Eppure -concluse- dove la scienza dichiara l’impossibilità, la politica talvolta compie il miracolo. Ma “la politica siamo noi, in quanto esistiamo al plurale”, ci incoraggia Hannah Arendt.

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