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ADRIANA ZARRI VITA E OPERE

Quando mi trovo sul piatto una bella prugna violetta o una bella pesca colorata e vellutata ricevo un messaggio enormemente più vasto, mi arriva il sole, mi arriva l’aria, il vento, il lavoro dell’uomo che ha coltivato, che ha irrigato. Mi ci arriva un pezzo di mondo in quel cibo e allora la golosità è il contentarsi soltanto del gusto epidermico, non sapere andare in fondo a tutti i messaggi che passano in quel cibo….

Così scrivono i mistici, che possono digiunare, ma sono sempre in ascolto. Adriana era certamente una mistica. Donna. Anche la Chiesa dovrebbe meditarci sopra perché arriva a santificare i mistici, ma non si rende conto della strana ortodossia dell’altro genere, termine che una donna, anche teologa, preferisce espungere dal suo lessico. I mistici esprimono gli affetti compressi che il clero si nega perché rivelatori di eccessi del cuore che contraddicono l’obbligo della trascendenza che le mistiche incontrano più o meno gratis tenendo liberi i sensi.

La donna che si riveli mistica, appare subito strana, non rinuncia ai dogmi ma li interpreta e ricostruisce: Ildegarda di Bingen, all’inizio del secondo millennio studia di scienza, di medicina, di teologia, ma chiede alle suore del suo convento di partecipare alla santa messa con le vesti eleganti e i gioielli a festeggiare quel Signore che è stato un bambino da cullare, mentre Teresa d’Avila, durante la Controriforma, si appella continuamente al confessore per sapere se quel che scrive è conforme, ma intanto il suo pensiero prende il volo dell’aquila, non della colomba.

Adriana è stata certamente un’amica, in reciprocità, anche se io – che credo di avere una buona vita spirituale, ma non sono assolutamente mistica – non ho mai esaurito la sua “conoscenza”. Subito riconosciuta come “diversamente strana”: la sua appartenenza personale al dio trinitario mi faceva immaginare che la sua messa solitaria fosse una celebrazione, poi, senza stacco, leggevi di lei sul Manifesto e la trovavi in televisione a Samarcanda. Amica difficile, non finiva mai di intrigarmi soprattutto perché, di fatto, era assolutamente trasparente. La prima volta che andai a trovarla al Molinasso, non sapendo che cosa portarle in dono ospitale, le donai un profumo e andò bene; eppure provai sgomento quando seppi che, per condividere la sorte umana che ci condanna a cibarci di gentili animali, li condannava personalmente.

Bene ha fatto Mariangela Maraviglia a ricordarla a dieci anni dalla scomparsa. Mariangela scrive con passione ed è una straordinaria ricercatrice: aveva conosciuto Adriana soprattutto da scritti che l’avevano impressionata, fino a voler approfondire personalmente sui documenti, contattando gli amici, navigando nei contesti il personaggio sfuggente (il libro che ne è uscito è esemplare per gli storici che dovrebbero scrivere 125 pagine di contenuto e cento di note).

La ricostruzione  rincorre il personaggio da quando voleva essere “la rivoluzionaria di Dio” e naturalmente non poteva più scrivere su L’Osservatore Romano, Avvenire o Studi cattolici dell’Opus Dei, ma entrava direttamente in quella teologia “del Concilio” prima ancora che si aprisse, come facevano i più grandi (e insuperati, purtroppo) maestri Chenu, Congar, Rahner, Schillebeeckx e, da noi, Alberigo, Balducci, Franzoni, Girardi, Milani. L’ha inseguita nelle sue trasferte, da San Lazzaro e gli impegni nell’Azione Cattolica alle prime scritture importanti – il primo romanzo è del 1954, La Chiesa nostra figlia, l’ultimo Vita e morte senza miracoli di Celestino VI, con in mezzo altri anche di sconcertante simbolismo erotico in cui il sesso, deplorevole fobia clericale, ripropone il mistero trinitario), dalle “Scomode figlie di Eva” alle “Ballate dell’ira”, dal Molinasso della perfetta letizia, troppo isolato per non essere esposto ad una terribile aggressione, ad Albiano, eremo della santa kenosis, infine a Crotte di Strambino dei tanti incontri e degli ultimi gatti.

Sono stati anni forse davvero rivoluzionari, l’informazione progressista poteva contare su Settegiorni, Politica, Avvenimenti, Rocca, il quotidiano il Manifesto di Rossana Rossanda e su un’infinità di gruppi, associazioni, centri di discussione: a ripensarci un’ebbrezza di parrhesia. Adriana – amica di persone, religiose o no, ormai storiche allora scomode per l’establishment sia laico sia cattolico che resisteva, come sempre, ai cambiamenti evolutivi.

Erano esemplari dei fervori dell’epoca, un Benedetto Calati di Monte Giove (dove trovavi Ingrao o Rossanda), il don Mazzi dell’Isolotto, il troppo poco conosciuto Michele Do, o il più generoso di tutti nei confronti di Adriana, mons. Luigi Bettazzi; anche lei era presente dalla parte dei profeti, in particolare dalla parte di una giustizia che voleva dire “la sinistra”, critica del ritardo delle istituzioni. Forse non ci accorgiamo di quanto sia grande la loro assenza e quanto grande la responsabilità di chi c’è ancora. Cara Adriana, ci manchi. Te ne sei andata vestita, come volevi, non di nero, non di bianco, ma di fiori gialli e rossi con voli di uccellini. Scommetto che stai ridendo, anche se vorresti mandarci una ballata di (santa) ira.

Giancarla Codrignani

Mariangela Maraviglia, Semplicemente una che vive, vita e opere di Adriana Zarri, Il Mulino, Bologna 2020, pp. 224.

 

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