IL CORNO D’AFRICA
CROCEVIA DI INTERESSI GLOBALI [*]
Luciano Ardesi
A lungo ignorato dai radar dei media anche italiani, benché abbiamo proprio nella regione parte della nostra memoria storica con le colonie dell’Eritrea e della Somalia oltre all’effimera ma tragica avventura “imperiale” in Etiopia, il Corno d’Africa è stato improvvisamente proiettato sulla scena internazionale alla fine dello scorso anno per il clamoroso riconoscimento diplomatico del Somaliland da parte di Israele.
Poi, a partire dalla fine di febbraio di quest’anno nel corso della guerra contro l’Iran da parte di Israele e Stati Uniti e il blocco dello stretto di Hormuz, è salito alla ribalta anche l’altro stretto, quello di Bab el Mandeb che controlla la via tra Oceano Indiano e Mediterraneo attraverso il canale di Suez.
Una posizione strategica
In realtà la regione è da molto tempo al centro di due tendenze che si intrecciano tra di loro. Da una parte è il teatro di conflitti interni e di tensioni tra Paesi vicini, dall’altra è il punto di approdo geostrategico degli interessi delle maggiori potenze che contribuiscono ad alimentare a loro volta i conflitti.
Il Corno d’Africa occupa una posizione strategica di straordinaria importanza poiché controlla la porta d’accesso orientale al Mediterraneo attraverso il Mare Arabico, il Golfo di Aden, lo stretto di Bab el Mandeb e il Mar Rosso fino al canale di Suez, dove passa circa il 12% del commercio internazionale ridotto negli ultimi anni ad un 9% circa a seguito degli attacchi alle navi mercantili da parte di milizie provenienti dallo Yemen e dalla Somalia.
Il Corno coinvolge non solo i paesi che si affacciano al mare e che si proiettano verso la penisola arabica come Eritrea, Gibuti, Somalia ma anche tutta la sponda africana del Mar Rosso come Sudan ed Egitto e l’entroterra, Etiopia e Sud Sudan, senza contare i paesi della penisola arabica, in primo luogo Arabia Saudita, Yemen, Emirati Arabi Uniti, Qatar.
Attualmente nella parte africana, con l’eccezione di Gibuti, tutti i paesi sono coinvolti da conflitti interni ed esterni. I casi più macroscopici riguardano la Somalia e il Sudan. Sulla sponda opposta della penisola arabica il conflitto più profondo riguarda lo Yemen, dove l’attività delle milizie houthi (sciiti, alleati dell’Iran che li finanzia e arma) si prolunga non solo sul traffico marittimo, ma anche nei conflitti mediorientali, da qui il particolare interesse di Israele alla regione.
Somaliland: alla ricerca di un riconoscimento
Il centro attuale degli intrecci militari ed economici nel Corno d’Africa è senza dubbio il Somaliland, la regione settentrionale della Somalia da cui si è staccata nel 1991 dopo la caduta del regime di Siad Barre. In tutti questi anni ha cercato invano un riconoscimento internazionale che era venuto solo nel 2020 da Taiwan.
Il Somaliland ha pertanto cercato un riconoscimento di fatto attraverso i rapporti economici sfruttando il richiamo strategico del suo porto di Berbera sul Mar Rosso, già al centro degli interessi dell’Unione Sovietica e degli Stati Uniti durante la guerra fredda. Il rapporto più solido è diventato quello con gli Emirati che dal 2016 gestiscono il porto con la società DP World come parte della loro strategia sulla costa dell’Africa orientale per penetrare poi nel continente.
All’inizio del 2024 il Somaliland aveva firmato un accordo anche con l’Etiopia per concederle l’accesso al mare, di cui Addis Abeba è priva dopo l’indipendenza dell’Eritrea. Ne è nata una fortissima tensione tra Etiopia e Somalia; il rischio di un conflitto tra i due paesi è stato evitato solo dopo la rinuncia dell’Etiopia grazie alla mediazione della Turchia.
Al centro di molti e contrapposti interessi
La svolta epocale è venuta con la decisione di Netanyahu di riconoscere nel dicembre scorso il Somaliland dopo che quest’ultimo aveva già riconosciuto Israele nel 2020 ai tempi degli Accordi di Abramo. Israele è il primo paese membro dell’Onu a farlo. La Somalia esprime un forte disappunto perché mette in discussione la sua integrità territoriale e reagisce interrompendo i rapporti con gli Emirati che sostengono Israele. La Somalia riceve l’appoggio dalla Turchia, con cui ha già importanti rapporti politici, economici e militari; Ankara spera così di ottenere una base sulle coste controllate dal governo di Mogadiscio, dove ha già la sua base militare più importante all’estero e un centro di formazione militare.
Nel Somaliland intanto Tel Aviv si è subito attivata per raggiungere il suo vero obiettivo: la città di Berbera sul Mar Rosso da cui controllare lo stretto di Bab el Mandeb che dà accesso non solo a Suez ma anche al porto israeliano di Eliat nel golfo di Aqaba. Le ultime rivelazioni parlano di un allargamento dell’aeroporto di Berbera da parte degli Emirati a favore sia di Israele che degli Usa. Berbera sarebbe una base aerea avanzata per Israele per colpire gli houthi che dallo Yemen prestano man forte all’Iran e viceversa, mentre per gli Usa sarebbe un’ottima alternativa alla base militare a Gibuti dove devono convivere con la vicina base cinese, la prima di Pechino sul continente africano. Quanto agli Emirati, la presenza nel porto e nell’aeroporto di Berbera permette loro di giocare un ruolo importante nella guerra in Sudan.
L’oro del Sudan
Dall’aprile 2023 in Sudan è in corso una guerra tra il governo di Al Bouhrane a capo delle Forze armate sudanesi, appoggiato da Egitto, Turchia, Qatar e Arabia Saudita e le milizie paramilitari della Rapid Support Forces (RSF) del generale Hemetti, sostenuto dagli Emirati. Si tratta della guerra tra due eserciti di cui le vittime principali sono i civili; le Nazioni Unite considerano quella in Sudan la crisi umanitaria più grave in corso nel mondo.
La guerra è alimentata da interessi stranieri. Gli Emirati con l’appoggio alle milizie si assicurano l’accesso alle miniere d’oro nel Darfur, regione occidentale del Sudan, e possono fare la congiunzione con la Libia dove sostengono il regime di Haftar installato a Bengasi. L’oro del Sudan serve agli Emirati per ripagarsi delle armi vendute alle milizie e diventare uno dei più importanti esportatori mondiali dell’oro pur non avendo alcuna miniera.
All’oro del Sudan è stata interessata anche la Russia, ma Mosca è ora più vicina al governo di Khartum con cui spera di concludere un accordo per una base a Port Sudan sul Mar Rosso. Tutti gli attori presenti nel conflitto come Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Turchia oltre a quelli già citati alimentano la guerra con la fornitura di armi malgrado l’embargo dell’Onu.
Crisi interne alimentate da interessi stranieri
La guerra iniziata da Netanyahu contro l’Iran seguito a ruota dagli Stati Uniti di Trump è destinata ad accentuare la competizione tra le diverse potenze nel Corno d’Africa vista la centralità che questo ha acquistato con la crisi di Hormuz. Di conseguenza anche le crisi interne agli Stati della regione continueranno ad essere alimentate dal gioco degli interessi stranieri. Cina, Russia e Turchia che da tempo manovrano nell’area del Corno d’Africa stanno valutando le conseguenze della guerra contro l’Iran per trarne il maggior vantaggio. Pechino sembra oggi la meglio situata anche per il suo ruolo “prudente” nella guerra contro l’Iran, suo partner economico strategico e la sua resilienza nella crisi petrolifera, grazie alle scorte accumulate.
Tanti approdi nel Corno d’Africa e lungo le coste del Mar Rosso rischiano però di essere solo un mezzo per svuotare l’Africa delle sue potenzialità, un po’ come un tempo la tratta degli schiavi, più che un fattore di sviluppo. Lo dimostrano la crisi umanitaria in Sudan, la fragilità della situazione in Somalia, il riaccendersi dei conflitti locali in Etiopia e della tensione con l’Eritrea. È finita la musica delle band che all’inizio degli anni ’80 avevano tentato di risvegliare le coscienze sulla carestia in Etiopia e nel Corno d’Africa. Le carestie continuano come dimostra il tragico caso del Sudan, le crisi non fanno più rumore anche se la Somalia, Somaliland compreso, ha il più alto tasso di mortalità infantile al mondo dopo il Niger. L’importante sembra essere che sia la musica delle guerre a non smettere mai.
Luciano Ardesi
Sociologo. Vice presidente del Centro Interconfessionale per la Pace (Cipax). È stato docente di sociologia alla Facoltà di Architettura e Urbanistica di Algeri. Autore di saggi su Africa e Magreb e sui temi del diritto e dello sviluppo internazionale.
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[*] Spesso papa Franesco ci ha ricordato che “oggi non viviamo un’epoca di cambiamento quanto un cambiamento d’epoca. Le situazioni che viviamo oggi pongono dunque sfide nuove che per noi a volte sono persino difficili da comprendere”. Tra queste sfide vi è indubbiamente il significativo mutamento della realtà internazionale con tanti cambiamenti nelle relazioni tra i paesi e nelle zone di influenza delle grandi e medie potenze.
Con questo articolo di Luciano Ardesi, il nostro sito inizia a prestare una maggiore attenzione alla lettura del contesto geopolitico per aiutarci a capire quali siano gli elementi di cambiamento, affinché la nostra azione sociale per la liberazione e la promozione umana [EG 177-258] sia attenta e adeguata ai “segni dei tempi”. [V]
[Pubblicato il 19.4.2026]
[L’immagine è ripresa dal sito: [https://terraincognita.earth]
