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Marco I. Rupnik, Emmaus, il pane spezzato; particolare del mosaico nella facciata della Chiesa dei Martiri canadesi (Roma) 2007

PER UNA COMUNITA’ CELEBRANTE

Giancarlo Martini

Può sembrare abbastanza inattuale parlare di liturgia, o più precisamente di comunità celebrante, cioè del soggetto dell’azione liturgica (Sacrosanctum concilium n. 26), nel momento in cui, la pandemia da coronavirus sembra non dare tregua.

Una preziosa opportunità
Siamo incessantemente invitati al distanziamento fisico, ad evitare la frequentazione di luoghi chiusi, a vedere gli altri come possibili pericoli per noi e a ritenere noi stessi un possibile pericolo per gli altri, a indossare mascherine e, per quanto riguarda la celebrazione dell’eucaristia, a non poterci dare una stretta di mano o un abbraccio al momento dello scambio della pace o a non poter fare la comunione con il pane ed il vino, a non poter vivere quindi pienamente i gesti propri della convivialità.

Ma, forse, proprio la situazione di crisi in cui siamo immersi potrebbe costituire una preziosa opportunità per interrogarsi sulla persistenza nelle nostre comunità di una mentalità della delega in campo liturgico, con il permanere di un comportamento passivo o tutt’al più da fruitore di un prodotto confezionato e somministrato da altri.

Non potrebbe essere questa l’occasione propizia per riscoprire altre modalità di essere una comunità di credenti, non riducibile semplicemente al “dire e ascoltare messa”, come pare avvenga per molti preti e laici battezzati?

Non potrebbe essere questo il momento opportuno per riscoprire da parte di noi laici la bellezza di liturgie domestiche in famiglia o tra famiglie, anche grazie alle nuove tecnologie che consentono abbastanza agevolmente collegamenti a distanza?  “Peggio di questa crisi c’è solo il dramma di sprecarla”, aveva affermato papa Francesco a Pentecoste.

Riflettere con libertà sulle esperienze
Le considerazioni qui svolte sul tema della “comunità celebrante”  scaturiscono dal cammino di rinnovamento della liturgia fatto all’interno di una piccola realtà parrocchiale lungo il corso di alcuni decenni, dal post concilio ad oggi, un cammino dal “sentir messa” ad una comunità che “celebra”, un cammino tuttora in corso, reso oggi più difficile dal venire meno di importanti figure di riferimento che ci hanno accompagnato per cinquant’anni, in un contesto ecclesiale in cui il laicato è privo di poteri decisionali.

Avverto come un grave limite il fatto che non vi sia nel nostro paese un vero scambio di esperienze sul piano liturgico che favorirebbe un arricchimento reciproco. Ma uno scambio alla luce del sole, su quanto si fa concretamente e con quali orientamenti di fondo, sembra molto difficile, anche per il timore di interventi censori. È difficile che le autorità ecclesiastiche nutrano preoccupazioni per realtà parrocchiali amorfe o scialbe. Sono le comunità più creative e in movimento che destano di norma allarme.

Sarebbe molto utile, a mio parere, che l’Associazione Viandanti e la sua Rete si facessero promotrici nel raccogliere e rilanciare non solo riflessioni sulla liturgia ma anche esperienze effettivamente fatte e che si stanno facendo.

La «situazione di “afonia” del laicato che priva la Chiesa della ricchezza del contributo di una importante componente», di cui parla lo statuto dell’Associazione Viandanti, credo sia particolarmente evidente nel momento culminante della vita di una comunità cristiana quale è quello della celebrazione eucaristica domenicale. In questo settore prevale ampiamente l’atteggiamento della delega al prete, all’uomo del sacro, all’addetto ai lavori. È un terreno molto fertile per il perdurante e inscalfibile clericalismo.

Un uso diverso della parola “celebrante”
Anche il linguaggio abitualmente utilizzato nel parlare di liturgia riflette questa situazione. Se a celebrare è la comunità, perché continuiamo ad utilizzare il termine “celebrante” per indicare chi presiede la celebrazione?

Il linguaggio come ben sappiamo non è mai innocuo, ma esprime e veicola, rafforzandola, una certa visione del mondo, in questo caso, una certa visione di comunità cristiana. Ancora oggi è normale che si chieda “chi celebra”, al posto di chiedere quale prete presiederà una certa liturgia. È compito anche nostro, di laici battezzati, esigere e praticare un mutamento di linguaggio ancora contrassegnato da un forte clericalismo.

Lo stesso discorso si può fare per il termine “sacerdote” ancora ampiamente utilizzato per indicare una categoria particolare di persone, quella dei presbiteri, nonostante la riscoperta conciliare, più fedele al dato scritturistico neotestamentario, del sacerdozio comune. Proprio sul terreno del linguaggio sarebbe opportuna una maggiore attenzione da parte di tutti, da parte “di un laicato adulto, che prenda pienamente coscienza delle responsabilità che gli derivano dal Battesimo”, come esplicita lo statuto di Viandanti.

Maturare la consapevolezza di essere “comunità celebrante”
Non solo il termine “celebrante”, ma anche la parola “comunità” va presa in considerazione e analizzata con più cura. Credo sia lecito e forse opportuno chiedersi se esistono oggi comunità cristiane, non identificabili semplicemente con le parrocchie esistenti o con chi usufruisce dei servizi da esse offerti o anche con chi assolve il precetto festivo.

Ci dobbiamo cioè chiedere se esistono comunità formate da persone che abitualmente si ritrovano per ascoltare e pregare insieme la parola di Dio contenuta nelle Scritture, per ascoltare le donne e gli uomini del nostro tempo, al fine di acquisire uno sguardo più evangelico.

Se ci sono comunità che la domenica hanno il desiderio di riunirsi per celebrare l’eucaristia condividendo la mensa della Parola e del pane della vita. Se ci sono realtà che testimoniano di essere comunità di fratelli e di sorelle sottoposti all’unica regola del servizio reciproco e del servizio al prossimo, a partire dai più poveri, di essere cristiani del vangelo e non del campanile.

Il tema della liturgia, e del soggetto dell’azione liturgica, rinvia inevitabilmente al tema dell’esistenza di comunità cristiane. E proprio i periodi di crisi come quello che stiamo vivendo fanno emergere la qualità delle nostre realtà, il tasso maggiore o minore di clericalismo presente, la maggiore o minore autonomia dei laici, la qualità di uno sguardo e di un agire evangelico…

Abbiamo incontrato nel nostro cammino non poche difficoltà nel maturare la consapevolezza di essere una comunità celebrante, una comunità in cui ognuno offre un proprio contributo. Anche chi frequenta le nostre eucaristie spesso vi partecipa perché ritiene di poter godere e fruire di un buon prodotto, ben confezionato.  È faticoso superare la mentalità tridentina del laico passivo, silenzioso e obbediente, in particolare nel campo della liturgia.

Comunità vitali se relativamente piccole
Se si vuole poi che una comunità sia celebrante non solo nominalmente è necessario che le sue dimensioni non siano troppo ampie. Purtroppo l’attuale orientamento di accorpamenti tra parrocchie determinati dall’invecchiamento e dalla diminuzione dei preti va in una direzione opposta. E questo costituisce un problema che rischia di essere insormontabile, perché solo in una comunità relativamente piccola, fraterna, a dimensione umana, dove tendenzialmente ci si conosce e ci si riconosce è possibile una vera partecipazione da parte del maggior numero dei presenti.

Non si tratta evidentemente di alimentare forme elitarie o settarie. Avere dimensioni ridotte non vuol dire necessariamente moltiplicare recinti, innalzare barriere e steccati, rivendicare campanilismi. Le chiusure, come testimoniano le attuali tendenze sovraniste, possono riguardare interi popoli. Al contrario, proprio una piena partecipazione alla tavola del Signore “che è per tutti o non è” (come scriveva don Giacomini, il prete partigiano a cui è intestata l’associazione culturale di cui sono responsabile), allarga i confini e gli orizzonti.

Segno di questa possibile apertura da parte di una piccola comunità, come quella di cui faccio parte, è la presenza ormai decennale di un gruppo non esiguo di profughi alle nostre eucaristie. L’attuale impostazione di ridurre il numero delle celebrazioni va contrastata con forza perché rischia di essere ancor più clericalizzante. Se il numero di celebrazioni dipende dal numero di preti a disposizione vuol dire che al centro c’è sempre il prete. Se c’è una comunità cristiana, questa deve essere messa nella condizione di poter celebrare l’eucaristia.

Nel contesto attuale significa il superamento della figura del prete maschio, celibe e esclusivamente a tempo pieno. I tempi lunghissimi delle riforme ecclesiali possono andar d’accordo con i pesantissimi ritardi che lamentava il cardinal Martini? E noi laici non abbiamo alcuna responsabilità in merito? i dibattiti su questi temi che avvengono nel cammino sinodale della chiesa cattolica tedesca e che coinvolgono significativamente il laicato, non ci riguardano?

Giancarlo Martini
Presidente dell’Associazione culturale “don Giacomini” e referente del gruppo di “Fine settimana” di Verbania (VB), che aderisce alla Rete dei Viandanti 

[Pubblicato il 10 gennaio 2021]
[L’immagine è ripresa dal sito laviaeaperta.it]

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