Home > Archivio > Editoriali > VERSO IL SINODO TRA DOTTRINA E PROFEZIA
Grant Wood, American Gothic (1930) -  Art Institute, Chicago.

VERSO IL SINODO TRA DOTTRINA E PROFEZIA

Mirella Camera

Grant Wood, American Gothic (1930) - Art Institute, Chicago. Il dibattito che si sta sviluppando – non solo nella Chiesa in vista del Sinodo sulla famiglia del prossimo ottobre, ma anche sui giornali e nel web – a proposito della possibilità per i divorziati risposati di poter accedere alla comunione, riflette in un modo che si potrebbe dire esemplare  tutta la complessità, la densità secolare e, soprattutto, la duplice natura, profetica e dottrinale insieme, del cattolicesimo.

Due poli in tensione continua
Le molte voci che si sono espresse sul tema [1] contengono tutte le sfumature possibili tra i due poli che da sempre caratterizzano la Chiesa: quello dell’interpretazione profetica del messaggio evangelico, che apre continuamente nuovi orizzonti dentro i cambiamenti della storia, e quello della sua stabilizzazione dottrinale che, invece, si è data il compito di mettere punti, disporre ancoraggi e delimitare gli spazi dentro i quali la comunità cristiana trova la definizione di sé.
Entrambi sono necessari per procedere, esattamente come un piede deve poggiare sul terreno, per dare stabilità al corpo, mentre l’altro deve osare sollevarsi, sfidare il momento del salto e andare oltre. È così che la Chiesa ha sempre camminato nei secoli: la profezia ha bisogno che la dottrina la sorregga per non perdere l’equilibrio, ma la dottrina rischia di restare immobile e pietrificata senza la profezia che la superi, rimettendola in gioco.

Nel caso specifico, questi due poli hanno trovato i loro portabandiera – grazie anche a una certa semplificazione dei mass media – da una parte, nel Prefetto della Congregazione della Fede, Gerhard Ludwig Müller che non deroga di una virgola dal suo compito di guardiano dell’integrità dottrinale ed esclude senza mezzi termini che la Chiesa possa cambiare le regole a proposito di matrimonio, divorzio, indissolubilità e partecipazione ai sacramenti [2], dall’altra, nel cardinale Walter Kasper, pure lui membro della Congregazione, molto più spostato su posizioni pragmatiche e pastorali e disposto a  venire incontro alle necessità dei sempre più numerosi divorziati praticanti  che vivono con disagio e sofferenza l’esclusione dalla comunione. [3]

Ascoltare le argomentazioni
Bisognerebbe entrare almeno un po’ in questa discussione, ascoltare le argomentazioni degli uni e degli altri: è veramente illuminante come gli ambiti delle rispettive posizioni sembrino reciprocamente irriducibili.
Quella dottrinale rimane saldamente aderente, più che alle scritture da cui pur parte, all’ impianto ellenistico attorno a cui si è sviluppata nei secoli: quella specie di “matematica della mente” per cui, dato un presupposto – dove “dato” significa proprio posto, messo lì come punto di ancoraggio incontrovertibile e non come punto di partenza in sé problematico e da decifrare – ne consegue tutta una serie di concatenazioni logiche, teologiche e infine giuridiche praticamente obbligate.
Assomiglia a quelle affascinanti installazioni tipo Domino dove la spinta iniziale viene trasmessa lungo un percorso disseminato dagli oggetti più diversi, con salti di spazi e giri di leve, dove la regola dell’azione e della reazione, del peso e della distanza, della gravità e dell’inerzia portano inevitabilmente sempre a medesimo esito finale. Una meccanica stupefacente, persino bella. E molto seducente.
Quella pastorale, invece, osserva il panorama, rilegge gli stessi testi immettendo nuove domande, allarga le ipotesi e ricrea i contesti, con l’obiettivo di ampliare l’orizzonte e invitare a un cammino più affidato allo spirito di Dio che al funzionamento creativo della logica umana. Assomiglia a Israele che girovaga nel deserto, coi suoi punti fermi, i suoi inciampi, i suoi errori, il suo coraggio, le sue esitazioni e le sue sfide.

Porsi la domanda giusta
Sono due modi di vivere la Chiesa, due tendenze che a volte si scontrano. La prima ha molti estimatori, persino tra gli atei; ma prima di tutto fra “gli esperti”  che di quella meccanica da orologiaio ne vedono il perfetto funzionamento razionale e ne rimangono presi.
La seconda incontra le immediate simpatie di chi sta coi piedi nel mondo e non teme di sporcarsi un po’ trafficando con le cose di questa terra, non ha paura di scivolare ma nemmeno di saltare, di scambiare idee con tutti, di provare strade nuove. E pazienza se non ci sono ancora mappe particolareggiate, vorrà dire che ci si affiderà alla vecchia, solida bussola evangelica.

Se le cose stanno così, la domanda che viene spontaneamente sulle labbra di ciascuno di noi è: quale tipo di Chiesa mi piace di più?  Quale risponde meglio al mio modo di essere? Quale definizione, tra “tradizionalista” e “progressista”, mi si attaglia meglio?
Invece non è questa la domanda. Pericolosissima, tra l’altro, perché presuppone l’esistenza di una Chiesa duplice e contraddittoria, se non addirittura divisa. Oppure di una Chiesa- supermarket dove ognuno si serve di ciò che preferisce.
La domanda è: per rispondere ai segni dei tempi e tenere il passo della comunità cristiana nel nostro tempo, su quale piede dobbiamo fare leva oggi? Su quello fermo e piantato in terra della dottrina o su quello che si alza, sfida l’equilibrio e si lancia oltre della profezia?
È la storia che ci deve interpellare, non le nostre inclinazioni personali, anche se è naturale avere delle inclinazioni. È il tempo presente che ci chiede se è il caso di rinserrarci nella cittadella fortificata delle verità codificate o piuttosto uscire fuori e seguire le indicazioni dello Spirito. Per usare una metafora evangelica: se è il momento di tornare a riva a rattoppare le reti o prendere il mare ancora una volta sulla Sua Parola.

Andare oltre, “uscire”
Il passaggio da un pontificato molto dottrinale come quello di Ratzinger a un molto profetico come quello di Bergoglio è già molto più che un indizio.
Ma non è tutto. Il tempo presente, che ha contratto le distanze e mescolato le culture, restringendo gli spazi e allargando gli orizzonti, ma soprattutto che ha fatto esplodere in maniera esponenziale le interpretazioni del mondo, ci chiede perentoriamente se siamo sicuri che il modo migliore di rendere ragione della nostra fede sia ancora un impianto dottrinale che si poggia interamente sul pensiero ellenistico e in particolare su quello aristotelico-tomista (quella stupenda installazione tipo Domino che affascina ancora).

Non c’è alcun dubbio che l’Occidente intero sia debitore di quel fondamento. Le stesse scienze “ribelli” sono nate da quell’albero. Ma ormai da secoli la ragione umana ha battuto altri sentieri, spingendosi molto in là anche grazie alle scoperte della scienza, mettendo in questione la stessa concezione di materia e di universo, di spazio e di tempo e scoprendo che le regole prime alla base del funzionamento del pensiero come lo si concepiva – per esempio quelle di causa ed effetto, di identità e di non contraddizione – in realtà sono molto, molto approssimative.
Dal canto suo anche la Storia con le sue vicissitudini ha prodotto pensieri nuovi, basti pensare al concetto di Dio dopo Auschwitz [4] o alle nuove filosofie ambientaliste e animaliste. Il riavvicinamento, soprattutto in ambito biblico, col mondo ebraico, ci ha spinto ad affiancare al pensiero razionale classico anche quello sapienziale, ricchissimo di spunti e suggerimenti.
Certo, si aprono campi d’indagine formidabili, mari sconosciuti dove navigare, ma l’esortazione di Francesco ad “uscire” non riguarda forse anche l’abbandono delle vecchie mura medioevali e inadeguate dove la dottrina non sa più rispondere alla rappresentazione del mondo?

Mirella Camera
Giornalista, già redattrice di Club3

Note – – – – – –
[1] Una buona raccolta si può trovare nella Rassegna Stampa del sito Fine Settimana (http://www.finesettimana.org).
Per una raccolta molto mirata vedere in questo sito la pagina “Dibattito tra vescovi, cardinali e teologi” (http://www.viandanti.org/?page_id=8272).

[2] G. L. Müller, Indissolubilità del matrimonio e dibattito sui divorziati risposati e i sacramenti, “L’Osservatore Romano”, 23 ottobre 2013.
http://www.vatican.va/roman_curia/congregations/cfaith/muller/rc_con_cfaith_20131023_divorziati-risposati-sacramenti_it.html

[3] W. Kasper: La Chiesa non usa la ghigliottina, sì alla comunione ai divorziati ma qualcuno vuole fermare il Papa, “la Repubblica”, 11 marzo 2014.
http://www.repubblica.it/cronaca/2014/03/11/news/kasper_la_chiesa_non_usa_la_ghigliottina_s_alla_comunione_ai_divorziati_ma_qualcuno_vuole_fermare_il_papa-80725595/?ref=search

[4] H. Jonas, Il concetto di Dio dopo Auschwitz.

1 Commento su “VERSO IL SINODO TRA DOTTRINA E PROFEZIA”

  1. Grazie dei fermenti che Mirella Camera raccoglie. Ma se l’impianto ellenistico della prima inculturazione del vangelo ha un limite fondamentale, è quello di aver costruito una grandiosa metafisica cristiana, mediandone i valori attraverso una tradizione di meticciato culturale più volte perenta nei mondi, che all’età antica sono frattanto succeduti. Tutti i tomismi sono frutto della riproposizione testarda di quella sintesi, denominata non a caso “filosofia perenne”, fino alla noia.
    Il discorso di Ratzinger a Ratisbona è espressione anch’esso di questa grande tradizione perenta e, al tempo stesso, rifiuto tenace di una modernità considerata “avversaria”. Ma Satana è l’Avversario! E per quanto tempo, secondo il “magistero” dei Ratzinger e dei Muller, saremo costretti a inventare bersagli sbagliati, al posto di quello vero?
    La teologia non è filosofia; e non a caso è quest’ultima (quella “perenne” soprattutto) a rifuggire, ad esempio, dall’esegesi biblica e dalla critica delle fonti. Infatti, proprio la critica delle fonti è strumento essenziale di corretta conoscenza sia della Scrittura, che della Tradizione. Una conoscenza che troppe volte manda in archivio tonnellate di Scolastica e di diritto canonico, letteralmente “falsificandone” i postulati ermeneutici, per usare un’espressione dell’epistemologia (e dalli!) moderna. In fondo, la ricerca di Cereti sul can. 8 di Nicea è un bell’esempio di uso corretto delle fonti, che sconvolge però totalmente le idee e i programmi pastorali postridentini, con particolare riguardo all’opera di Sisto V e di Benedetto XIV…
    Ma, a partire da Pio IX, abbiamo cominciato a chiamare quella grandiosa metafisica non più soltanto perenne, ma addirittura infallibile. E’ da qui (non illudiamoci!) che parte la crisi cattolica, da qui che prende le mosse lo “scisma sommerso” di Prini.
    Francesco Zanchini

Rispondi a Francesco Zanchini Annulla risposta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Articoli correlati

UN TESTIMONE DEL VANGELO
PER GLI UOMINI DI OGGI

SINODO ITALIANO
RIPENSARE L’INIZIAZIONE CRISTIANA

PER UNA FRATERNITA’ CULTURALE:
UN APPELLO AI DISCEPOLI E AI SAGGI

IL SINODO ITALIANO
E IL PRINCIPIO DI UGUAGLIANZA

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie tecnici da parte nostra. [ info ]

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi