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LA SETE DI DIO DEI CARCERATI

Davide Pelanda

Attraversare il corridoio di un carcere oggi significa sentire più idiomi, più lingue, più problemi che si intrecciano. Vite che non si conoscono, che si incontrano per la prima volta. Vite spezzate che stanno lì per ricostruirsi, per essere rieducate. In termini più religiosi potremmo dire che si sta in carcere per espiare una colpa, per essere redenti, per riflettere nel profondo della propria coscienza sulla propria condotta negativa.

La sete di spiritualità
Lì dentro, però, ci si può facilmente scoraggiare, sconfortare. Fino al suicidio. In alcuni detenuti, dunque, subentra una sete di spiritualità, una sete di religiosità, riaffiora la voglia di pregare, di colloquiare con il proprio Dio, riaffiora quell’umanità che si esprime talvolta attraverso la propria cultura religiosa.

In questa variegata umanità che parla in tutte le lingue e gli idiomi del mondo ho incontrato parecchi uomini e donne appartenenti, – oltre che alle confessioni cristiane storiche: protestantesimo e cattolicesimo, – alle grandi religioni: islamismo, buddhismo, induismo, ma anche persone che praticano i culti dei Testimoni di Geova, degli Avventisti del Settimo Giorno, degli evangelici, etc.

Oltre a coloro che si definiscono “non credenti”; detenuti, cioè, che affermano genericamente di non essere interessati ai problemi religiosi, senza tuttavia sentirsi né dichiararsi atei, si possono anche incontrare detenuti che si disinteressano al problema religioso e della spiritualità.

Il carcere dunque non è un sistema punitivo e di disciplinamento come qualcuno crede che sia. C’è anche un peso della dimensione religiosa e spirituale nella ricerca interiore del recluso, che potrebbe essere l’unica via di uscita per non impazzire, lasciarsi andare fino ad arrivare al suicidio.

L’esperienza bolognese
Ho tentato di raccogliere le voci dei protagonisti, le lettere, le preghiere, ecc. che «si offrono dunque come evidenze che, nell’insieme, aiutano a raccontare, con il lessico del religioso, anzi con i diversi lessici religiosi, quello spazio e quei vissuti che ci appaiono estranei, contrari alla nostra stessa identità di “cittadini per bene” (nessuna normalità esisterebbe, del resto, senza forme di devianza e scostamento da questa)» come scrive la sociologa Valeria Fabretti [1].

In questo percorso ho incontrato parecchi volontari, persone che si sono messe in gioco nelle strutture carcerarie ed hanno gettato un seme. È il caso, ad esempio, dell’esperienza ultradecennale del gruppo “Una via” di Bologna: un gruppo di giovani, studenti universitari e non, che all’origine erano guidati e coordinati dal compianto Pier Cesare Bori, morto nel 2012, professore di Filosofia morale, preside del corso in Culture e diritti umani della Facoltà di scienze politiche dell’Università di Bologna.

Ogni venerdì, i membri del gruppo si riuniscono per un’ora per riflettere e meditare assieme ad alcuni carcerati nel contesto della casa circondariale bolognese detta della “Dozza”.

La meditazione e riflessione avvengono con l’aiuto della lettura di autori che spaziano da Marco Aurelio a Simone Weil, passando per Gandhi, Tolstoj, Flannery ‘O Connor e Lao-Tse per arrivare al Vangelo; dal monaco vietnamita Thich Nhat Hahn al filofoso Kierkegaard, al poeta sufi Rumi al quacchero George Fox, al più recente Amos Oz fino a passi del Corano.

Alle riflessioni seguono alcuni minuti di silenzio, quindi riflessioni personali e domande in merito alla felicità, alla libertà, alla gioia, alla fiducia e all’amore.

«E’ una attività che piace molto – mi disse prima della sua scomparsa il professor Bori – perché indubbiamente c’è una umanità molto calda: gli studenti portano vitalità, simpatia e ai detenuti piace tanto. E si sorprendono perché tutto è così facile, perché la fantasia ci fa pensare che le carceri siano posti così ameni […] La chiave di fondo è che c’è una fondamentale fiducia antropologica: cioè “ce la fai, abbi fiducia”, “la religione è un mezzo possibile ma se non ti senti lascia pure stare” […] Questo per me è fondamentale. E tutto ciò che si fa vale dentro come fuori dal carcere: conduciamo un discorso generale che vale anche per noi stessi».

Liberarsi in prigione: un progetto buddhista
Ho incontrato anche alcuni appartenenti al mondo buddhista del “Progetto Liberazione Nella Prigione” che nasce in Italia dal desiderio di ampliare l’omologo americano “Liberation Prison Project”, con l’obiettivo di portare nel nostro paese i grandi benefici che esso ha già portato in svariate parti del mondo, compresi gli USA, l’Australia, la Spagna, il Messico, la Mongolia e la Nuova Zelanda.

Il suo scopo è aiutare le persone a sviluppare il proprio potenziale umano, senza alcuna intenzione di convertirle al buddhismo. Si tratta di offrire ai detenuti strumenti di sviluppo personale e conoscenza di sé, quali la meditazione nelle sue differenti declinazioni, l’auto-osservazione e l’elaborazione di temi psicologici e filosofici rilevanti all’interno del contesto carcerario.

In Italia sono attivi corsi settimanali presso quattro istituti carcerari: Massa, Bollate (MI), Spoleto, Gorgonia; ci sono contatti con altre carceri al fine di organizzare corsi presso i loro istituti. Sono stati donati libri ai detenuti e anche a svariate biblioteche all’interno delle carceri. Inoltre, vengono instaurati rapporti di corrispondenza con alcuni detenuti.

Grazia Sacchi, volontaria del “Progetto Liberazione Nella Prigione” presso la Casa di Reclusione di Milano-Bollate, mi ha raccontato come «in alcune persone ci sia una gran sete di spiritualità, un gran desiderio di guardarsi dentro per andare oltre. Teniamo presente che un detenuto ha parecchie ore libere a disposizione, ha modo e tempo di riflettere e tale riflessione può essere a volte sconvolgente. Il vettore spirituale diventa un’ancora di salvezza, può dare un senso alle considerazioni pessimistiche e aiutare a voltare pagina. Forse meno sete di religiosità, nel senso formale e strutturato del termine, oppure si tratta di una pratica religiosa strumentale (“Ti prego, fammi uscire da qui!”) che poi non viene proseguita fuori dalla prigione».

Necessità di spazi per il pluralismo religioso 
Tra le voci che ho incontrato c’è anche quella del pastore valdese Francesco Sciotto, il quale ha portato il termine di paragone con la prigione parigina La Santé, avendola studiata da vicino per ben due anni. Il suo punto di riferimento entrando in quel luogo, da buon valdese, è sempre stata la Bibbia.

Ma l’aspetto, tra i più interessanti sottolineati da Sciotto, è che «nessuno ci dice se hanno meritato o no la detenzione, semplicemente perché si tratta di persone che aspettano, che probabilmente lo fanno soffrendo e che sono in balia delle prepotenze e delle sopraffazioni dei potenti.

Quest’attesa, ingiusta e per di più incerta, penosa, diventa paradigma esistenziale di coloro che attendono; metafora, pur triste, di una speranza. La loro condizione diviene un’immagine di attesa escatologica e teologica di liberazione».

Con l’aiuto del ricercatore Mohammed Khalid Rhazzali ho potuto esaminare anche la realtà che riguarda ci professa la fede islamica.

Certo è che uno Stato che si consideri democratico non può non tenere in considerazione che, in un luogo già di per sé difficile come il carcere, deve essere rispettato il pluralismo religioso. E dunque, tutti i detenuti devono poter professare liberamente la propria tradizione religiosa e fede.

Mi rendo conto che, con le difficoltà economiche e la situazione di disagio e sovraffollamento in cui si trovano attualmente le strutture carcerarie, sia arduo chiedere un luogo di culto che non sia la sola cappella cattolica. Tuttavia, direttori di carcere particolarmente illuminati sono riusciti a ritagliare spazi adeguati per la preghiera dei musulmani.

In parecchie strutture carcerarie si può trovare una rinnovata sensibilità in chi le gestisce: si è finalmente riconosciuta la dignità anche delle altre religioni e confessioni cristiane attraverso una più puntuale attenzione e conoscenza reciproca.

Per la convivenza pacifica tra detenuti e nel rapporto con il personale addetto, è necessario che vi siano punti di riferimento per poter professare il proprio credo. Senza imposizioni e con il massimo rispetto per tutti.

Davide Pelanda
Redattore del mensile “Tempi di Fraternità”, aderente alla Rete dei Viandanti e autore del volume “Il Dio carcerato” (Le Mezzelane, 2021).

[Pubblicato il 13 giugno 2021]
[L’immagine che correda l’articolo è ripresa dal sito: www.avvenire.it]

– – – – – Note
[1] Dalla “Prefazione” al volume: Pelanda D., Il Dio carcerato, Le Mezzelane, 2021.

2 Commenti su “LA SETE DI DIO DEI CARCERATI”

  1. Tutto molto interessante e istruttivo. E’ singolare: il carcere puo’ essere il luogo di incontro tra religioni diverse piu’ di quanto lo e’ tra di noi “liberi”…

  2. Io non so, non ho letto, per quali vie è avvenuta la rieducazione di Giovanni Brusca, che si è conclusa con la libertà vigilata. Ho incontrato molti che non l’hanno accettata (“questo stato non mi rappresenta”), perché troppo gravi erano le sue colpe. Eppure è una legge, in linea con la Costituzione, che l’ha resa possibile. E per un cristiano è un “debito da rendere” come preghiamo nel Padre nostro. Forse Brusca ha incontrato anche volontari che hanno contribuito alla rieducazione. Se fosse resa nota la storia, sarebbe un contributo alla maturazione della società.

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