Home > Archivio > Editoriali > IO DICO CHE LA QUESTIONE E’ IL BAMBINO
Mauro Biani, La prima volta (2020)

IO DICO CHE LA QUESTIONE
E’ IL BAMBINO

Giancarla Codrignani

Mi ha colpita una vignetta di Mauro Biani: l’adulto integrato nel sistema dice “È stata l’ennesima tragedia” e la piccola sagoma di un bimbo di colore dalla faccina ormai scomposta “Io è la prima volta che muoio”. Era il piccolo scivolato giù da un barcone di immigrati annegando sotto gli occhi di una mamma straziata.

Soggetti fragili, non ancora persone
Ma a noi, i bambini ci fanno solo tenerezza e pena o li rispettiamo? In greco antico la parola “bambino” era un nome neutro e non distingueva le bimbe dai maschietti; la stessa cosa oggi in tedesco e anche in inglese, che rimedia specificando little girl, little boy.

Neutri, non persone, cose fragili, soggette ad andarsene nei primi anni di vita: in Africa è incerta la data di nascita di un poeta e grande politico come Senghor perché era (in provincia resta ancora) tradizione denunciare la nascita dei figli quando si era sicuri che non sarebbero morti. D’altra parte la tradizione contadina anche in Europa e nelle nostre terre riteneva la morte di un bambino meno grave di quella di un vitello.

Il femminismo ha ricordato che il riconoscimento dell’aborto ha visto diminuire gli infanticidi, ancora esistenti (e aggiornati dalle possibilità fornite dalle ecografie che selezionano le femmine) in Cina e in India.

I diritti dell’infanzia
Solo il 20 novembre 1989 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava la Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (ratificata dall’Italia nel 1991, mentre gli Usa l’hanno firmata ma la ratifica è tuttora latitante). È pertanto diventato precetto “universale” che il bambino ” deve crescere in un ambiente familiare in un clima di felicità, di amore e di comprensione”; per questo gli Stati aderenti si impegnano ad assicurare al fanciullo la protezione e le cure necessarie al suo benessere… ” e a tal fine essi adottano tutti i provvedimenti legislativi e amministrativi appropriati”.

Sono 54 articoli che comprendono tutti i diritti da garantire: “adottano ogni misura legislativa, amministrativa, sociale ed educativa per tutelare il fanciullo contro ogni forma di violenza, di oltraggio o di brutalità fisiche o mentali, di abbandono o di negligenza, di maltrattamenti o di sfruttamento, compresa la violenza sessuale”.

Il sommerso delle violenze
Purtroppo è noto che ovunque è la famiglia il luogo in cui si verifica il numero maggiore di reati contro la persona destinati all’impunità, perché se non ci sono denunce, lo Stato non si intromette in quel retorico sacrario che la morale comune esalta.

Le donne lo sanno in prima persona: hanno subito, soprattutto quando non avevano accesso al lavoro e dipendevano dal marito o, se non si sposavano, dai parenti; si dava per scontata l’infinita sopportazione delle donne. Oggi resta l’eredità dei maltrattamenti domestici e dei femminicidi, ma la stampa ormai li segnala e condanna la violenza di genere; e finalmente le donne denunciano. Ma i bambini non hanno via di scampo, non possono denunciare: subiscono, soffrono, patiscono paure e blocchi psichici che segneranno il loro sviluppo.

La Convenzione elenca gli oltraggi che continuano a subire i minori “compresa la violenza sessuale”, uno degli abusi più diffusi, quello più grave e più sfuggente perché il bambino lo custodisce nel silenzio: come in passato lo stupro ricadeva a vergogna per la vittima che taceva, così il bambino offeso nella sua intimità sa che quello che gli capita, non dovrebbe succedere, ma è entrato in una trappola psicologica che lo tiene prigioniero nel disagio. Anche perché si tratta del padre, del nonno, dell’amico di famiglia. Un sommerso terrificante che distrugge la fiducia nel genere umano. La società non vuole accettare, rimuove. E i bambini e le bambine (anche queste violazioni sono diverse) avranno adolescenze scomode per sé e per chi ha cura di loro, soprattutto se anche loro hanno rimosso.

La variante clericale
Inutile ricorrere agli analisti e cercare di sapere se la pedofilia è una malattia o una devianza. È un crimine odioso perché seduce e corrompe l’anima dell’individuo quando è più vulnerabile, perché innocente, ancora incapace di discernimento e di reazione. Ma è fenomeno che la società non sa affrontare, perché è solo una coscienza critica collettiva che consente il coraggio morale di affrontare la questione di fondo: capire che cosa mai sia – e senta e pensi – un bambino o una bambina. Forse su questo terreno è stata provvidenziale la presenza di papa Francesco che ha avuto il coraggio di affrontare la questione scabrosa in quella grande comunità di celibi che hanno rinunciato alla famiglia che è la sua chiesa.

La pedofilia “ordinaria” conosce infatti la variante clericale: i casi di “perversione” erano noti, ma coperti dall’ipocrisia tipicamente cattolica delle situazioni in cui la chiesa tradisce la sua Parola. La nostra epoca, fortunatamente almeno in parte – quella uscita dallo stato di sottomissione al principio di autorità – ha conosciuto lo scandalo delle denunce. Matteo (18,7) sottoscrive: oportet ut scandala eveniant e Gesù che non aveva letto Freud ma conosceva i bambini e i loro guai li preservava dalla violenza degli adulti privilegiando per loro un amore speciale.

Pochi anni fa alcuni adulti, consapevoli delle lesioni prodotte nella loro vita dalle violenze subite, presero coraggio e portarono in tribunale i responsabili. Il coraggio di pochi fu contagioso e nel 2002 un’inchiesta del Boston Globe rivelò la messa in stato di accusa in una sola diocesi di 89 sacerdoti e la rimozione di altri 55.

Errori e timori
La pedofilia ha una lunga storia: è vietata dalla Didachè, ma nei secoli se ne perde la controllabilità perché fatta ricadere nella condanna dell’omosessualità. Così si aprì una moltiplicazione di errori – l’omosessualità non è né un reato, né una malattia, né un peccato e non ha nulla a che vedere con la pedofilia – contro i diritti umani, purtroppo da secoli non sufficientemente messi a confronto con la dottrina e la prassi clericale.

Nessuno ignora i documenti e le iniziative che hanno visto papa Francesco da subito all’attacco della piaga immonda che contamina la sua Chiesa. Basta la citazione dell’udienza – 11 aprile 2014 – all’Ufficio Internazionale Cattolico dell’Infanzia, in cui, oltre a chiedere perdono per gli abusi commessi sui minori, enuncia quello che per lui è un mandato sacro: “Mi sento chiamato a farmi carico di tutto il male che alcuni sacerdoti – abbastanza di numero, ma non in proporzione alla totalità – a farmene carico e a chiedere perdono per il danno che hanno compiuto, per gli abusi sessuali sui bambini.

La Chiesa è cosciente di questo danno. È un danno personale e morale loro, ma di uomini di Chiesa” che vanno sanzionate fortemente. Anche Benedetto XVI era consapevole dei crimini (anche ai suoi tempi erano 600 ogni anno le denunce che arrivavano alla Congregazione per la Dottrina della Fede); ne soffriva – lo rese noto perfino nelle meditazioni della via Crucis – ma, attribuendone la causa al lassismo morale prodotto dal sovvertimento del “sessantotto”, non ebbe il coraggio di condannarlo pubblicamente.

Assumere la serietà di papa Francesco
In questi giorni ha fatto rumore il caso di Theodore McCarrick, il cardinale di Washington che giurò il falso a Giovanni Paolo II e che fu pretesto per uno dei soliti attacchi di mons. Viganò ex-nunzio negli Usa contro Francesco, “il papa eretico”, che aveva dimesso McCarrick dallo stato clericale non appena fu provato l’abuso di un minore.

Dopo due anni di indagini il Vaticano ha pubblicato il Rapporto definitivo sul prelato spergiuro e peccatore, con testimonianze di circa novanta responsabili vaticani, cardinali e vescovi, la Conferenza Episcopale Americana, ex seminaristi e preti di varie diocesi e di laici. Il mondo cattolico deve assumere la serietà del suo papa e domandarsi quanto sono complici le persone che “poi” si sono domandate come possa aver “fatto carriera” il signor McCarrick.

Giancarla Codrignani
Giornalista, socia fondatrice e membro del Consiglio direttivo di Viandanti

[pubblicato il 19 novembre 2020]
[La vignetta di Mauro Biani, pubblicata da “la Repubblica” del 13.11.2020, è ripresa dal sito http://maurobiani.it/]

1 Commento su “IO DICO CHE LA QUESTIONE
E’ IL BAMBINO”

  1. Grazie, cara Giancarla. La pubblicazione del rapporto su McCarrick in effetti è sconvlgente non solo per la sequela di crimini del prelato, ma forse ancora di più per le coperture e gli aiuti trovati in Vaticano. Su questo non si sono lette adeguate prese di coscienza, Bruna Bocchini

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

QUESTIONI DI LITURGIA

RICOMINCIARE DALLA PREGHIERA DEI FEDELI

LE RELIGIONI SIANO AL SERVIZIO
DELLA FRATERNITÀ NEL MONDO

SINODO
DELLA CHIESA TEDESCA