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Coscienza e costruzione del bene comune

Tra Coscienza e Bene comune è il secondo termine che merita un chiarimento preliminare. Il concetto viene da lontano e, se lo si può far radicare nel pensiero greco, è nel medioevo che assume una connotazione precisa in senso teologico e quindi sociale e politico. Nel corso dei secoli ha avuto diverse fortune, con cadute di senso e perfino abbandoni, fino alla riemersione contemporanea che lo arricchisce di nuovi significati. Di questi ci occupiamo a partire dalla elaborazione nella recente dottrina sociale della Chiesa, rintracciando preferibilmente definizioni operative del concetto, che riguardino le azioni che lo realizzano.
A partire dal Concilio Vaticano II per “bene comune” s’intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alla collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente”. Questa definizione pone subito diverse questioni: considera il bene comune un principio regolativo della vita individuale e sociale, impegna quindi persone e società a perseguirlo come fine ultimo, se riguarda la pienezza di vita di ciascuno e di tutti. Ma se Dio (che non vediamo) è il fine ultimo delle sue creature, sarà il bene comune della società (che vediamo) il campo d’azione per il suo perseguimento da parte di ogni persona e della comunità umana. Per il credente: con i piedi per terra guardando al cielo. Per una lettura dei passaggi principali sul “bene comune” nel Compendio della dottrina sociale della chiesa (2004), che ne è interamente trapunto come sua idea-cardine, si vedano al capitolo IV (I principi della dottrina sociale della Chiesa) i §§ dal 164 al 170). Se si vuol approfondire l’articolazione interna del concetto come bene di ciascuno e di tutti “definibile solo nel quadro di una corretta integrazione delle esigenze dei singoli con quelle della collettività”, per lo stretto rapporto tra “bene comune” e “giustizia sociale”, tra dignità della persona e rispetto dei diritti umani, si vedano di Giannino Piana le pp. 463-481 di In novità di vita. III-Morale socioeconomica e politica (Cittadella editrice, Assisi 2013). Piana non manca di delineare lo sviluppo storico del concetto, ma soprattutto di configurarne la pregnanza attuale e le promesse per il futuro.
Sulla direttrice dei compiti della politica verso l’orizzonte del bene comune e della partecipazione del cittadino alla sua realizzazione, l’idea del bene comune abbozzata diventa plurale (beni comuni) connotandosi così di una serie di caratteristiche emergenti nel nostro mondo ‘globalizzato’, che permettono di segnalarne l’urgenza e una gerarchia di valore. L’ONU, alla massima generalità laica dell’idea, nel 2009 approva la Dichiarazione Universale del Bene Comune della Madre Terra e dell’Umanità, a segnalare l’urgenza e la necessità di guardare al mondo con una nuova coscienza planetaria ed ecologica. Vicino a noi, sul versante ‘laico’, Ugo Mattei offre un’agile contributo all’”elaborazione teorica e (alla) contestuale tutela militante dei «beni comuni»”, al plurale – cioè contestualizzati nel qui ed ora per una presa di coscienza collettiva della espropriazione in atto – in Beni comuni, un manifesto (Laterza, Bari 2011). Mentre Stefano Rodotà nel cap. IV (pp. 105-138) del suo importante libro Il diritto di avere diritti (Laterza, Bari 2012) svolge magistralmente il tema dell’intreccio tra beni comuni e diritti fondamentali, anzi (di)mostra quanto la produzione dei beni comuni dipenda dal riconoscimento e dal rispetto dei diritti fondamentali e quanto tutto ciò produca un “concreto arricchimento dei poteri personali”. Di sfuggita si potrà facilmente constatare la ‘vicinanza’ tra il discorso religioso e quello laico in questo campo, quando non la perfetta sovrapponibilità di molti aspetti.
Dalla presa di coscienza dell’urgenza e della necessità di ordinare al fine del bene comune religione e politica, fino alla formulazione del giudizio morale (presa di posizione) che anima la scelta consapevole, nell’azione personale e sociale, tra bene e male, si integrano tra loro i compiti della coscienza individuale e della coscienza collettiva. Nel discorso quotidiano domina il riferimento alla C individuale (personale), sia nell’ottica religiosa (esame di coscienza…), sia in quella civile (autocoscienza…). Ma è assodata la consapevolezza che anche la C individuale è una costruzione originariamente relazionale (sociale), per cui non è improprio parlare in ambito religioso di C comunitaria, di comunione e in ambito civile di C sociale e di C politica e da parte nostra porre in risalto la stretta contiguità che si verifica tra C personale-C sociale e tra C religiosa-C politica. In questa sezione svilupperemo il discorso della costruzione del bene comune come fine ultimo del vivere individuale e sociale che impegna ad un’etica solidaristica (corresponsabilità) la coscienza di ogni persona come ‘soggetto in relazione’. E lo svilupperemo scrutando di volta in volta, su singoli temi, i segni dei tempi dentro l’attualità. (Piergiorgio Todeschini)