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Schermata 2015-11-22 a 11.01.52

FIRENZE 2015 UN CONVEGNO ATIPICO

Guido Campanini

Schermata 2015-11-22 a 11.01.52Cosa è stato il Convegno di Firenze?
Forse è più semplice dire cosa non è stato.

Non è stato un “convegno”, innanzitutto; un convegno classico, con relazioni, comunicazioni, discussioni, dibattiti; nemmeno un congresso, con documenti, ordini del giorno, emendamenti, linee-guida; e nemmeno un “sinodo”, nel senso pieno ed “episcopale” del termine – dove al di termine discussioni anche accese si approva un testo da affidare ai Pastori (o al Papa).

E’ stato piuttosto un’esperienza sinodale di Chiesa: dove i momenti liturgici sono stati molteplici e quasi dominanti, i momenti di dialogo informale e formale numerosi, i momenti di vero confronto praticamente nulli….

Un confronto di breve durata
Basti dire che il convegno vero e proprio è durato sostanzialmente una giornata e mezza delle quattro previste: il pomeriggio di lunedì – il primo giorno – è stato dedicato quasi integralmente ad una grande liturgia vespertina (quattro lunghe processioni prima del Vespro); la giornata di martedì al duplice incontro con il Papa – quello proprio del convegno ecclesiale al mattino in Cattedrale, la Messa con la città il pomeriggio allo stadio; oltre metà della mattina del giovedì alla preghiera ecumenica, ed il pomeriggio ad ascoltare testimonianze e conferenze sui tanti “santi” (canonizzati e no) della Chiesa fiorentina (da Savonarola a don Milani passando per S. Antonino, La Pira, il card. Dalla Costa…)  – sicché i lavori veri e propri si sono svolti unicamente l’intera giornata del mercoledì, un paio d’ore il giovedì e la mattina del venerdì.

E tuttavia… Forse (anzi, senza forse) era però proprio questa l’intenzione  dei Vescovi italiani e del Comitato organizzatore Come ha detto il suo (del comitato) presidente, monsignor Nosiglia, arcivescovo di Torino, nella sua prolusione:

Non siamo infatti qui per predisporre dei piani pastorali, né per scambiarci informazioni, neppure per partecipare a dotte conferenze o a un corso di aggiornamento: siamo qui per inaugurare uno stile. Lo stile sinodale – vissuto sia a livello di Comitato preparatorio al Convegno, sia nel cammino delle chiese locali – deve accompagnare il lavoro di questi giorni e sarebbe già un grande risultato se da Firenze la sinodalità divenisse lo stile di ogni comunità ecclesiale.Il cammino (syn-odos) ci consegna innanzitutto un met-odos: non una mera metodologia, ma il desiderio di cercare e di crescere insieme per una chiesa capace di tenere il passato, ma di slanciarsi con forza e coraggio verso il futuro.”

La base protagonista 
Il metodo dei “200 tavoli rotondi da 10 persone” ha consentito a 2000 convegnisti di dialogare davvero, di far sentire la voce di tutti: la voce propria e della comunità che ci ha mandati, delle associazioni di cui siamo membri, delle esperienze di vita cristiana che abbiamo vissuto o di cui abbiamo notizia. Tavoli con delegati di regioni e diocesi diverse, con Vescovi e presidenti diocesani di Azione cattolica, ma anche con “semplici” catechisti o preparatori di coppie al matrimonio o al battesimo; con “preti di strada” giustamente famosi come don Gino Rigoldi (casualmente, al mio tavolo) e preti di parrocchia come tanti. Con la possibilità di conoscere nuove vie intraprese lungo la lunga Italia per annunciare il Vangelo, per testimoniare la carità cristiana, per sostenere le fragilità personali e familiari, per rinnovare la vita di fede.

E Tuttavia… Se tanti piccoli tavoli hanno consentito a tutti di “prendere parola” e di farsi ascoltare – cosa evidentemente impossibile in una assemblea di 2500 delegati – ciascuno ha parlato a non più di 9 persone, ha ascoltato non più di 9 persone… Insomma, siamo andati 5 giorni a Firenze per chiacchierare con 9 persone casualmente ritrovate ad un tavolo rotondo…. E’ vero che ad ogni tavolo c’era un “facilitatore” che sintetizzava gli interventi, è vero che in ogni aula c’erano  10 tavoli e 10 facilitatori, con 1 moderatore che sintetizzava le sintesi dei tavoli, è vero che ogni ambito aveva circa 5 moderatori (pari a 50 tavoli), ma è pur vero che alla fine abbiamo sentito in seduta plenaria la sintesi delle sintesi delle sintesi…

Un Convegno carsico 
Oltretutto, nei singoli tavoli si è lavorato su una traccia predeterminata, che ovviamente ignorava sia le relazioni di Magatti e Lorizio (trascorse sull’uditorio come una cascata d’acqua sulla roccia, salvo rileggerle poi in questi giorni a convegno concluso), e soprattutto senza tener conto più di tanto – essendo appunto scritta prima – delle ricche provocazioni del Santo Padre, che ci ha chiesto umiltà, disinteresse e lo spirito delle Beatitudini, e ci ha messo in guardia dalle tentazioni del pelagianesimo (sono l’organizzazione ecclesiastica, i piani pastorali, gli uffici, che salvano il mondo… dimentichi della Croce di Cristo) e dello gnosticismo (il divorzio fra la Parola e la vita, fra la predicazione e la testimonianza vissuta, fra la liturgia e la carità, fra la verità e le persone concrete… dimentichi dell’Incarnazione di Cristo).

E tuttavia… Proprio  l’assenza di relazioni fondanti, di documenti da approfondire e discutere, di testi-base da emendare, ha portato, provvidenzialmente, ad evitare qualsiasi cenno polemico nei confronti di questioni mondane: nessuna discussione sul rapporto Chiesa-politica, nessuna presa di posizione contro questa o quella legge o proposta di legge, nessuna invettiva contro questo o quel governo o partito…. Se nei convegni precedenti (soprattutto Roma 1976 e Loreto 1985), celebratisi ancora ai tempi della “prima repubblica” e della DC, il rapporto con la politica era stato, se non dominante, certamente decisivo per la comprensione delle due assise; se tra Palermo 1995 e Verona 2006 la ricerca di nuovi rapporti con la politica aveva caratterizzato  la lunga stagione della presidenza Ruini; questa volta l’accento è andato soprattutto alla dimensione esistenziale e di servizio della politica nelle sue realtà di base, con costante e rinnovato invito a studiare ed applicare quella che comunemente si continua a chiamare “Dottrina sociale della Chiesa”, alla quale papa Francesco sta imprimendo una poderosa svolta. La politica intesa come presenza dei cristiani è stata carsicamente presente in molti dei 200 tavoli, la politica come presa di posizione pubblica della Chiesa su questo o quel tema del tutto assente – ed infatti giornali e telegiornali, che avrebbero sguazzato in caso di polemiche con questa o quella parte politica, o su questa o quella proposta di legge, hanno sostanzialmente ignorato il convegno ecclesiale, se non per la visita del Papa.

Una domanda senza risposta 
“In Gesù Cristo il nuovo umanesimo” – recava il titolo del Convegno; e Firenze, la patria dell’umanesimo, e dell’umanesimo cristiano (da Pico della Mirandola a Gerolamo Savonarola, da Filippo Brunelleschi a Michelangelo…), era stata scelta proprio per questo. La questione della persona umana – oggi messa in crisi sia dagli sviluppi delle tecnoscienze, sia dal dominio planetario di una finanza “astratta” dalla vita concreta delle donne e degli uomini del pianeta – sarebbe dovuta essere al centro della discussione del 200 tavoli, anche sulla scorta delle due relazioni di Magatti e Lorizio. Invece così non è sembrato essere. Certo, della persona umana, anzi, delle donne e degli uomini che concretamente si incontrano tutti i giorni negli oratori, nelle mense Caritas, nella vita quotidiana, si è parlato molto, e in abbondanza, con una concretezza davvero nuova per un convegno di questo tipo! Ma la domanda sull’umanesimo possibile nel XXI secolo è rimasta senza risposta, e forse era troppo chiedere ad un convegno ecclesiale di affrontare una questione di tal genere, certo più adatta ad un convegno di una associazione o istituzione “specializzata” e culturalmente meglio attrezzata (come potrebbe essere il MEIC o l’Università Cattolica).

E tuttavia… Non ritengo però che un bilancio del Convegno vada fatto sulla base di una (astratta) relazione fra attese e risultati, fra premesse e promesse, fra “titolo del tema” e “svolgimento” del medesimo – del resto, anche nei precedenti convegni più o meno era andata così, anche se in maniera minore… Proprio la sinodalità richiamata da monsignor Nosiglia in apertura, rilanciata dal Papa al termine del suo discorso in santa Maria del Fiore, praticata nei 200 tavoli, e infine ripresa dal card. Bagnasco in chiusura, potrebbe essere il lascito vero di Firenze 2015.

Per una stagione sinodale della Chiesa italiana 
E allora, perché non proporre alla CEI la coraggiosa apertura di un vero “Sinodo della Chiesa italiana”?
Un Sinodo che affronti uno o due argomenti specifici, ma centrali per la vita della Chiesa e per il futuro del cristianesimo in Italia.
Un Sinodo che coinvolga la base anche nel senso di “tastare il polso” ad una “pubblica opinione ecclesiale” che oggi non ha canali riconosciuti per farsi sentire.

Magari un Sinodo in tre tappe, come è stato quello dei Vescovi sulla famiglia.
– Una prima tappa nazionale, che raccolga, discuta, purifichi e rilanci una traccia iniziale, par farla diventare oggetto di discussione approfondita nelle Chiese particolari, nelle associazioni, ma anche nel Paese;
– Una seconda tappa –appunto- di riflessioni della base, con una segreteria che raccolga e riassuma quello che è stato detto/pensato/vissuto nelle periferie della Chiesa;
– Ed una terza tappa davvero sinodale, in cui si lavora su un documento-base redatto per paragrafi, in cui si discuta, si propongano emendamenti, ci si divida anche, se necessario, si voti – per consegnare ai Vescovi, Maestri e Pastori, una serie di propositiones.
Spetterà poi ai Vescovi tradurle, se lo riterranno, in indicazioni pastorali concrete.

E’ un sogno? Una speranza? Una proposta? La mettiamo nelle mani dello Spirito che guida le nostre Chiese sul cammino iniziato da Gesù.

Guido Campanini 
Delegato al V convegno ecclesiale della Diocesi di Parma.
Membro del MEIC e del Consiglio diocesano dell’Azione Cattolica.

3 Commenti su “FIRENZE 2015 UN CONVEGNO ATIPICO”

  1. Ringrazio per i benevoli commenti.
    Sull’insegnamento della religione, rimando ad alcuni miei interventi apparsi sulla rivista del MEIC (Coscienza), che sostanzialmente dicono:
    NO ad un IRC confessionale e gestito dalla Chiesa,
    SI’ ad un insegnamento di “cultura religiosa” obbligatorio per tutti e gestito dal MIUR.
    Quanto alle recenti polemiche sulla (presunta) laicità della scuola, ricordo che in unessun testo normativo si dice che la scuola è laica (nemmeno nella Costituzione); ne parla la Corte cost., ma in un senso totalmente opposto alla laicité francese: lacità come amica delle religioni e inclusiva, non come neutra ed escludente; dunque sì, anche nelle scuole, ai presepi e ai crocifissi, come – se ce ne fosse bisogno – alla mezzaluna e alla stella di Davide.

  2. Proviamo a immaginare cosa sarebbe successo se, a sorpresa, a conclusione del Convegno, la Chiesa avesse spontaneamente rinunciato a scuola all’insegnamento confessionale e facoltativo della religione cattolica. Che appare sempre più un privilegio in una società a pluralismo religioso e culturale, e poco produttivo visto l’analfabetismo religioso diffuso. Oggi saremmo impegnati nella ricerca di come organizzare per tutti uno studio storico critico delle religioni. Ma c’è ancora tempo.
    Sarebbe una risposta culturale alla violenza politica e religiosa. Sarebbe un passo avanti nel dialogo fra le religioni. Lo Stato diverrebbe più laico. Sarebbe persino un contributo alla ricerca di un “nuovo umanesimo”.

  3. Ritengo lucido questo giudizio. La fatica del cambiamento deve essere messa in conto. Certo molti di noi, specialmente le donne, hanno fretta… ma occorre lavorare con tenacia. Sono d’accordo con la proposta, perché mette al centro la questione del metodo: il metodo sinodale. esso deve però essere davvero autentico, altrimenti si avrà la sensazione di prendersi in giro. parresia!!!

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