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Ormond Rush

DAL SINODO DEI VESCOVI
LA LOTTA CON LA TRADIZIONE

Ormond Rush

Il testo che segue è la riflessione di carattere teologico che Ormond Rush, teologo australiano studioso del Concilio Vaticano II, ha tenuto all’Assemblea sinodale in apertura dell’ultima sessione di lavoro (23 ottobre), quella che doveva approvare la Relazione di sintesi che ha concluso la prima sessione del Sinodo dei Vescovi. Anche questa relazione aiuta a comprendere quale sia uno dei nodi che il Sinodo deve affrontare: come aggiornare la “tradizione vivente” di fronte a questioni che il flusso della storia pone continuamente (“i segni dei tempi”) senza cadere nelle trappole – come le ha definite Ormond Rush – dell’essere “ancorati esclusivamente al passato, o esclusivamente al presente, o nel non essere aperti alla futura pienezza della verità” che lo Spirito sta indicando alla Chiesa [V]
Il titolo della relazione era “Il rapporto di sintesi”; i titoletti sono redazionali.

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Ascoltandovi in queste tre settimane, ho avuto l’impressione che alcuni di voi stiano lottando con la nozione di tradizione, alla luce del vostro amore per la verità. Non siete i primi a dover lottare con questo problema. È stato uno dei principali punti di discussione del Concilio Vaticano II. Ho pensato che potesse essere utile ricordare le domande che furono discusse e le risposte che furono date. Le loro risposte sono, per noi, l’autorità per guidare le nostre riflessioni sulle questioni che si pongono oggi. Quindi, forse il Concilio Vaticano II ha qualche lezione per questo sinodo, dato che ora portate a sintesi il vostro discernimento sul futuro della Chiesa.

La lezione del Concilio Vaticano II
Nel corso delle quattro sessioni del Concilio, uno dei principali punti di tensione ricorrenti fu la questione della “tradizione”. Nella prima sessione del 1962, fu presentata all’assemblea una bozza di testo sulle “fonti della rivelazione”; essa era improntata alle categorie della neoscolastica, che parlava di rivelazione, fede, Scrittura e tradizione in modo prevalentemente unidimensionale: solo in termini di affermazioni dottrinali propositive.

Quando fu sottoposta al concilio, i vescovi la respinsero praticamente. Il giorno successivo, Papa Giovanni XXIII concordò sulla necessità di un nuovo testo. Sul significato storico di questo dibattito e sulla decisione del Papa di intervenire, il peritus conciliare Joseph Ratzinger scrisse all’epoca:

“La vera domanda alla base della discussione potrebbe essere formulata in questo modo: La posizione intellettuale dell’“antimodernismo” – la vecchia politica di esclusività, di condanna e di difesa che portava a una negazione quasi nevrotica di tutto ciò che era nuovo – doveva essere mantenuta? Oppure la Chiesa, dopo aver preso tutte le precauzioni necessarie per proteggere la fede, avrebbe voltato pagina e si sarebbe avviata verso un nuovo e positivo incontro con le proprie origini, con i propri [simili] e con il mondo di oggi? Poiché una netta maggioranza dei padri ha optato per la seconda alternativa, si può addirittura parlare del Concilio come di un nuovo inizio. Possiamo anche dire che con questa decisione c’è stato un grande passo avanti rispetto al Concilio Vaticano I. Sia Trento che il Concilio Vaticano I avevano creato dei baluardi per la fede, per assicurarla e proteggerla; il Concilio Vaticano II si è dedicato a un nuovo compito, basandosi sul lavoro dei due Concili precedenti.[1]

Due modi di vedere la Tradizione
Questo nuovo compito era un impegno della fede cristiana con la storia. Ciò che Joseph Ratzinger ha visto durante il Concilio Vaticano II come fonte di tensione sono stati fondamentalmente due approcci alla tradizione. Li chiama una comprensione “statica” della tradizione e una comprensione “dinamica”[2]. La prima è legalistica, propositiva e astorica (cioè rilevante per tutti i tempi e luoghi); la seconda è personalista, sacramentale e radicata nella storia, e quindi va interpretata con una coscienza storica.

La prima tende a concentrarsi sul passato, la seconda a vedere il passato realizzato nel presente, ma aperto a un futuro ancora da rivelare. Il Concilio ha usato l’espressione “tradizione vivente” per descrivere quest’ultima (DV, 12). Parlando della comprensione dinamica piuttosto che statica della “tradizione apostolica”, la Dei Verbum 8 insegna che: “La tradizione che proviene dagli apostoli progredisce [proficit, “si sviluppa”] nella Chiesa, con l’aiuto dello Spirito Santo. Cresce la comprensione delle realtà e delle parole che vengono trasmesse”. E prosegue parlando di tre modi interconnessi attraverso i quali lo Spirito Santo guida lo sviluppo della tradizione apostolica: il lavoro dei teologi, l’esperienza vissuta dei fedeli e la supervisione del magistero. Sembra una Chiesa sinodale, non è vero?

Una Tradizione dinamica e vivente
Secondo una comprensione dinamica della tradizione, dice Ratzinger: “Non tutto ciò che esiste nella Chiesa deve per questo essere anche una tradizione legittima; in altre parole, non tutte le tradizioni che sorgono nella Chiesa sono una vera celebrazione e un’attualità del mistero di Cristo. C’è una tradizione distorta e una legittima… Di conseguenza, la tradizione non deve essere considerata solo in modo affermativo, ma anche critico; abbiamo la Scrittura come criterio per questa indispensabile critica della tradizione, e la tradizione deve quindi essere sempre riferita ad essa e misurata con essa”[3].

Papa Francesco ha alluso a questi due diversi modi di intendere la tradizione, in occasione del 25° anniversario della promulgazione del Catechismo della Chiesa Cattolica: “La tradizione è una realtà viva e solo una visione parziale considera il ‘deposito della fede’ come qualcosa di statico. La Parola di Dio non può essere tarpata come una vecchia coperta nel tentativo di tenere lontani gli insetti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica e viva, che si sviluppa e cresce perché mira a un compimento che nessuno può fermare”[4].

Il cuore del recupero di una comprensione dinamica della tradizione da parte della Dei Verbum era il recupero di una comprensione personalista della rivelazione, come si trova nella Bibbia e negli scritti patristici dei primi secoli della Chiesa.

Un dialogo continuo con il presente
La rivelazione non è solo una comunicazione di verità su Dio e sulla vita umana, articolata nelle Scritture e nelle affermazioni dottrinali in momenti particolari della storia della Chiesa, in risposta a domande condizionate dal tempo poste alla tradizione. La rivelazione è innanzitutto una comunicazione dell’amore di Dio, un incontro con Dio Padre in Cristo attraverso lo Spirito Santo.

Dei Verbum parla della rivelazione divina in termini di amicizia e incontro personale, e soprattutto in termini di amore e verità. Cito DV 2: “Con questa rivelazione, dunque, il Dio invisibile, dalla pienezza del suo amore, si rivolge agli uomini come a suoi amici e vive in mezzo a loro, per invitarli e accoglierli nella sua stessa compagnia… La verità più intima [intima veritas] così rivelata su Dio e sulla salvezza umana risplende per noi in Cristo, che è egli stesso il mediatore e la somma della rivelazione”.

Nella Dei Verbum – e questo è importante per comprendere la sinodalità e lo scopo stesso di questo Sinodo – questa rivelazione divina è presentata come un incontro continuo nel presente, e non solo come qualcosa che è accaduto nel passato.

L’evento dell’auto-rivelazione di Dio (sempre in Cristo, attraverso lo Spirito Santo) e l’offerta di relazione di Dio continuano ad essere una realtà viva qui e ora. Questo non significa che ci possa essere una nuova rivelazione di chi è Dio. Ma lo stesso Dio, nello stesso Gesù Cristo, attraverso l’illuminazione e il potere dello stesso Spirito Santo, è sempre impegnato e dialogante con gli esseri umani nel sempre nuovo qui e ora della storia che incessantemente muove l’umanità verso nuove percezioni, nuove domande e nuove intuizioni, in culture e luoghi diversi, mentre la Chiesa mondiale corre nel tempo verso un futuro sconosciuto fino all’eschaton.

Allo Spirito Santo e a noi è parso bene…
Vediamo questa natura presente del dialogo divino-umano nella Dei Verbum 8: “Dio, che ha parlato nel passato, continua a dialogare con la sposa del suo amato Figlio [la Chiesa]. E lo Spirito Santo, attraverso il quale la voce viva del Vangelo risuona nella Chiesa – e attraverso di essa nel mondo – conduce i credenti alla piena verità e fa sì che la parola di Cristo abiti in loro in tutta la sua ricchezza”.

Pertanto, secondo Joseph Ratzinger, nella Dei Verbum ci viene data “una comprensione della rivelazione che è vista fondamentalmente come un dialogo… [La lettura della Scrittura è descritta come un colloquio inter Deum et hominem [un dialogo tra Dio e gli esseri umani]. Il dialogo di Dio si svolge sempre nel presente… con l’intenzione di costringerci a rispondere”[5].

Questo Sinodo è un dialogo con Dio. Questo è stato il privilegio e la sfida delle vostre “conversazioni nello Spirito”. Dio sta aspettando la vostra risposta.

Alla fine di questa settimana di sintesi, potreste iniziare la sintesi dicendo, come fece il primo Concilio di Gerusalemme, descritto negli Atti 15: “Allo Spirito Santo e a noi è parso bene…”. A loro tempo, la loro lettera alle Chiese affrontava poi una questione sulla quale Gesù stesso non aveva lasciato indicazioni specifiche. Insieme allo Spirito Santo dovevano giungere a un nuovo adattamento del Vangelo di Gesù Cristo su questa nuova questione, che non era stata prevista prima.

Tra passato, presente e futuro
Il Concilio Vaticano II, di conseguenza, ha esortato la Chiesa a essere sempre attenta ai movimenti del Dio rivelatore e salvatore presente e attivo nel flusso della storia, osservando “i segni dei tempi” alla luce del Vangelo vivente.[6]

Il discernimento dei segni dei tempi nel presente cerca di determinare ciò che Dio ci spinge a vedere – con gli occhi di Gesù – nei nuovi tempi; ma ci spinge anche ad essere attenti alle trappole – dove potremmo essere trascinati in modi di pensare che non sono “di Dio”. Queste trappole potrebbero consistere nell’essere ancorati esclusivamente al passato, o esclusivamente al presente, o nel non essere aperti alla futura pienezza della verità divina a cui lo Spirito di Verità sta conducendo la Chiesa.

Discernere la differenza tra opportunità e trappole è compito di tutti i fedeli – laici, vescovi e teologi – tutti, come insegna la Gaudium et Spes 44: “Con l’aiuto dello Spirito Santo, è compito di tutto il Popolo di Dio, in particolare dei pastori e dei teologi, ascoltare, distinguere e interpretare le molteplici voci del nostro tempo, e giudicarle alla luce della parola divina, affinché la verità rivelata possa essere sempre più profondamente penetrata, meglio compresa ed esposta con maggior vantaggio”.[7] Questa “verità rivelata” è una persona, Gesù Cristo.

Quindi, mentre ci avviamo al discernimento della nostra sintesi finale, possiamo essere guidati dall’ingiunzione della Lettera agli Ebrei 12, 2: “Teniamo gli occhi fissi su Gesù”.

Ormond Rush

– – – Note – – – – – – – –
[1] Joseph Ratzinger, Theological Highlights of Vatican II (New York: Paulist Press, 2009), 44. Enfasi aggiunta.
[2] Cfr. Joseph Ratzinger, “Capitolo II: La trasmissione della Rivelazione divina”, in Commento ai documenti del Vaticano II. Volume 3, ed. Herbert Vorgrimler (New York: Herder, 1969), 181-98.
[3] Ibidem, 185. L’intervento di Meyer si trova in AS III/3, 150-51. Per una traduzione inglese del suo discorso, si veda Albert Cardinal Meyer, “The Defects of Tradition”, in Third Session Council Speeches of Vatican II, ed. William K. Leahy e Anthony T. Massimini (Glen Rock, N.J.: Paulist Press, 1966). William K. Leahy e Anthony Massimini (Glen Rock, N.J.: Paulist Press, 1966), 79-80.
[4]https://www.vatican.va/content/francesco/en/speeches/2017/october/documents/papafrancesco_20171011_convegno-nuova-evangelizzazione.pdf [Accesso al 26 luglio 2022].
[5] Ratzinger, “Capitolo I: La Rivelazione stessa”, 171.
[6] GS, §4. Si veda anche GS, §11.
[7]  GS, §44.

[Pubblicato il 16.12.2023]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: www.wherepeteris.com ]

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