PRETI CHE ABBANDONANO:
LA DIFFICILE LETTURA DELLA CHIAMATA

Virginia Isingrini

La crisi che colpisce il ministero presbiterale non è più una novità. A parte alcune isole felici, la situazione a livello mondiale è pressoché la stessa: diminuzione del clero e suo progressivo invecchiamento. Al calo numerico si aggiunge il fenomeno delle uscite di chi è già stato ordinato, rendendo il panorama inquietante e incerto. L’abbandono di presbiteri che hanno pochi anni di ordinazione non fa meno scalpore mediatico di quello dei più anziani, soprattutto se noti alle reti sociali o in ruoli apprezzati dall’opinione pubblica. «Sapeva parlare il linguaggio dei giovani»; «Aveva moltissimi fallowers»; «Era un ottimo parroco, si era speso per i poveri», si legge su giornali e social media. Alcuni di loro hanno reso pubbliche le ragioni della loro scelta: chi per sposarsi, chi per dichiarare un orientamento sessuale ritenuto incompatibile con il ministero, chi perché non si ritrovava più in un ruolo ritenuto anacronistico e frustrante. Gli ideali che li avevano spinti ad abbracciare il presbiterato si sgretolano rovinosamente, lasciandoli spesso in balia di depressioni e sensi di smarrimento. «Ha tradito la vocazione»: se non glielo dicono gli altri, se lo ripetono da soli. Non è possibile analizzare qui le molteplici cause di questo fenomeno. Tra le tante vorremmo soffermarci su alcune questioni cruciali: quale rapporto tra questa crisi e l’attuale formazione presbiterale? Chi abbandona, si è sbagliato quando è entrato in seminario o quando se n’è andato? 

Da chi sono chiamato? Parlare di «vocazione/chiamata» significa orientare in un certo ...

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