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Una terra bagnata dal sangue Oscar Romero e i martiri di El Salvador

OSCAR ROMERO E I MARTIRI DI EL SALVADOR

Una terra bagnata dal sangue Oscar Romero e i martiri di El Salvador

Il racconto di Palini, saggista e insegnante, ripercorre la vicenda di orrore, di ingiustizia economica e sociale, di violenza e repressione che ha insanguinato per decenni il più piccolo paese dell’America Latina, El Salvador. Centrale nella narrazione la storia di Oscar Romero, arcivescovo di San Salvador, ucciso mentre celebrava messa. Ampio spazio è stato dedicato tuttavia alle biografie e alle testimonianze di altri martiri, più e meno conosciuti, di quella terra insanguinata: padre Octavio Ortiz, attivo nella pastorale giovanile e quattro suoi ragazzi; padre Rutilio Grande, amico fraterno di Romero e prete impegnato nella difesa dei diritti dei campesinos (i contadini salvadoregni costantemente e ferocemente oppressi e umiliati dai grandi latifondisti e dal regime); Marianella Garcia Villas, avvocata dei poveri e voce dei perseguitati in quanto responsabile della Commissione per i diritti umani della diocesi di San Salvador; sei padri gesuiti dell’Università Centroamericana e due loro collaboratrici laiche; quattro religiose statunitensi impegnate in attività di promozione umana ed evangelizzazione.

Nel libro di Palini emerge infatti la dimensione corale e comunitaria del martirio come partecipazione alla passione di un popolo. Oltre trentamila furono le vittime della repressione totalitaria, su una popolazione che negli anni Settanta era di quattro milioni di persone. Naturalmente a poter essere contati sono i fucilati e i desaparecidos; il numero crescerebbe di molto se si potessero quantificare le vite altrimenti violentate e devastate da un sistema politico e sociale disumano. Coralità del martirio dunque e anche, al tempo stesso, suprema solitudine del martire, a tu per tu con quella vocazione paradossale che lo chiama, per passione della vita, alla morte. Come i profeti biblici, il martire avverte la chiamata nelle circostanze concrete della sua esistenza, in quelle circostanze nelle quali il caso e una sorta di prescienza si mescolano. La narrazione di Palini ha il merito della concretezza. Ci racconta i fatti e ricostruisce, sempre sulla base di testimonianze orali e scritte, gli stati d’animo che li accompagnarono. Ci si mostra così che il martire, o la martire, è un essere umano che come tutti prova paura, non è esente da fragilità e da momenti di disperazione e da impulsi di rabbia e di vendetta. Esemplare in questo senso il bellissimo racconto del dialogo avvenuto tra l’arcivescovo e Marianella Garcia Villas all’indomani deIlo stupro da lei subito ad opera dei miliziani della Guardia Nazionale e anche la testimonianza dello sconforto nella consapevolezza della prossima fine che colse i collaboratori di Romero dopo il dolore per la notizia dell’assassinio dell’arcivescovo. Una morte che annunciava la loro. E loro, certo, avrebbero preferito vivere, benché fossero disposti a dare la vita. Paradossalmente il martire è colui che più intensamente ama e sente in sé la vita del mondo e l’esigenza di averne cura. I negatori della vita, i necrofili, gli aguzzini, gli assassini, se non muoiono accidentalmente nell’espletamento delle loro funzioni, o non vengono giustiziati o si suicidano al declinare della loro sinistra stella, spesso vivono a lungo. Muoiono nel loro letto, di vecchiaia.

Il martire non è un superuomo: è un uomo, o una donna, che è nato/a a se stesso/a, un essere giunto al supremo grado della sua individuazione; è qualcuno per cui le mistificazioni, gli infingimenti, le ipocrisie della vita sociale non contano più e proprio per questo è in grado di smascherarli. Si dice che il martirio è in odio alla fede: questa la definizione. Ma in odio alla fede perché? Cos’è che l’odiatore, il nemico, odia nella fede e nel suo testimone? Credo che l’odio non si rivolga all’aspetto per così dire ideologico, istituzionale, dogmatico della religione (così utile talvolta a mascherare e dissimulare l’ostilità quando gli odiatori del martire sono gli stessi correligionari – esemplare in questo senso l’avversione di quasi tutti gli altri vescovi salvadoregni verso Romero, sulla quale riferisce Palini). L’odio odia la fede in quanto inveramento e piena incarnazione dell’umano, in quanto apertura sulla vita, in quanto fonte di una speranza che, accogliendo nell’amore il limite proprio e del mondo, diventa capace di trascendere il mondo. Si potrebbe tradurre la definizione tradizionale del martirio con espressioni equivalenti: “in odio alla vita”, “in odio all’umanità”, “in odio alla libertà”, “in odio all’amore”.

Un passaggio particolarmente drammatico del libro è quello in cui Palini ricostruisce la difficile e tormentata comunicazione tra Romero e l’allora papa Giovanni Paolo II, fitta di dolorose incomprensioni. Due uomini, entrambi dedicati a Cristo e alla Chiesa: eppure, quanta distanza! Il primo, proveniente da una formazione piuttosto tradizionalista e schivo per carattere, era stato condotto dall’evidenza dell’ingiustizia e della violenza a congiungere sempre più, sulla via crucis della testimonianza, il suo personale destino a quello del suo popolo martirizzato dalla follia omicida di un regime paludato di cattolicesimo. Il secondo proveniva dall’esperienza di un altro totalitarismo, quello della Polonia comunista, il cui ricordo forse non gli permise di comprendere le istanze genuinamente evangeliche della teologia della liberazione e la missione di Romero.

El Salvador è anche oggi un paese segnato dalla violenza. Tuttavia, grazie al sangue dei martiri che, come scrive padre Vicente Chopin nella postfazione, ha fecondato la terra, oggi El Salvador ha soprattutto il volto di quanti, con il loro impegno quotidiano, fanno sì che il sacrificio di tanti porti frutti di speranza.

Simonetta Giovannini

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