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LA “MISSIONE DEL DOTTO” CHE AVEVA IL NOME DI ARMIDO

 

 

I 35 anni che ci separano, e che ci uniscono, al tempo in cui questo libro è stato concepito e scritto stanno nella differenza del titolo di allora da quello attuale: quello originale era L’Europa e l’altro, mentre quello attuale è Dall’io all’altro. L’occasione del libro, che appare in modo lucido dalla sua prefazione, era un “doppio evento”: l’unità dell’Europa con l’accordo di Maastricht e i 500 anni dalla “scoperta dell’America” di Cristoforo Colombo. Nel 1992, a soli tre anni dalla caduta del muro di Berlino, con la fine dell’Europa del secondo dopo-guerra. In quel contesto e su quella soglia Armido voleva orientare il pensiero, la attenzione e le emozioni verso una “teologia europea della liberazione”.

Il fatto che oggi si possa ritenere raccomandabile la sostituzione della parola “Europa” con la parola “Io” non è solo un caso. Non si tratta di arbitrio, evidentemente: proprio il testo di Armido giustifica la possibilità di questa diversa titolazione. La sua “tesi” è precisamente questo passaggio di priorità. E se 35 anni fa quel suo libro costituiva una provocazione non da poco, ma che ancora pescava in forme condivise e forti di vita sociale, oggi risuona ancora più alto il grido di liberazione dalla invadenza egocentrica e dal prevalere del “proprio particulare”, che sosteneva già allora il tono di fondo delle pagine di Armido.

Un pensatore della coscienza etica

Passare dall’Europa all’Io è diventato, dunque, quasi un dovere. Tornare a confrontarsi con la parola di Armido, 35 anni dopo, costituisce una sfida alle ricostruzioni di comodo di cui la cultura e anche la teologia è spesso indotta ad accontentarsi. Ma proprio qui Armido non si ferma: va al fondo della questione e si occupa di chiarire in quale senso la vocazione moderna alla autorealizzazione di sé, con tutta la sua forza, debba trovare nella tradizione biblica il giusto contesto di valorizzazione e di contestualizzazione.

È il progetto moderno a diventare, per Armido, il banco di prova della fede. Di una fede che si nutre della relazione con Dio come promozione dell’uomo e come forma della comunione. La rilettura della modernità esige un decentramento dall’io e una scoperta nuova, mediata da nuove parole, della correlazione originaria dell’io all’altro: «dislocando il fuoco dall’io all’altro, e ridefinendo l’io come solidarietà e pace, come servizio alla sovranità dell’altro, ridisegnando il poter-essere come disponibilità al bisogno-di-essere» (390).

Questa “dislocazione” o “decentramento” costituisce la sfida che Armido ha articolato nella teologia cristiana e cattolica con una lettura pensante del testo biblico, alla scuola delle grandi tradizioni esegetiche cristiane ed ebraiche dell’ultimo secolo.

Una coscienza etica implica una certa distanza dalla tradizione, senza pretendere di uscirne. Qui, a mio avviso, sta la differenza sostanziale tra il contributo di Armido e la tendenza a ricostruire la tradizione teologica in termini di “post-teismo” o di “neo-cristianesimo”.

Armido lavorava con lo stesso materiale di cui discutono queste tendenze, ma con una evidenza originaria del “primato della alterità” e con una adesione personale e comunitaria alla “fede” che non discuteva. Non negava il soggetto in forma dualistica o eteronomica, ma non poteva collocarsi semplicemente “oltre” la tradizione. Ci stava dentro criticamente, senza partire da opposizioni drastiche. Questo mi pare il tratto più interessante, che può giustificare il fatto di rileggere oggi questo libro scritto 35 anni fa.

Ma anche noi, che lo abbiamo conosciuto, apprezzato, ascoltato e condiviso, rileggendolo dopo una generazione e mezzo, lo scopriamo quasi come il testimone di una antropologia diversa, quasi come un “selvaggio”, un uomo del passato, divenuto quasi misterioso e indecifrabile. Sono questi testimoni che dobbiamo trattare cavallerescamente, con un rispetto radicale, senza cadere nella tentazione di mettergli in bocca la nostra parola, ma dando voce davvero alla loro, per quanto ci appaia ormai portatrice di una lectio difficilior oramai da semplificare, da adattare, da addomesticare. Armido non era facile da domare, già allora. Tanto meno deve esserlo oggi e domani, quando siamo e saremo noi a dargli la parola, secondo scienza e coscienza.

Come intendere la tradizione?

Forse l’intuizione più feconda, nel pensiero appassionato di Armido, sta proprio in questa ermeneutica della tradizione, che non arriva mai all’eccesso di rinunciarvi. Per Armido il motto “mai senza l’altro” non si poteva aggirare, non c’era modo di “far da sé” in senso proprio. Non si poteva mettere, come in un museo, allineati su una parete, i “fatti storici” di qua e i “dogmi di fede” di là.

Lui sapeva bene, come insegnava M. Blondel quasi 150 anni fa, che “a un chiodo dipinto sulla parete, si può appendere solo una catena dipinta”. Per questo, nel pensare il cuore della fede, l’amore, poteva dire, contestualmente, due frasi impressionanti:

 L’amore può solo essere comandato;
solo l’amore può essere comandato.

 In queste due frasi si concentra, in fondo, molto del duplice campo di esperienza che Armido ha portato nella sua missione di pensatore ecclesiale: la radice ebraica e la passione per il pensiero libero, il fascino della libertà e la correlazione con la autorità, la resa e la resistenza. Per usare le parole che compiono le pagine di questo libro: la grazia e la negazione. Questa è la grande ispirazione che egli trae dalla parola che viene dalla tradizione ebraica: il carattere “militante” dell’amore.

Qui è interessante che Armido, che è stato uomo di pace e pensatore irenico per eccellenza, sapeva riconoscere con acume questa “battaglia” che alimenta l’amore biblico, fin dalla scena dell’”Eden”: essere immagine e somiglianza di Dio non è un dato, ma un compito, per l’uomo e per la donna, come esseri “morali” in quanto, appunto, riconoscono il carattere “militante” del loro essere. Ciò che in Dio è riposo, negli umani è milizia.

Questo aspetto “combattivo” era visibile sul volto, nello sguardo, nel gesticolare che accompagnava la parola di Armido. Tutto questo si perde nel volume, in ogni volume. Ma proprio le pagine sulla “negazione” sono una rivelazione, quasi permettono a questo “non detto” (e non dicibile a parole) di manifestarsi e farsi fenomeno percepibile, sebbene “sotto altra forma”, come il Risorto. La sua morte è vinta, ma sono gli occhi della fede che lo riconoscono.

A questo primo livello, però, si aggiunge un secondo, altrettanto radicale. La grazia e la sua negazione convivono nella forma della cura per la povertà. Così mi pare che si potrebbe definire, sinteticamente, la seconda tensione che attraversa ogni testo di Armido: non solo la irruzione dell’altro, con il suo volto e con il suo bisogno, dentro la sfera dell’io, ma il costituirsi dell’io in una originaria indigenza custodita, accolta e riconosciuta come bisognosa di cura e di prossimità generosa. L’altro sta, allo stesso tempo, oltre e al di qua.

Questo carattere spirituale del testo di Armido si intreccia sempre qui: nella consapevolezza che si va dall’io all’altro, eticamente, perché, diremmo ontologicamente, si è pervenuti dall’altro all’io. La autonomia è infondata, ultimamente, ma la eteronomia ha fondamento solo se porta dall’io. Questo paradosso – che icasticamente Armido declinava nella correlazione sorprendente l’amore è radicato nel comandamento, ma il comandamento è giustificato solo in vista dell’amore – permette oggi di rileggere ciò che del titolo originario è rimasto invariato: abbozzo di una teologia europea della liberazione.

La liberazione e la guerra in Europa?

Rispetto a 35 anni fa, la applicazione del concetto di “liberazione” non al Sud America, ma all’Europa, sembra una cosa ancora più inconcepibile. Non che nel 1991 fosse una cosa scontata: tutt’altro. Ma rileggerla oggi, nel nostro clima di scontro e di diffidenza, che attraversa da un lato la linea ovest/est, e dall’altro la linea nord/sud, appare davvero sorprendente, quasi straniante. In un mondo in cui le religioni danno il loro contributo alla “terza guerra mondiale”, non è del tutto fuori luogo annunciare una “teologia della liberazione” proprio in Europa e per l’Europa?

La doppia centralità dell’altro – come volto e corpo che mi interpella al di là di me e come volto e corpo da cui derivo, al di qua di me – scuote le tendenze, anche teologiche, ad opporre grazia e negazione, facendone una specie di duplice “oggetto di opzione” da parte di un soggetto indifferente e compiuto: di qua sta la storia reale, di là il mito ideale: che cosa scegli?

La negazione dell’altro, oggi, passa anche attraverso la tentazione spirituale. Alcune versioni di quello che oggi si denomina post-teismo o neo-cristianesimo, negano in radice la ogni possibile tensione etica, per non dire ogni “militanza”. Una spiritualità del “non altro” non ha forse più nulla da liberare: può solo riconoscere, non senza qualche fatica, di abitare il migliore dei mondi possibili. Se l’altro non c’è, tutto è necessario. Ogni differenza si semplifica in una apparenza. L’aggressore ha tanta dignità quanto l’aggredito, il ricco quanto il povero, il reazionario come l’uomo temperante: l’unica liberazione in gioco, sembra, sia quella dall’altro.

Tutto è uno, Dio non è altro da noi e noi non siamo altro da Dio. Anche l’ermeneutica della fede cristiana inclina da un lato ad una radicale opposizione tra grazia e negazione: tra Cristo come grazia e Gesù come negazione può esserci solo una congiunzione “e”, non una copula “è”. Ogni correlazione appare senza storia, immediata, piantata nel soggetto, opzionata fuori da ogni tradizione, in una coscienza senza padre né madre. In fondo non ha più senso ogni “dottrina”. Ma ancora più a fondo, non sembra poter avere senso neppure una fede.

Anche la teologia ha così un suo post: una post-teologia non ha più nulla da liberare: anzi, tematizza proprio la liberazione come un “bisogno non necessario”.

Ma se ci liberiamo dal bisogno di liberarci, siamo sicuri di trovare la vera libertà?

Che effetto può fare ritornare ad Armido e alla sua passione militante per l’amore comandato e al suo cantus firmus sul comandamento dell’amore?

Una preziosa integrazione del dibattito contemporaneo accade in queste pagine, così lontane e così vicine. Tornando indietro di 35 anni possiamo fare un passo avanti: non è facile, ma è la via obbligata. Potremo leggere così con maggiore equilibrio anche le giuste istanze che vengono dall’afflato mistico, quando emerge così potente, ed anche così sincero, dal gusto per il “post”: post-teismo, post-cristianesimo, post-tradizione sono voci di una passione, di una sofferenza da prendere su serio.

Una “ricostruzione della morale”, verso cui Armido ha orientato ogni sua parola, quasi ogni fibra del suo corpo, ci sollecita ancora come un compito inaggirabile e non si lascia superare così facilmente. Quel che ancora “non siamo”, questo negativo, interpella la coscienza. Per questo, leggendo Armido, riconosciamo bene “ciò che non muore e ciò che può morire” (Dante) tanto nelle sue parole che dal passato ci sollecitano, quanto delle nostre parole che nel presente cercano la via per salvare la possibilità donata di un atto di fede veritiero e di una dottrina irriducibile alle congetture di una liberazione dalla alterità, che approda spesso soltanto ad opzioni molto più arbitrarie proprio perché non concepiscono la autorità.

La pace è una questione morale, ripete sempre Armido: il ruolo dell’altro, qui, resta decisivo. Un’Europa che non sapesse più né onorare l’altro, né riconoscersi debitrice verso l’altro, perderebbe ogni identità.

All’abbozzo di una “teologia europea della liberazione” di oggi, ancora più di ieri, dobbiamo prestare un ascolto urgente e appassionato: si tratta di tornare ad una povera militanza, ad una spiritualità etica, che onori l’altro come inizio e come fine, come principio e come compimento. L’altro come soggetto, come povero, come Parola, come esempio, come istituzione, come tradizione.

Su questa strada Armido ci accompagna, ora camminando svelto tra la folla, ora fermandosi a meditare assorto, ora guardando lontano, con serena fiducia, al compito quotidiano: testimoniare l’attesa operosa di un non ancora che non si lascia ridurre, inter homines, alla evidenza inoperosa di un già sempre.

Andrea Grillo

Armido Rizzi, Dall’io all’altro. Abbozzo di una teologia europea della liberazione, San Paolo, Cinisello Balsamo 2026, pp. 416

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Questa presentazione è ripresa dalla Postfazione alla nuova edizione

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