Home > Archivio > Editoriali > SERGIO QUINZIO: TRA FEDE E DISPERAZIONE
Stampa
George Rouault, Cristo deriso (1932), part. MoMA, New York

SERGIO QUINZIO:
TRA FEDE E DISPERAZIONE

Ugo Basso

«La fede è un’illusione? Nulla può garantire che non lo sia, se non il bisogno di credere che sperimentiamo in noi». Coloro che non credono «sono ciechi se non vedono ciò che oggi si spalanca di fronte ai nostri occhi: l’abisso che ci ha ormai quasi completamente inghiottiti». Sono le parole conclusive dell’enciclica Resurrectio mortuorum (La resurrezione dei morti) pubblicata nel 1999 da papa Pietro II, personaggio immaginato da Sergio Quinzio (1927-1996), uno dei più originali e inquietanti teologi del secolo scorso. L’enciclica citata, insieme a una seconda, Mysterium iniquitatis (Il mistero del male) collocata in un 2000 al momento della scrittura (1995) ancora futuro, sono l’illustrazione del pensiero di Quinzio teso fra certezza dell’apocalisse e fede nella salvezza.

Vince l’anticristo
Pietro II è tratto dalla famosa leggenda, nota come profezia di san Malachia (XII secolo), una raccolta di 112 brevissime definizioni dei singoli papi dal suo contemporaneo Celestino II all’ultimo, figura emblematica di ebreo cristiano primo, nella bimillenaria storia della chiesa, ad assumere il nome dell’apostolo. Rimasto isolato all’inizio del terzo millennio in un mondo lontano da qualsiasi ipotesi religiosa e anche nella sua chiesa nei secoli degradata a umanesimo senza identità, Pietro II «sale all’interno della cupola di San Pietro e cade all’incrocio dei bracci della croce, nel luogo dei falsi trionfi, là dov’è anche sepolto il pescatore di Galilea».

Questa immagine apocalittica, allusiva alla fine del tempo, smentisce tutte le nostre fiducie, le nostre speranze, il nostro impegno per un mondo in cammino verso il regno di Dio, di cui ci auguriamo la venuta nella preghiera attribuita allo stesso Gesù, senza però chiederci se il regno verrà nella storia con la nostra collaborazione o oltre il tempo nella assoluta gratuità di Dio. Quinzio smentisce la visione di Teilhard de Chardin, aperta all’evoluzione positiva dell’umanità: dopo venti secoli di cristianesimo, «quello che chiedi nelle preghiere non viene esaudito», nelle vicende personali, nelle vicende delle nazioni e delle religioni, nelle sconvolgenti tragedie della natura, «nel mondo continua a succedere tutto ciò che di orribile succedeva prima del sacrificio redentore di Cristo».

L’idea paolina che la morte di Cristo ha superato il peccato è stata interpretata come se il peccato potesse essere dissolto, mentre Immaginare il peccato vinto nella storia significa «far coincidere la condizione di redenzione nel regno di Dio con la condizione del mondo di cui Satana è principe».

Il male attraversa la storia senza possibilità di contenimento: non si tratta della colpa connessa alla nostra umana finitezza, ma della forza sotterranea invisibile che lo propaga. Anche l’utopia marxiana, fondata su ricerche scientifiche e motore di lotta per miliardi di uomini certi di raggiungere la felicità sulla terra, è rovinosamente deragliata: l’umanità non ha nessuna speranza di salvarsi con propri mezzi, di ristabilire la giustizia, la pace, la felicità. L’anticristo non è nei nemici della chiesa, ma nella presunzione, anche della chiesa, di raggiungere la salvezza con le forze umane.

Si può «dissentire dai profeti di sventura»?
Avverto lo sconcerto di molti lettori: ma non si può negare il rigore della documentazione biblica. La dimensione apocalittica, presente nella chiesa delle origini, emerge nei testi neotestamentari, da cui il trionfalismo è proprio lontano, e resta senza risposta la domanda: «il figlio dell’uomo quando tornerà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18, 8), «cioè non troverà vita», chiosa Massimo Cacciari. Quinzio pensava a Auschwitz, ma anche il nostro mondo si specchia piuttosto nella visione apocalittica dipinta da Matteo (cfr 24 2-29) che nelle «magnifiche sorti e progressive» esaltate dall’ottimismo illuministico e già contestate da Leopardi.

Chi ha vissuto l’emozione con cui nel dicembre 1962 Giovanni XXIII apriva il secondo concilio ecumenico vaticano non ha dimenticato le parole del discorso inaugurale:

“Spesso infatti avviene, […] che ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai. […]. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”.

Nello stato presente degli eventi umani, nel quale l’umanità sembra entrare in un nuovo ordine di cose, sono piuttosto da vedere i misteriosi piani della Divina Provvidenza, che si realizzano in tempi successivi attraverso l’opera degli uomini.

Paradosso cristiano e razionalismo greco  
Continuo a considerare luminose queste parole, ma anch’io, qualche tempo, fa mi sono chiesto turbato se nei decenni che ci separano da quel discorso i profeti di sventura siano stati smentiti o abbiano avuto ragione. Le parole di Giovanni XXIII sintetizzano comunque le motivazioni che oppongono Sergio Quinzio a quel concilio: per quanto largamente disatteso nei decenni, rappresenta per la gran parte di noi il momento più alto e profetico del tratto di storia della chiesa in cui abbiamo avuto la ventura di vivere. Quinzio, invece, denuncia dimensioni anticristiche nel concilio e lo accusa, insieme ai papi dei decenni successivi, di sostenere o almeno favorire l’adeguamento alla modernità di una chiesa divenuta autorevole maestra di morale, ma traditrice della sua missione: annunciare che il mysterium iniquitatis dominerà nella storia in corsa verso l’abisso, e sarà svelato nella redenzione solo alla fine dei tempi. Questo tradimento del depositum fidei, il cuore della rivelazione, è la grande apostasia, capolavoro dell’anticristo.

L’anticristo vincerà e sarà sconfitto solo dalla misericordiosa tenerezza di Dio quando donerà a tutti la resurrezione della carne, oltre l’immortalità dell’anima. L’immortalità dell’anima appartiene all’orizzonte di Atene, la resurrezione della carne a quello di Gerusalemme: nella storia della cultura occidentale è prevalsa la dimensione greca del pensiero, che privilegia l’aspetto spirituale, ma separare l’anima dalla carne dissolve l’unità della creatura determinando l’uso egoistico e anticristico della carne con il culto del corpo, l’esasperazione della sessualità, fino al commercio di organi, di cui tutti siamo testimoni: la cultura greca è equilibrio e ragionevolezza, quella cristiana dismisura e eccesso.

«Senza la fede nella risurrezione compiuta da Uno solo e senza l’attesa della resurrezione futura di tutti, di fatto tutto si riduce al regno della morte». Verità non rimossa dal catechismo, ma come ibernata nella prassi pastorale e omiletica, di cui quasi nessuno ha più il coraggio di parlare. 

La croce, fallimento dell’umanità
La più alta manifestazione del mysterium iniquitatis è la croce di Cristo: non ha spiegazioni, ma segna il fallimento dell’umanità che ha osato la morte di Dio. La croce ha inaugurato un’umanità nuova espressione della salvezza portata dall’incarnazione o, proprio al contrario, segna il grande fallimento di ogni speranza e non ha cambiato nulla nella storia dell’uomo? La risposta di Quinzio ci lascia senza dubbio molte perplessità.

Dopo la croce, prima della distruzione dell’umanità, la misericordia del Signore concede un tempo intermedio, che Quinzio immagina breve, come lo stesso Paolo, ma il tempo di Dio può estendersi per millenni, un tempo per la conversione dei vivi e di morte per i morti, che resteranno nell’attesa. Siamo nell’orizzonte della fede, una fede da Quinzio accolta senza cercare dimostrazioni, anche nello strazio della perdita della moglie a trent’anni: «al centro della propria fede il credente non mette la speranza, ma la disperazione».

La croce segna la meta di un lungo cammino e la ripresa di un altro: Quinzio rifiuta la continuità fra ebraismo e cristianesimo, accomunate però da due fortissimi elementi: fallimento e attesa. «I due colossali fallimenti posseggono ciascuno la metà dell’anello giusto. Gli ebrei possiedono l’attesa di un messia messianico senza possedere il Messia; i cristiani posseggono la fede nel Messia, ma hanno perduto l’aspettativa del regno messianico […] Il cammino del cristianesimo non dovrebbe andare verso l’impossibile ritorno, ma, con l’ebreo, verso la fine e il fine della storia».

Fede nella resurrezione
Mi piace ricordare Quinzio, uomo anche di gioiosa tenerezza, di passione per il suo mare di Liguria, tra la costa e gli ulivi, bambino stupito, che chiede alla mamma: «Dove va il mare?» No, non intende incutere spavento e raccapriccio, ma alimentare speranza: al di là della condivisione complessiva del suo pensiero, visione teologica dell’esperienza del male imprescindibile per chiunque,  speranza nella disperazione, ci lascia almeno tre argomenti di riflessione a cui non possiamo sottrarci.

Il primo è la fede, la capacità di guardare il mondo con occhi diversi, senza giustificazioni razionali con il coraggio di reggere scelte giudicate folli anche dagli amici, una fede non appiattita sulla rimozione del mistero e sempre sollecitata da domande; il secondo, il discernimento critico con cui guardare la chiesa consapevoli della sua dimensione anticristica e ricordando che «nessun culto, nella storia del mondo, ha mai avuto tanti altari, tanti luoghi sacri quanto il nostro, il quale proclama di adorare colui il quale aveva detto che era venuto il tempo di adorare non più in luoghi di culto ma “in spirito e verità”»; il terzo, il richiamo all’impegno verso gli altri, perché non si arriva alla fine nell’inerzia e nell’indifferenza e lo stesso Quinzio ripropone le parole di Giacomo: «se la fede non è seguita dalle opere non ha valore […] mostrami la tua fede senza le opere e io con le mie opere ti mostrerò la mia fede» (Gc 2, 18-20), ma nella convinzione «che le opere si devono fare soprattutto per arrivare a concludere che esse non sono sufficienti», non farlo sarebbe presuntuoso, e anticristico.

Solo dopo la vittoria dell’anticristo il mistero del male potrà essere dissolto e la salvezza di Cristo apparirà ai nostri occhi nella sua cosmica divina gratuità.

Ugo Basso
Membro del Consiglio direttivo e del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti. 

[Pubblicato il 6.7.2026]
[L’immagine  è ripresa dal sito: https://www.moma.org/]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

LITURGIA
PER UN USO DIFFERENZIATO
DELLO STESSO RITUALE

VENTOTENE 1941
INTERIORMENTE LIBERI

IRC: UNA QUESTIONE
SEMPRE APERTA

RETE RADIÉ RESCH
NATA DALLA SOLIDARIETÀ CON I PALESTINESI

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie tecnici da parte nostra. [ info ]

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi