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Come nasce la coscienza

Un’efficace sintesi sulla genesi della coscienza la propone Raffaele Maiolini in uno scritto per un corso dell’ISSR dell’Università Cattolica di Brescia a.a. 2014-2015 (“Le grandi coordinate: la coscienza credente”). L’abbiamo preferita ad altre perché oltre a descrivere le caratteristiche della struttura originaria della coscienza umana ne mostra in maniera convincente la continuità senza alterazioni con la coscienza credente.

Tra fiducia e responsabilità
È proprio l’aver fede (fiducia) – secondo Maiolini – il nucleo fondante la coscienza umana ed il perno della riflessione teologica conseguente. “Ripensare come si origina e come vive l’umano è il punto di partenza imprescindibile per poter riflettere (anche teologicamente).” Nel rimandare ad un estratto del documento citato (Le grandi coordinate…) ne anticipiamo l’incipit. “È chiaro che il bambino si risveglia alla coscienza di sé nel sentire il richiamo che gli rivolge l’amore della madre. Il suo ‘io’ emerge cosciente nell’esperienza del ‘tu’: al sorriso della madre, per grazia del quale egli esperisce che è inserito, affermato, amato in qualche cosa che incomprensibilmente lo cinge, lo custodisce e lo nutre. Il dischiudersi della sua coscienza è tardivo a paragone di questo mistero abissale che lo anticipa in una prospettiva incalcolabile: quando la mamma per giorni e settimane intere ha nutrito e sorriso al suo bambino, giunge il giorno in cui l’infante (colui che non sa parlare) le risponde con un sorriso. Nessun bambino si sveglia all’amore se non è amato.”
Parimenti il filosofo tedesco Hans Jonas, nel dare fondamento alla sua proposta di un’etica della responsabilità utilizza – in contropiano rispetto all’infante – la doverosa risposta dei genitori all’appello del neonato “il cui solo respiro rivolge inconfutabilmente un «devi» all’ambiente circostante affinché si prenda cura di lui” (Il principio responsabilità, Einaudi, Torino 2002, p. 163).
Il perché di questa apparente divagazione sulle origini della coscienza morale è presto detto. Essa consente di impostare in termini non equivoci la natura costitutivamente relazionale della coscienza che sorge da un appello dentro un rapporto asimmetrico tra un io fragilissimo e un tu che responsabilmente vi corrisponde. Pone in termini ‘dialogici’ la elaborazione della libertà, contro ogni chiusura individualistica per cui ogni coscienza individuale va necessariamente collocata nel rapporto con l’altro, soprattutto con l’altro più fragile, che per questo richiede una risposta responsabile. Tutt’altro che di libertà incondizionata si tratta.