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DIO NECESSARIO?

Enrico Cerasi

Per proseguire un dibattito. Gli amici della rivista trimestrale Esodo (che aderisce alla Rette dei Viandanti) hanno avviato, a partire dal numero monografico “Dio non necessario?” (n.4-2015)un confronto sul tema di Dio.

Lungo l’anno 2016 ci sono stati due incontri pubblici e scambi tra amici. Il confronto è stato ulteriormente rilanciato, sotto forma di “tesi”, da Carlo Bolpin della redazione, cui è seguito un primo intervento  di Mariolina Toniolo e Ugo Trivellato .

L’articolo del prof. Cerasi, che proponiamo qui di seguito, rientra in questo percorso, con lo scopo di allagare la riflessione attraversoil nostro sito.
Gli interventi che verranno inviati, utilizzando lo spazio “Inserisci un commento” collocato in calce all’articolo, saranno pubblicati anche nel sito di Esodo www.esodo.net. [V]

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Talvolta è solo il linguaggio a creare i problemi, come sapeva Wittgenstein e come dimostra spesso il dibattito politico. Non è questo il caso della questione se Dio sia necessario, la quale sembra piuttosto dipendere dal processo di secolarizzazione della modernità. Poiché è evidente che solo un europeo colto, figlio più o meno consapevole dell’Illuminismo, può porsi un problema simile.

È la nostra cultura a esserne responsabile – e forse è proprio questa l’origine di ogni nostra responsabilità, come ci ha insegnato Bonhoeffer. Diversamente da un evangelical latino-americano o da un fondamentalista islamico, se è lecito usare categorie assai approssimative, siamo noi a essere interpellati (ormai da qualche secolo, a dire il vero) da questa domanda.

Una domanda urgente e vaga
Tuttavia si deve riconoscere che essa è tanto urgente quanto vaga. “Dio è necessario?”, ci si chiede, ma necessario a che cosa e a chi? Alla spiegazione del cosmo da parte di un uomo di scienza? O a dar senso alla nostra esistenza, per cui senza l’ipotesi-Dio tutto sarebbe moralmente lecito? I due casi non si escludono, ma certamente non si soprappongono.

La prima questione pone un problema scientifico, mentre la seconda sollecita una riflessione esistenziale. Del resto la necessità è una categoria assai compromessa. Se ne parla sempre meno e mai volentieri. Sono almeno duecento anni che il pensiero europeo si affanna a liberarsene. Mi chiedo se cambierebbe qualcosa se parlassimo piuttosto di un “Dio possibile”, ultimamente riproposto da Vitiello [Vincenzo Vitiello, Il Dio possibile. Esperienze di cristianesimo, Città Nuova, Roma 2001, ndr]. L’ipotesi è affascinante, ma vi è sempre un barthiano tra noi pronto a dire che la parola di Dio è un evento reale. Ma a questo punto qualcuno citerà Bonhoeffer, con la sua critica a Barth di “positivismo della rivelazione”.

Jahvè (YHWH) è necessario?
Se questi sono i termini del dibattito, temo che ne usciremo tutti sconfitti – barthiani e non. Cambierebbe qualcosa se, piuttosto che sulle categorie modali, declinassimo diversamente la definizione del soggetto? Se ci chiedessimo piuttosto se YHWH è necessario? E che dire della necessità del Dio di Abramo, d’Isacco e di Giacobbe? O di “Ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore” (Anselmo)? Risponderemmo sempre nella stessa maniera? Non credo. Ma allora sorge spontanea la domanda se il problema non dipenda da una qualche vaghezza terminologica.

Proviamo a fare alcuni esempi. Chi parli di YHWH piuttosto che di Dio di solito si colloca nell’orizzonte del TaNaCh [Tanàkh è l’acronimo con cui si designano i testi sacri dell’ebraismo. Questi testi costituiscono, insieme ad altri libri non riconosciuti come canone dall’ebraismo, l’Antico Testamento della Bibbia] e della storia di Israele.

In che senso si potrebbe porre la domanda se YHWH sia necessario a Israele? Credo che la questione sia quasi incomprensibile, e non solo per un ebreo ortodosso. Diverso è il problema se sia necessario ammettere l’esistenza di Ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore. Per secoli la filosofia ne ha discusso. Personalmente, sono convinto che quest’intricatissima storia dipenda in gran parte dalla definizione di Dio assunta.

Quando Anselmo afferma: “E noi crediamo che Tu sei ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore”, non dice la stessa cosa di Cartesio, il quale definisce Dio come “Ente perfettissimo”. In entrambi i casi si parla di “argomento ontologico”, ma non è difficile accorgersi che si tratta di questioni assai diverse. La qual cosa indurrebbe a problematizzare la contrapposizione pascaliana tra il “Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe” e il Dio dei filosofi.

Definizioni diverse per differenti tradizioni di pensiero
Ma c’è dell’altro. Le diverse definizioni scelte per il Nome di Dio non cambiano solo i termini del problema; soprattutto ci collocano in differenti tradizioni di pensiero. Non è la stessa cosa parlare di YHWH, della Santissima Trinità o dell’Ente supremo. Prima ancora che di una questione teologica, si tratta di differenti tradizioni di pensiero.

L’Illuminismo inaugura quella specifica tradizione che ha come carattere peculiare il fatto di rifiutare ogni tradizione di pensiero. Ovvero, per usare una definizione di Gadamer, l’Illuminismo vive del pregiudizio che sia possibile liberarsi di ogni pregiudizio.

Si tratta di una situazione paradossale. Con ciò, diversamente da quanto pensa Gadamer, non si è ancora detto che sia falsa. È possibile che nel paradosso illuministico il pensiero europeo abbia conquistato qualcosa di prezioso, che ancor oggi dovrebbe esser difeso da ogni forma di tradizionalismo. Quella paradossale tradizione che ha negato ogni tradizione potrebbe essere la vera tradizione, il punto archimedeo dal quale porre le questioni decisive. Tra queste potrebbe effettivamente esservi quella riproposta da “Esodo”, se Dio (ossia né YHWHIl Dio di Abramo ecc.) sia necessario.

Un Dio indefinibile è necessario?
Resta il fatto che questo “Dio” sulla cui necessità ci s’interroga è definito solo una serie di negazioni. Dio, ovvero né YHWHAllah eccetera. Sì che la domanda sarebbe: “È necessario questo Dio indefinibile?” Indefinibile, sì, perché non appena lo si definisse ci si collocherebbe in una precisa tradizione di pensiero (quella ebraica, quella cristiano-ortodossa, quella islamica ecc.) che in fondo ha già risposto alla domanda. Non è la stessa cosa chiedersi: “YHWH è necessario (a Israele)?” Come ho detto, la domanda stessa è insensata.

Ma forse (si tratta solo di un’ipotesi, a mo’ di conclusione) anche questo Dio indefinibile si colloca all’interno di una precisa tradizione, che precede quella illuminista: quella del Dio negativo, ovvero della tradizione apofatica, della via negationis ecc. Ma allora occorrerebbe chiedersi, prima ancora se questo Dio negativo sia necessario, che cosa renda ai nostri occhi così urgente la necessità di negare, di salvaguardare l’alterità di Dio da ogni specifica tradizione di pensiero. Perché il Dio la cui necessità o meno cerchiamo di pensare dev’essere un Dio che non s’identifica né con YHWH né con la Santissima Trinità né con Allah ecc.? È solo perché siamo tutti figli e figlie dell’Illuminismo? Oppure al di sotto di tutto questo vi è una forma di nuovo gnosticismo?

La rinascita della questione gnostica
La gnosi antica, in particolare quella di Marcione, contrappose al Dio creatore del mondo (identificato col Dio dell’Antico Testamento) un Dio totalmente altro, assolutamente misericordioso, disposto a salvare per pura grazia delle creature (ossia noi esseri umani) con le quali non avrebbe alcun vincolo, alcun legame [1]. Marcione fu sconfitto dai teologi e padri di quella che sarebbe stata la chiesa cattolica. Mi chiedo se nel nostro rifiuto di ogni determinazione vincolante dell’Ente supremo non vi sia un’eco della netta separazione marcionita del Dio salvatore dalla legge di questo mondo destinato alla distruzione.

Con ciò non voglio esprimere alcun giudizio di valore. Non ho detto che pensare Dio quale “Padre onnipotente, creatore del cielo e della terra” sia preferibile al Dio straniero dello gnosticismo, anche perché, in primo luogo, bisognerebbe stabilire i criteri di un’eventuale superiorità. Piuttosto che inferiore o superiore all’ortodossia cristiana, forse lo gnosticismo andrebbe visto come il primo tentativo di pensare Dio al di fuori di ogni precedente tradizione di pensiero (in particolare di quella ebraica, della quale ormai nessuno ignora l’importanza per comprendere il primo cristianesimo).

A mio avviso, la gnosi pose Dio come “totalmente Altro” in quanto cercò di pensarlo al di fuori di ogni tradizione di pensiero. Se tutto questo è plausibile (ma so bene che la questione è assai complessa), la nostra domanda sulla necessità o meno di Dio sarebbe sintomatica, per buona o cattiva sorta, di una rinascita della questione gnostica, della quale la contemporaneità cristiana sembra profondamente intrisa.

Enrico Cerasi
Docente di Filosofia delle religioni presso L’Università San Raffaele di Milano



[1] Sul rapporto tra gnosticismo e cristianesimo cfr. G. Lettieri, Deus patiens. L’essenza cristologica dello gnosticismo, consultabile nel sito www.academica.eu. Contrariamente alla maggioranza degli studiosi, Lettieri vede nella cristologia (e quindi nel cristianesimo) la dimensione centrale dello gnosticismo. La convergenza tra Marcione e lo gnosticismo (oggi per lo più ammessa) è tuttavia negata da Harnack: cfr. A. von Harnack, Marcione. Il vangelo del Dio straniero, Marietti, Genova-Milano, 2007.

1 Commento su “DIO NECESSARIO?”

  1. Dio necessario= siamo obbligati a credere –> non è più una scommessa ( Pascal)= dio burattinaio!!

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