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SEGNI DEI TEMPI NOSTRI: IL DIALOGO INTERRELIGIOSO

Giordano Frosini

La diversità delle religioni accompagna da sempre il cammino dell’uomo, ma oggi sta succedendo qualcosa di inedito rispetto anche al passato più recente: i confini si sono confusi; i credenti si sono avvicinati fino a mescolarsi insieme; volenti o nolenti, le religioni sono state costrette a fare i conti anche con questo effetto, tutt’altro che secondario, al seguito della globalizzazione.

Guardare al di là del proprio naso
Oggi i diversamente credenti camminano fianco a fianco, lavorano e costruiscono gomito a gomito, i loro figli frequentano le stesse scuole e i matrimoni misti stanno crescendo con una certa celerità nelle nostre popolazioni. Non c’è più la possibilità di distrarsi e far finta di non vedere fenomeni tanto diffusi e tanto rilevanti. La vita ne risulta profondamente cambiata ed è destinata a cambiare ancora di più nel nostro futuro. Anche se non ci piace, dobbiamo prendere atto che noi stiamo vivendo una situazione che assomiglia molto a quella del medioevo. Etimologicamente “barbaro” non ha un significato dispregiativo, significa soltanto “straniero”. In questo senso, i barbari sono ancora alle porte, anzi sono già entrati in casa. Dal passato dovremmo imparare a non compiere gli stessi errori. La paura dell’altro è parte integrante soltanto degli spiriti mediocri, che non sanno vedere al di là del proprio naso.

La teologia delle religioni
Così, l’attuale “teologia delle religioni”, considerata ormai ufficialmente come un nuovo capitolo del pensiero teologico e della chiesa come tale, si sta arricchendo di indicazioni impegnative, che chiamano in causa l’intera comunità cristiana. Non abbiamo nessuna difficoltà ad ammettere che questa vicinanza, questo rimescolamento di religioni costituisce l’ultimo dei segni dei tempi che stanno interpellando la coscienza cristiana. E sappiamo che i segni dei tempi per il credente sono i tocchi dello Spirito Santo che guida verso la fine il cammino storico della chiesa e dell’umanità.

In un primo tempo si è guardato a questo fenomeno con sussiegoso distacco, come si fa normalmente con le cose che non ci interessano o non ci interessano a sufficienza; poi, almeno in molti, è intervenuto il sentimento che somiglia molto alla paura (di questo passo, cosa avverrà nel nostro futuro? Qualcuno su questo sentimento ha costruito perfino la sua fortuna politica); finalmente, anche in ottemperanza ai richiami del magistero della chiesa, si sta mettendo in pratica l’unico vero atteggiamento degno di una religione che si professa cattolica (cioè universale) e cristiana (cioè seguace di quel Cristo che è stato da sempre considerato come il salvatore dell’umanità).

Andare ben oltre la tolleranza
Si è invocato, per questo, lo spirito della tolleranza, ma, almeno in termini cristiani, questa reazione non è da considerarsi affatto sufficiente: occorre andare ben oltre la tolleranza, dobbiamo essere, come è stato detto felicemente, i vicini interreligiosi di tutti, i con-chiamati, insieme agli ebrei, ai musulmani, i buddisti, agli induisti e si vada dicendo, all’unica vocazione da parte di Dio “che vuole tutti gli uomini salvi”. Perché, Nonostante tutto, al di là delle non trascurabili differenze, ogni religione è un dito puntato verso l’alto, a ricordare agli uomini che la terra non è l’ultima loro dimora, ma che, oltre i confini del visibile, c’è qualcuno che veglia su di loro e li attende sulle soglie dell’eternità. Se ogni uomo è nostro fratello, il credente che condivide con noi una speranza di immortalità lo è doppiamente. Certo, il minareto non è la stessa cosa del campanile e la moschea non possiede i contenuti della chiesa cristiana, ma il richiamo di fondo rimane lo stesso. La voce del muezzin ha un suono diverso da quello delle nostre campane, ma l’invito alla preghiera è lo stesso. Ascoltando l’uno e l’altro, l’uomo è avvertito che non può salvarsi da solo e che ha assoluto bisogno di una mano amica che lo conduca per mano. Non è così anche quando assistiamo con una certa meraviglia alle grandi distese di uomini piegati sulle pubbliche piazze in un comune atteggiamento di preghiera?

Di dialogo non si è mai parlato tanto come ai nostri giorni. Dialogo significa confronto, scambio di idee, rispetto, ascolto reciproco e attento. Così ce lo presentò Paolo VI nella sua enciclica programmatica, così ce lo hanno raccomandato i Papi che si sono succeduti sulla cattedra di Pietro. “La chiesa si fa dialogo”, non certo rinunciando alle convinzioni che l’hanno sempre accompagnata nel corso della storia, ma con l’intento di poter imparare sempre qualcosa, perché nessuno possiede e vive l’integrità della verità. Il confronto leale e aperto chiarifica la nostra identità e ci costringe ad approfondire le nostre idee. Naturalmente tutto comincia con l’accoglienza amica e fraterna.

Giordano Frosini
Teologo, presbitero della Diocesi di Pistoia

6 Commenti su “SEGNI DEI TEMPI NOSTRI: IL DIALOGO INTERRELIGIOSO”

  1. Il perseguimento del potere non è solo da oggi, ma è un dato storico assodato che i pronunciamenti dottrinali sono stati proclamati da Sommi Pontefici e imperatori preoccupati del loro potere. Il paravento era il Vangelo, e qualcosa di quello è stato anche salvato. Gesù nel deserto tentato sul potere, non ha reagito al demonio in compassione di una sua fragilità… Non possiamo fondare una sicurezza su di una dottrina non più credibile; il supporto del potere economico, mediatico e politico non è evangelico ed è destinato a fallire. Non è un merito perseguire la giustizia, ma una necessità esistenziale, non solo per chi si ritiene cristiano, ma anche semplicemente Uomo coerente. Sì, a volte sono arrabbiato per il tradimento che ho subito sulla mia pelle e che continua sulla pelle di tanti altri. Credo che chi ne vuole uscire debba dimenticare la dottrina dogmatica che c’è alla spalle e darsi da fare esclusivamente per la giustizia e l’amore universale. Credo come stai facendo tu…

  2. Perseguire il potere, ammesso che oggi sia questo il connotato centrale della Chiesa Romano-Cattolica, è una colpa da stigmatizzare con rabbia o il segno di fragilità umana e di insicurezza che richiede ipersicurezza non solo sul piano della dottrina?
    Ammesso che noi invece perseguiamo la giustizia, è nostro merito o la fortunata condizione di apprezzarne la bellezza ed il respiro?

  3. Credo che le religioni possano dare davvero un contributo per la pace mondiale, come sta facendo Religions for peace. Ma il dialogo interreligioso è un’altra cosa: se ciascuna religione ritiene di avere il monopolio della verità (solo le cosiddette monoteistiche) dimmi tu che dialogo è possibile partendo da queste premesse. Quella che tu chiami “pesante eredità dottrinaria” è ancora viva e vegeta, la gerarchia cattolica giustifica il suo potere ancora su quelle premesse che alla luce della storia e della scienza sono ridicole. E’ coerente il Papa quando afferma che un vero e proprio dialogo con le altre religioni da parte nostra non è possibile; non può essere che un “cavallo di Troia” (dico io) per poter fare altri proseliti. D’altra parte cosa vuol dire la tanta conclamata “evangelizzazione”? e l’anno della fede, se non aderire mentalmente ad un fascio di verità a cui nessuno ormai crede tanto sono obsolete e sorpassate? ho riportato frasi testuali del Papa (che nessuno vuole ricordare, forse per vergogna…) in cui afferma queste cose, nel mio libro appena pubblicato “Caro Papa un ex prete ti scrive”. Assisi 86 è stato un bel gesto di marketing da parte di Woityla (secondo il suo stile) ma si è ben guardato dal correggere i motivi che avevano portato a quelle aberrazioni, motivi (i dogmi)che sono tuttora conclamati. Non per niente mentre doveva ammettere suo malgrado che aveva ragione Galileo (non condiviso da Ratzinger!) contemporaneamente applaudiva le truppe spagnole che avevano massacrato i nativi sudamericani, che avevano avuto la fortuna però di ricevere il battesimo. Credo che le religioni (compresa la nostra) avrebbero modo di contribuire molto di più alla pace nel mondo se avessero il coraggio di abbandonare tutte le premesse di violenza insite nelle loro dottrine. La coscienza collettiva sta marciando in un modo molto accelerato verso posizioni di uguaglianza e solidarietà, e se i potenti di turno (soprattutto religiosi) non si convertono, sono destinati (come sta accadendo) ad essere spazzati via. Credo che un movimento come il tuo sia un grande contributo per cambiare le cose partendo dal basso. Ma dobbiamo avere chiaro, penso, dove sta il grano buono e dove sta la zizzania. Un caro saluto.
    Guido Mendogni

  4. Ad onor del vero la Chiesa Cattolica ha dato e dà moltissimo al diaologo interreligioso. E’ vero, ci sono alti e bassi, progressi e rallentamenti, ma, nel complesso, considerando la sua drammatica e complessa storia, nonchè la “pesante” eredità dottrinaria (cristologia totalizzante e teologia della sostituzione rispetto al giudaismo),è stata capace di un balzo straordinario, dopo lo “tsunami” della Shoah; vedi Vaticano II, “Dignitatis Humanae” e “Nostra Aetate”. Inoltre, senza Assisi ’86, noi impegnati nel valorizzare il pluralismo e gli impegni condivisi delle religioni rispetto al vuoto del post-positivismo, saremmo dei velletari “incompresi”.
    Sul tema della tolleranza non sarei riduttivo. E’ solo qualcosa che rispetto per il suo valore che rende possibile lo sforzo di tolleranza, indispensabile per custodire quanto c’è di più prezioso (amicizia, rapporto di coppia, famigla), che altrimenti si svanirebbe come neve al sole, alle prime immancabili sfide.
    Un caro saluto
    Luigi De Salvia
    Segretario Generale RELIGIONS FOR PEACE/Italia

  5. Perchè il dialogo sia sincero, occorre che ciascuno abdichi al concetto che solo lui possiede la verità. Per i cristiani questo significa abolire i dogmi e iniziare a fare davvero della teologia, non più della dogmatica come fa Ratzinger. Così come stanno le cose, i cristiani sono tenuti solo ad evangelizzare, cioè convertire gli altri alla propria unica verità. Si sta evidenziando come ciò sia ridicolo, che non ci sono figli di Dio di serie A e di serie B. Si sta mettendo in luce che la dottrina come ci è stata “imposta” deriva da sete di potere, non da supposta “rivelazione”. Ma non mi aspetto più una conversione della chiesa, come diceva appena prima di morire il Card. Martini; al massimo si può pregare per essa, per la sua conversione. E comunque non mi risulta che Gesù pregasse per i Sommi Sacerdoti…

  6. Grazie. L’articolo di Frosini incoraggia sulla via giusta. Noi cristiani, e soprattutto il magistero autosufficiente, abbiamo ancora tanta strada da fare per una vera accoglienza di questo segno, che non toglie nulla al Cristo, ma lo vede in luce universale. Pier Cesare Bori, morto il 4 novembre, è una guida su questa via. Ha studiato profondamente la “pluralità delle vie” e, olptrepassando le parole, pur necessarie, nel silenzio intenso dei Quaccheri (ai quali ha aderito senza rinnegare il cattolicesimo), ha superato religiosamente le religioni, rispettandone i differenti valori; come auspicava Bonhoeffer, è entrato in un “cristianesimo non religioso”. Esce presto il suo CV, curriculum vitae (per Il Mulino), libro scritto nella malattia vissuta in spirito umile e alto, sereno. Il suo funerale, senza segni religiosi “per non escludere nessuno”, è stato altamente religioso (io intendo religione non in opposizione a fede, ma come universale collegamento di tutte le realtà: “religiosus esse nefas, religentes oportet”, diceva Aulo Gellio). Per Pier Cesare il riferimento più grande era “la luce che illumina ogni uomo” e “l’adorare in spirito e verità” (Gv 1,9; 4,24). Enrico Peyretti

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