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Assemblea sinodale - Pordenone

MINISTERI E PRESIDENZA
DA RIPENSARE SINODALMENTE

Oreste Aime

Sinodalità e Riforma: così si può riassumere con due parole guida il tentativo di orientare la vita della chiesa cattolica oggi. Non sono del tutto nuove. Infatti riecheggiano parole di cinquant’anni fa: allora si diceva “concilio” (con qualche richiesta di sinodalità) e “aggiornamento” (termine di Giovanni XXIII; l’ecclesia semper reformanda, principio riscoperto da Yves Congar, fu fatto proprio con prudenza da Paolo VI e solo recentemente ripreso).

Per quanto ci sia una certa continuità concettuale, tuttavia il tempo è diverso sia per la chiesa sia per il mondo. La continuità rende manifesto che siamo nell’onda lunga della recezione del Vaticano II; la mutazione dei termini segnala che siamo coinvolti in un processo di interpretazione con tratti nuovi sia della chiesa sia del mondo.

Il principio di sinodalità
La continuità deve però registrare anche le remore, le inerzie, le battute d’arresto, gli inadempimenti accumulatisi nel corso di quasi sei decenni; il mutamento, pur non disconoscendo il tesoro del passato, deve cogliere che il contesto interno ed esterno della chiesa non è più lo stesso, per evitare la mera ripetizione. E le esigenze del nostro tempo sono diventate impellenti.

Il sinodo, quello indetto e in svolgimento, e gli altri, universali e locali, che l’hanno preceduto, insieme al principio di sinodalità, che lentamente emerge dal discorso teologico e, molto meno, dalla pratica ecclesiale, pongono il problema raramente esplicitato del potere nella chiesa, nel suo duplice significato: la capacità di iniziativa (potentia) propria ai credenti, loro donata, – il loro potere di essere e di fare, senza alcuna distinzione di rango, in nome della fede, della speranza e della carità e del battesimo – e l’attribuzione e la gestione della potestas e/o dell’auctoritas (ministeri, gerarchia, giurisdizione; e i munera docendi, sanctificandi et regendi); e, di conseguenza, l’intricato problema della loro relazione reciproca.

Duo sunt genera christianorum
Da un certo momento in avanti, ben prima del Decretum di Graziano del 1140, la chiesa ha preso la configurazione di duo sunt genera christianorum (due sono i generi di cristiani: clero/monaci e laici), mettendo in ombra il primo dei due aspetti segnalati del potere, quello di “iniziativa” di ciascun fedele, per quanto esso non sia mai venuto a mancare del tutto, spesso appellandosi a qualche carisma particolare e a successivi processi di riconoscimento canonico.

Per quanto riguarda il primo dei generi, la questione della sacra potestas, nella distinzione di potere di ordine e potere di giurisdizione, ha attraversato i due recenti concili della chiesa cattolica (primato papale al Vaticano I e collegialità al Vaticano II) e non ha ancora trovato una concreta composizione, sulla quale da qualche tempo si sta affaticando la determinazione del principio di sinodalità.

A sua volta, in tempi recenti, la distinzione dei duo genera, tra clero e laici, non ha trovato nessuna reale composizione, anzi in qualche caso s’è persino accentuata (le associazioni laicali sorte tra Ottocento e Novecento hanno avuto maggior peso in passato che non in tempi recenti dopo il loro riconoscimento nell’Apostolicam actuositatem, anche per la fine dell’“epoca della mobilitazione” com’è sta definita da Charles Taylor; le attuali attribuzioni di uffici a laiche e laici sono ad personam).

Autorità e potere
Nelle discussioni e negli studi sulla potestas e oggi sulla sinodalità solo raramente si pone la questione del potere e dell’autorità in quanto tale, tanto sul piano teologico, quanto sul piano canonico e su quello contestuale. I poteri si definiscono e si ridefiniscono sempre anche in base al contesto, lo si ammetta o no; non è la stessa cosa parlarne in regime imperiale, feudale, assolutista o democratico. Non solo: la nozione di potere nella chiesa rimanda a quella di Dio “onnipotente”, ampiamente discussa a fine medioevo e inizio dell’epoca moderna e poi lasciata cadere, raramente adeguata allo scandalo e alla follia della Croce. È singolare, ma in epoca recente una teologia del potere non è mai stata davvero elaborata.

Questa assenza si fa sentire allorché si debba stabilire concretamente in che cosa consista il clericalismo, che Francesco ha avuto il coraggio di chiamare per nome e di denunciare; né si deve dimenticare che lo scandalo degli abusi ha a che fare che un esercizio perverso del potere tanto da parte di chi se n’è reso reo, quanto di chi ha silenziato o non ha ascoltato nel modo dovuto la voce delle vittime. La cosa in sé è ormai palese, ma non ha innestato un processo di riflessione teologica di più ampio respiro.

Il fondamento battesimale
A ciò si aggiunge un problema recente, non intravisto al Vaticano II e in gran parte eluso nei decenni successivi: il concilio si occupò ampiamente del ministero episcopale ma non registrò la crisi ormai avviata del ministero presbiterale. Questa da tempo attraversa la chiesa cattolica in molte chiese storiche (e coinvolge anche il pastorato di molte chiese protestanti) e non è ancora assunta nei suoi contorni reali. La diminuzione del numero dei presbiteri, peraltro, raramente ha favorito un maggior coinvolgimento laicale, com’era possibile ragionevolmente prevedere.

La centratura ecclesiologica sull’eucaristia, teologicamente ineccepibile e necessaria, di fatto fa sì che ci sia “chiesa” solo là dove c’è eucarestia: a qualunque costo, anche a quello clericale. Il fondamento battesimale – ben esplicitato da Francesco nell’Evangelii gaudium, nn. 119-121 – non è ancora recepito e quasi mai efficace a livello di riconoscimento, anche se gran parte della vita della chiesa ne dipenda (la catechesi e altri settori vitali).

Se si accetta il principio sinodale, anche solo nel suo abbozzo attuale, è il ministero stesso, in tutti i suoi ordini, a dover essere ripensato: qual è il suo ruolo e il suo modo di attuazione entro un contesto sinodale – dal parroco al papa, e viceversa? Fondamento e stile non devono essere disgiunti. Non è e non sarà un’operazione facile, a motivo di assetti strutturali secolari ormai sedimentati.

Non è tutto qui, tuttavia. Infatti il ministero è sotto duplice pressione; oltre al principio sinodalità, non ancora realmente attivo, si deve prendere atto della mutazione di contesto ecclesiale e storico, che registra cumulativamente la crisi del ministero presbiterale, l’emersione del ministero diaconale, la questione femminile e il connesso accesso ai ministeri, i modelli democratici presenti o assenti nell’ambiente politico e culturale circostante, l’infosfera e la ragione digitale con le loro implicazioni sul piano della comunicazione.

Una Chiesa trasformata dal popolo
Dentro questo quadro, abbastanza conosciuto ma raramente dichiarato nei suoi aspetti più critici, il ministero, a tutti i livelli, deve trovare nuovi stili e sperimentare nuove relazioni. Che cosa e come fare?

Innanzitutto occorre ritornare al modello neotestamentario, anche per tenere viva la prospettiva ecumenica. Una buona guida può essere quanto Romano Penna ha proposto in Un solo corpo. Laicità e sacerdozio nel cristianesimo delle origini, Carocci 2020.

Passando al futuro prossimo, è indispensabile precisare e articolare il principio sinodale in tutte le sue variazioni. Dall’ampia bibliografia traggo due sole indicazioni: Hervé Legrand, Michel Camdessus, Una chiesa trasformata dal popolo, Paoline 2021 e Rafael Luciani, Serena Noceti, Carlos Schickendantz (edd.), Sinodalità e riforma. Una sfida ecclesiale, Queriniana 2022.

È necessario però, e di questo ci sono poche tracce, controllare le dimensioni sinodali già esistenti e di cui in questo frangente troppo poco si parla: i consigli presbiterali, i consigli pastorali diocesani e parrocchiali, gli altri consigli. Esistono? Come operano? Con quale partecipazione e efficacia? Istituiti dopo il Vaticano II non sono mai stati oggetto di una reale ricerca teologica e pastorale. Senza questo ancoramento “alla base”, la sinodalità non vi arriverà mai; la riforma sinodale ha bisogno di due movimenti in contemporanea, dal basso all’alto e dall’alto verso il basso, dal momento eccezionale alla vita ecclesiale quotidiana. La stessa consultazione sinodale in atto dovrebbe essere coinvolta in questo reale controllo e studio, in ogni caso sarà necessario farne un bilancio.

Se queste condizioni teologiche e pratiche saranno adottate, diventerà possibile elaborare nuovi modelli di presidenza, con gli indispensabili vincoli “sinodali” e con un’altrettanto indispensabile varietà di attuazioni. Un censimento delle buone pratiche potrebbe fin d’ora costituire una premessa per rendere possibile la trasformazione sperata.

Un’ultima osservazione, che si riconnette al punto di partenza. La riforma non deve ridursi alla sola partecipazione sinodale, altrimenti si incaglierà nelle secche istituzionali e procedurali. Deve conferire con altri aspetti, non meno urgenti alla vita della chiesa e dei fedeli: i motivi della riforma sono povertà, libertà, fraternità, valori e stili concreti sintetizzabili in forme di comunione (koinonia) in grado di attraversare correttamente i conflitti e di salvaguardare generosamente la pluralità.

Oreste Aime
Presbitero della diocesi di Torino, docente di Filosofia presso la Facoltà teologica di Torino.
Membro del gruppo Chiccodisenape, aderente alla Rete dei Viandan

[pubblicato il 20 maggio 2022]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: www.ilpopolopordenone.it]

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