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PERCHE’ IL CREDO DELLE CHIESE CRISTIANE
NON CONVINCE PIU’

John Shelby Spong, filosofo e teologo cristiano (ora novantenne) è stato vescovo della Chiesa episcopale statunitense (1976-2000), che fa parte della Comunione anglicana. Conferenziere molto attivo e autore di diversi testi, tradotti anche in lingua italiana, egli annuncia nella prefazione che il lettore si trova davanti al suo ultimo scritto (pubblicato nel 2018 negli Stati Uniti), a causa della preventivata decisione di ritirarsi a vita privata. Possiamo, pertanto, immaginare di trovarci di fronte a una opera di sintesi a cui sono stati consegnati temi rilevanti dello studio e dell’impegno professionale; di fatto, il testo – che mira di più a consegnare la propria esperienza di credente cristiano – mantiene una forma colloquiale, capace di parlare al grande pubblico, e indugia su racconti ed esemplificazioni tratti dalla vita personale, a perseguire l’effetto di un coinvolgimento complessivo del lettore.
L’indice risulta semplice e, al contempo, efficace da un punto di vista didattico: l’autore stesso parla di «questo libro» come di un «manuale» che invita «a un vigoroso dibattito» (pp. 31-32). La suddivisione in quindici parti non spaventa, poiché le prime due (Preparare il contesto e Dichiarare il problema) e l’epilogo (Il mio mantra: questo è ciò che credo) fanno da cornice a 12 tesi dapprima enunciate (pp. 44-47) e, in secondo luogo, svolte lungo altrettanti capitoli. La trattazione di ogni tesi, inoltre, è preceduta da una pagina di “copertina” che contiene il titolo e l’enunciato che si andrà a sostenere.
Punto di partenza è l’analisi della situazione culturale dell’area occidentale, che comprende e travolge la dimensione religiosa; se, certo, essa non risulta nuova, attingendo dall’esperienza della predicazione e del dialogo, acquisisce la vividezza della posta in gioco, quando sia stato tolto ogni approccio giudicante: «gli uomini e le donne moderni non possono più essere credenti» (pp. 21-32); mano a mano che tale impossibilità si fa strada, «il cristianesimo sembra destinato a occupare il suo posto insieme alle altre religioni e divinità della storia umana che sono morte» (p. 30). A tale livello di crisi, valgono molto poco le rivendicazioni reazionarie di qualsiasi chiesa che si chiuda in schemi di ripetizione del passato («in Europa, le Chiese cristiane appaiono e agiscono sempre più come musei»).
Interessante, sebbene del tutto incipiente, il lavoro a cui l’autore mette mano: se la tesi complessiva riguarda «un radicale ripensamento dei nostri simboli religiosi», intesi come cristallizzazioni di categorie e nuclei di fede, egli non si limita all’enunciazione, ma si addentra nei singoli temi per esaminarli, sostituirli o riconfigurarli (p. 31). Sebbene in modo enciclopedico – approccio che crea un effetto finale di giustapposizione di contenuti in cui svanisce la dinamica complessiva sia della riflessione che dell’esperienza credente cristiana – egli si concentra «sulla sostanza del cristianesimo stesso» (p. 40), entra nelle categorie specifiche (Dio, Gesù il Cristo, Peccato originale, Nascita verginale, Miracoli, Teologia dell’espiazione, Pasqua, Ascensione, Etica, Preghiera, Vita dopo la morte, Universalismo) e per ciascuna mostra gli aspetti di irricevibilità per i contemporanei (incredibile, appunto), ma anche una risignificazione possibile.
Per esempio, nella tesi 3 dedicata al “peccato originale” (pp. 111-117… forse una trattazione troppo breve per fare chiarezza su un tale tema), l’autore si concentra a narrare di nuovo il racconto di Genesi 3 – facendo solo intuire le questioni del genere letterario – per concludere che «i primi lettori ebrei» non lo intendevano in «termini moralistici», piuttosto vi vedevano «la storia degli esseri umani che crescono nell’autocoscienza, imparando a distinguere tra il bene e il male» (p. 115). Il problema successivo si presenta nella recezione letterale del testo da parte di un «tipo di cristianesimo», che ha reso Dio «centro del giudizio» per esseri umani ormai «caduti, corrotti e malvagi», ha imbrigliato la storia di vita e di amore di Dio con l’umanità dentro lo schema caduta-redenzione, con l’effetto pratico di subordinare la graziosa liberalità divina alla meschinità umana.
Il tentativo, che mostra quanto lavoro rimanga da fare per comprendere le forme assunte dal cristianesimo nelle epoche storiche che ha attraversato così da poterle rendere vere senza tradimento in altre epoche con categorizzazioni vitali e sensate, è sorretto dall’intento del tutto positivo e fresco di non perdere la possibilità di un’esperienza di fede cristiana nel presente e nel futuro: «il cristianesimo di domani metterà da parte le formule letterali del nostro passato cristiano, ma i cristiani non metteranno mai da parte la forza dell’esperienza che si è espressa nelle Scritture, nei credo, nella teologia e nella liturgia» (pp. 290-291).

Paola Biavardi

John Shelby Spong, Incredibile. Perché il credo delle chiese cristiane non convince più [a cura di Ferdinando Sudati; postfazione di Luigi Berzano], Mimesis, Milano 2020, p. 322.

 

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