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Messa in Santa Marta

ANNO SETTIMO DEL PONTIFICATO
CONTINUITA’ E DISCONTINUITA’

Fulvio De Giorgi

È indubbio che nella storia contemporanea della Chiesa cattolica il momento principale di svolta periodizzante è stato il Concilio Vaticano II: visto sia come compimento finale della riforma cattolica iniziata dal Tridentino sia come avvio di una fase innovativa, solo parzialmente abbozzata e da portare avanti nel periodo successivo.

I predecessori dal Vaticano II fino ad oggi
In questa prospettiva storica, dunque, la continuità/discontinuità è da valutare tra papa Francesco e i suoi predecessori post-conciliari. E ciò da due diversi punti di vista: uno interno e uno esterno.

Il punto di vista interno è quello della figura e del magistero di papa Francesco considerati iuxta propria principia. Per essere sintetici possiamo prendere come guida un suo testo significativo e recente: il discorso alla Curia romana del 21 dicembre 2019.

Francesco chiarisce lo stile e il senso della sua riforma, tra continuità e cambiamento: «tale riforma non ha mai avuto la presunzione di fare come se prima niente fosse esistito; al contrario, si è puntato a valorizzare quanto di buono è stato fatto […]. È doveroso valorizzarne la storia per costruire un futuro che abbia basi solide, che abbia radici e perciò possa essere fecondo. Appellarsi alla memoria non vuol dire ancorarsi all’autoconservazione, ma richiamare la vita e la vitalità di un percorso in continuo sviluppo. La memoria non è statica, è dinamica. Implica per sua natura movimento. E la tradizione non è statica, è dinamica, come diceva quel grande uomo [G. Mahler riprendendo una metafora di Jean Jaurès]: la tradizione è la garanzia del futuro e non la custodia delle ceneri».

Una riforma, dunque, che è pensata – a detta dello stesso Francesco – «proprio ispirandosi a questo magistero dei Successori di Pietro dal Concilio Vaticano II fino ad oggi».

Paolo VI: un riferimento fondamentale
E tale processo innovatore, dunque, è partito «dal cuore della riforma, ossia dal primo e più importante compito della Chiesa: l’evangelizzazione. Paolo VI affermò: “Evangelizzare è la grazia e la vocazione propria della Chiesa, la sua identità più profonda. Essa esiste per evangelizzare” (Evangelii nuntiandi, che anche oggi continua ad essere il documento pastorale più importante del dopo Concilio, e attuale)».

In effetti la continuità principale del pontificato di Bergoglio è con il pontificato di Paolo VI (un pontificato che era stato quasi dimenticato; un papa che invece, con Bergoglio, è stato prima beatificato e poi canonizzato): il più legato al Concilio Vaticano II. Basti ricordare, come anche la citazione precedente attesta, l’importanza che Bergoglio annette alla Evangelii Nuntiandi e pure al discorso con cui Montini chiuse il Concilio.

Ma si può ricordare altresì il rilievo che Bergoglio assegna al Sinodo, voluto e ideato da Paolo VI, e al dialogo, che è il tema dell’enciclica montiniana Ecclesiam Suam: e soprattutto il pontificato di Francesco ha ridato al Popolo di Dio quella piena libertà di parola, che è premessa necessaria alla sinodalità e al dialogo (e che si era di molto affievolita nei pontificati ‘intermedi’ tra Paolo VI e Francesco, rispetto ai quali, dunque, questo aspetto segnala la principale discontinuità, di grande portata, di papa Bergoglio, che si può definire “montiniano” ma non “woytjliano” o “ratzingeriano”).

E Paolo VI richiama pure la figura – molto “montiniana” – del card. Carlo Maria Martini. Del quale Bergoglio dice: «Il Cardinale Martini, nell’ultima intervista a pochi giorni della sua morte, disse parole che devono farci interrogare: “La Chiesa è rimasta indietro di duecento anni. Come mai non si scuote? Abbiamo paura? Paura invece di coraggio? Comunque la fede è il fondamento della Chiesa. La fede, la fiducia, il coraggio. […] Solo l’amore vince la stanchezza”».

Aspetti di continuità con il “primo” Giovanni Paolo II
Pure significativa è la continuità con il pontificato di Giovanni Paolo II, soprattutto nella sua prima fase e fino alla malattia del papa: accento sui diritti umani, denuncia delle strutture sociali di peccato, apertura al dialogo inter-religioso (incontro di Assisi), richiesta di perdono per i peccati “storici” della Chiesa, disponibilità ecumenica ad approfondire il “ministero petrino”, grande valore attribuito al Vaticano II, intuizione della necessità di una “nuova evangelizzazione” (dice Francesco: «La percezione che il cambiamento di epoca ponga seri interrogativi riguardo all’identità della nostra fede non è giunta, a dire il vero, all’improvviso. In tale quadro s’inserirà pure l’espressione “nuova evangelizzazione” adottata da Giovanni Paolo II, il quale nell’Enciclica Redemptoris missio scrisse: “Oggi la Chiesa deve affrontare altre sfide, proiettandosi verso nuove frontiere sia nella prima missione ad gentes sia nella nuova evangelizzazione di popoli che hanno già ricevuto l’annuncio di Cristo” (n. 30). C’è bisogno di una nuova evangelizzazione, o rievangelizzazione (cfr n. 33)»).

Benedetto XVI e la Nuova evangelizzazione
E proprio la chiave della nuova evangelizzazione è la cifra della continuità con il pontificato di Benedetto XVI, plasticamente raffigurato dalla prima enciclica di Bergoglio Lumen fidei (non ho la possibilità di riprenderla, ma si trovano lì gli aspetti significativi comuni).

Pur in un’evidente diversità di sensibilità, di stile, di visioni pastorali, vi è una chiara continuità sul tema, dicevo, della nuova evangelizzazione: «Fratelli e sorelle, non siamo nella cristianità, non più! Oggi non siamo più gli unici che producono cultura, né i primi, né i più ascoltati. Abbiamo pertanto bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale, che non vuol dire passare a una pastorale relativistica. Non siamo più in un regime di cristianità perché la fede – specialmente in Europa, ma pure in gran parte dell’Occidente – non costituisce più un presupposto ovvio del vivere comune, anzi spesso viene perfino negata, derisa, emarginata e ridicolizzata.

Ciò fu sottolineato da Benedetto XVI quando, indicendo l’Anno della Fede (2012), scrisse: “Mentre nel passato era possibile riconoscere un tessuto culturale unitario, largamente accolto nel suo richiamo ai contenuti della fede e ai valori da essa ispirati, oggi non sembra più essere così in grandi settori della società, a motivo di una profonda crisi di fede che ha toccato molte persone”».

Naturalmente occorre segnalare pure le notevoli differenze di papa Bergoglio rispetto a papa Ratzinger: affidamento al Vangelo sine glossa e dunque ministero petrino più evangelico in una Chiesa più evangelica, vigorosa e chiara valorizzazione del Vaticano II, minore interesse all’esperienza pre-conciliare (anche sul piano liturgico), maggiore attenzione alle Conferenze episcopali e al decentramento, relativizzazione (non cancellazione) dei temi bioetici e comunque loro inserimento nel più ampio e fondamentale tema dell’ecologia integrale, apertura fiduciosa ad una pastorale di misericordia.

Uno sguardo storico di lungo periodo
Ma proprio queste considerazioni ci portano a passare ad un punto di vista esterno, cioè a vedere se, in relazione ai più generali cambiamenti storici, si hanno continuità e di che tipo tra gli ultimi pontificati.

In una visione storica generale non sfugge che – a partire dalla crisi petrolifera del 1973 e dalla conseguente segnalazione di un approccio ecologico alle risorse non rinnovabili, per passare al crollo del comunismo nell’Europa orientale e per venire infine al dispiegarsi della civiltà digitale – stiamo vivendo un grande cambiamento d’epoca, l’avvento dell’egemonia della globalizzazione neoliberale, che dunque richiederebbe un cambiamento pastorale vero e profondo.

La ‘svolta’, pur essendo visibile – come ho detto – dal 1973 (e fu perciò intuita da Paolo VI che infatti propose nuove vie pastorali, oltre la “nuova cristianità” di matrice maritainiana, proprio con la Evangelii Nuntiandi), si realizzò verso i primi anni ’90 e spaccò in due il pontificato di Giovanni Paolo II: se la prima parte (quella per la quale, come si è visto, si può vedere una continuità in Bergoglio) era stata espansiva, anche pastoralmente, e aveva tra l’altro contribuito alla caduta del totalitarismo comunista, la seconda parte vide il papa che intuiva l’avviarsi di un grande cambiamento, ma che non sapeva articolare nel merito la risposta pastorale adeguata, al di là dell’invocare una “nuova evangelizzazione”.

E così si ebbe uno tsunami pastorale che ha soprattutto causato una vasta e grave soluzione di continuità nella trasmissione inter-generazionale della fede.

La globalizzazione neo-liberale
Prendendo come ‘icona’ il già ricordato discorso di Paolo VI a chiusura del Vaticano II (nella sua cifra cristocentrica, che ricapitolava le due grandi prospettive: da Dio all’uomo; dall’uomo a Dio), si possono vedere riflessi in esso i due ultimi pontificati.

La globalizzazione neo-liberale ha portato ad un capillare innervamento del post-ideologico/post-moderno, come nichilismo volgare diffuso. Ecco la risposta di Benedetto XVI: da Dio all’uomo. Recuperare un primato dell’amore di Dio, cioè della Parola, dell’Eucaristia e della contemplazione. Necessità di una pastorale kerygmatica: charitas in veritate. Si può parlare di opzione-Benedetto.

Ma la globalizzazione neo-liberale ha significato anche l’avvento della cultura dello scarto (di cui i migranti sono vittime sacrificali), il fragilizzarsi di ogni legame sociale disinteressato (a cominciare da quello matrimoniale), la distruzione dell’ambiente, il disprezzo per i poveri e l’impoverimento di larghi strati popolari, con un polarizzarsi della ricchezza, la crisi della solidarietà e delle politiche di Welfare, il trionfo del materialismo pratico (soldi, sesso, successo).

Ecco la risposta di Francesco: la Chiesa povera per i poveri, in una prospettiva sociale di ecologia integrale, un’ortoprassi evangelica kerygmatica, cammini di misericordia pastorale: veritas in charitate.

Tra opus benedettina e gioia francescana
E la risposta cristiana al cambiamento d’epoca, anche nei suoi drammatici tratti disumanizzanti, non è mai pessimista, rancorosa e rigida, ma sempre nel segno della francescana “perfetta letizia”. Dice il papa: «Legata a questo difficile processo storico, c’è sempre la tentazione di ripiegarsi sul passato (anche usando formulazioni nuove), perché più rassicurante, conosciuto e, sicuramente, meno conflittuale. Anche questo, però, fa parte del processo e del rischio di avviare cambiamenti significativi.

Qui occorre mettere in guardia dalla tentazione di assumere l’atteggiamento della rigidità. La rigidità che nasce dalla paura del cambiamento e finisce per disseminare di paletti e di ostacoli il terreno del bene comune, facendolo diventare un campo minato di incomunicabilità e di odio. Ricordiamo sempre che dietro ogni rigidità giace qualche squilibrio». Si può parlare di opzione-Francesco.

Ecco allora, in sintesi, la via che si delinea: un’opzione benedettino-francescana. Ma il senso evangelico dell’opus benedettina e della letizia francescana non sta forse in quella gioia che Paolo VI indicò nella Gaudete in Domino (e che Bergoglio ha ripreso nella programmatica Evangelii Gaudium)? E cioè in quell’indirizzo kenotico indicato nella lettera di Paolo ai Filippesi (2, 6-11). Vi è dunque, al fondo dell’opzione benedettino-francescana, un’opzione paolina: cioè un radicamento in Cristo. «Christum habitare per fidem in cordibus vestris: in charitate radicati et fundati» (Ef 3, 17).

Fulvio De Giorgi
Docente di Storia dell’Educazione all’Università di Modena e Reggio Emilia.
Coordinatore del Gruppo di Riflessione e Proposta di Viandanti.

[Editoriale online dal 6 marzo 2020; l’immagine è ripresa dal sito …..]

Articoli della serie Anno settimo del pontificato
A. Grillo, Francesco e l’azione liturgica
MD. Semeraro, La piramide rovesciata della santità

 

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CONTINUITA’ E DISCONTINUITA’”

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