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Formarsi alla libertà

Della coscienza ben formata
La posizione della Chiesa a favore della libertà di coscienza è sistematicamente ribadita nei documenti ufficiali dal Concilio Vaticano II in qua, come abbiamo mostrato in due sezioni della nostra rubrica (Il magistero del Concilio Vaticano II e Il magistero postconciliare). Dalla conciliare dichiarazione sulla libertà religiosa (Dignitatis Humanae) all’enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II a quella di Benedetto XVI (Caritas in Veritate), non ci sono dubbi nella teoria.
I problemi nascono nella pratica, quando a governare i rapporti tra magistero e fedeli risuona un ragionamento di questo tipo: “un cattolico non potrà appellarsi alla propria coscienza per non conformarsi alla legge di Dio interpretata dal magistero della Chiesa. Quando ciò succede è segno evidente che la coscienza non è ben formata e che, in questo caso, la sua voce non è la voce di Dio.”

Senza sfumature affermiamo che questo esercizio di potere, come dominio sulle coscienze, viene esercitato in nome di una verità posseduta piuttosto che di una verità ‘che si fa’ responsabilmente da parte di ciascuno. Esso non può che produrre una decisiva strozzatura sulla formazione di una coscienza ‘retta’. Come abbiamo avuto modo di evidenziare, la preoccupazione difensiva della verità morale ha fissato il discorso formativo sulla trasmissione della dottrina da credere e praticare piuttosto che sull’apertura alla creazione delle condizioni tali che ognuno possa crescere in responsabilità personale nei confronti della verità. Non sono più tempi di dettati da parte della Chiesa, serve promozione.
Il programma del cambiamento su questo piano è indicato in un bel paragrafo dell’editoriale del nostro sito redatto da Fine settimana (17 giugno 2013): Primato e formazione della coscienza. Vi si scrive, tra l’altro, che la formazione “è un cammino che comporta un passaggio da una prassi pastorale pensata per istruire, per insegnare verità (da apprendere), per illustrare precetti e norme da eseguire fedelmente ad una prassi che pone al proprio centro la formazione di coscienze mature, di persone capaci di assumersi le proprie responsabilità, di camminare insieme agli altri con le proprie gambe e di ragionare con la propria testa, di operare scelte di fondo umanizzanti e liberanti.”
Vediamo come, nella fase storica in cui viviamo.

L’individuo massimamente libero e solo
Papa Francesco, molto attento ai ‘segni dei tempi’, ritorna con una certa insistenza sull’idea di “coscienza isolata” a caratterizzare questo tempo con i connotati dell’individualismo. Troviamo la formulazione più incisiva per il nostro discorso nella Evangelii gaudium (I,2): “Il grande rischio del mondo attuale, con la sua molteplice ed opprimente offerta di consumo, è una tristezza individualista che scaturisce dal cuore comodo e avaro, dalla ricerca malata di piaceri superficiali, dalla coscienza isolata.” Coscienza senza più certezze, quindi disorientata, cui non s’addice l’azione di una ‘Chiesa del no’, se mai essa sia stata efficace.
Studiando il modernismo, Fulvio De Giorgi colloca tra fine 800 e primi del 900 l’emergere “di culture e prassi civili ed ecclesiali fondate sulla centralità etica della coscienza: con ciò ponendo, inevitabilmente, la questione di una pedagogia della coscienza, come pedagogia della libertà e, insieme, della responsabilità, come forma di un’educazione o, spesso, di un’autoeducazione degli adulti.” (Il medioevo dei modernisti. Modelli di comportamento e pedagogia della libertà, La scuola, Brescia 2009, p. 15). A distanza di oltre cent’anni dalla sua emergenza non troviamo una miglior formulazione generale del problema che desideriamo affrontare oggi e per il quale ci sono certamente cantieri aperti ed esperienze vive, ma molto da cambiare a livello istituzionale, sia civile che ecclesiale.

In cammino
Proviamo a sviluppare il tema rimanendo fedeli al nostro approccio ‘pratico’ piuttosto che ‘teorico’, dando per scontata la necessità formativa di una C libera. Invece che attardarci nell’ennesimo chiarimento concettuale, preferiamo quindi seguire una pista operativa del tipo: come si fa per formare/formarsi ad una C libera e forte? quando una C può dirsi ‘ben formata’?
Il punto di partenza non può che essere la prefigurazione della meta da conseguire che, per quanto abbiam detto della libertà, è come l’orizzonte: ci precede sempre. Si tratta di educazione (e autoeducazione) al discernimento, alla capacità di analizzare la situazione, propria (di sé), della relazione con gli altri e col mondo, per poter scegliere (giudicare) come indirizzare il proprio comportamento. Questa azione non conosce sosta, essa va praticata quotidianamente e non sfocia mai in una fase conclusiva, in un approdo finale. Il cardinale Martini diceva: “la coscienza deve essere allenata tutti i giorni”.
Pertanto la C morale si costituisce gradualmente in situazione, non prende forma se non dentro i molteplici condizionamenti della propria libertà, con cui è necessario fare i conti, e in vista di un’azione concreta in cui praticare il suo giudizio.
Tra le condizioni della libertà emerge quella costitutiva della relazione col prossimo: non si può immaginare che si possa effettuare una buona formazione di una coscienza isolata. La formazione si compie soltanto nel vivo dei rapporti umani. E allora si pone immediatamente il problema della relazione con l’autorità o più semplicemente della relazione con una guida, con un maestro che orienti la formazione stessa.

Cancellare l’autorità?
Ritorna utile al proposito ricorrere a Foucault che fa perno, come abbiam visto, sulla ‘cura di sé’: essa “implica il rapporto con l’altro, nella misura in cui, per avere buona cura di sé, bisogna ascoltare le lezioni di un maestro. Si ha bisogno di una guida, di un consigliere, di un amico, di qualcuno che ci dica la verità.” (Foucault, cit., p. 240).
Il teologo Andrea Grillo, nelle proposizioni per una “genealogia della libertà”, ne apposta una sinteticamente potente: “Se siamo liberi è perché qualcuno, autorevolmente, si è preso cura di noi.” (Genealogia della libertà, San Paolo, Cinisello Balsamo (MI) 2013, p. 126). Nella relazione educativa che voglia accompagnare un cammino verso la libertà vige il paradosso classico del rapporto tra maestro ed educando: l’opera formativa riesce quando l’azione del maestro diventa inutile perché l’educando ha appreso a procedere con le proprie gambe. Nel caso della coscienza e della sua libertà, l’autorità, la guida, il maestro riescono nell’impresa quando il soggetto raggiunge la capacità dell’autoformazione. Egli può non rinunciare alla guida perché autoformazione non significa mai intimistica operazione isolata.
L’autorità che chiede solo obbedienza non è liberante, così come quella che si sostituisce al soggetto in crescita provvedendo a giudicare e a decidere per lui.
L’autorità per la libertà accompagna il soggetto nell’autonomia delle scelte che sono progressivamente alla sua portata, nella coniugazione dei principi morali con la situazione concreta in cui si trova ad agire, senza astrattismi o risposte preconfezionate, attraverso un dialogo costante.
Per dirla con Foucault, il rapporto di potere non va mai occultato e non è cattivo in sé, ma al contempo bisogna evitare che si trasformi in dominio. L’equilibrio non è facile e il dovere dell’autorità è di aver cura della libertà altrui.
Per dirla con Andrea Grillo, l’autorità per la libertà è quella che punta a far crescere la capacità di autodeterminazione dell’altro.

La coscienza “ben formata”
Nella formazione non si tratta mai di un intervento semplice perché vi è coinvolta l’intera complessità della C. Non c’è dimensione della persona che ne sia esclusa: “La coscienza appare come il luogo in cui si riflettono i meccanismi dell’istinto, il mondo delle emozioni, la pressione delle strutture sociali, la storia concreta delle relazioni interpersonali e l’influenza delle istituzioni educative, delle tradizioni e della cultura”. (Fumagalli, cit., p. 406).
L’intervento formativo si fa carico dell’interezza della persona e chi lo compie è tenuto a non esprimere facili giudizi sul buon esito della formazione. La verifica di una coscienza ben formata cristianamente è la sua capacità di scegliere il bene e la giustizia o, se si preferisce, quella verità che è amore e non può essere un compito esterno al soggetto autonomo.
Nella relazione formativa c’è un compito per l’educatore e un compito per l’educando. Per entrambi la libertà è un dovere e una responsabilità. Un dovere perché liberi non si nasce, ma liberi si diventa e c’è un compito di crescita nei confronti della libertà che va progressivamente assunto in proprio e promosso da fuori. Una responsabilità perché la coscienza non cresce spontaneamente nella libertà, non matura da sé, ma solo nell’incontro della cura reciproca di sé e di quell’altro che risponde positivamente all’appello di chi deve crescere.
Diamo uno sguardo allora a quali dinamismi sono da porre in atto sulla falsariga di Fumagalli (cfr. anche op. cit., pp. 371-382).

Prendere forma passo dopo passo
La libertà di C ha carattere pratico, riguarda le azioni, la prassi entro cui si genera, ma su cui è in grado di esercitare il giudizio. La C ha carattere universale e si attiva inevitabilmente, perché anche la sua libertà è una caratteristica umana di tutti e di ciascuno.
L’obbligo di C non può comunque costringere la libertà. Essa può resistere all’appello del bene e del giusto, anche se non può ignorarlo. Questi processi si sviluppano gradualmente, tenendo conto che la libertà si realizza nelle scelte che la C opera nel concreto della vita, superando i condizionamenti individuali e sociali che la possono limitare fino ad ostacolarla.
Per il cristiano la dimensione di fede non modifica lo scenario umano, ma vi aggiunge un incremento di senso poiché la coscienza si affina corrispondendo liberamente al costante appello dello Spirito a crescere nell’amore. Per queste ragioni formare coscienze libere non significa inquadrarle, adeguandole ad uno stampo preconfezionato. È operazione molto più flessibile, poiché si deve far carico della situazione concreta del soggetto in formazione se si mira a far crescere la sua capacità di giudizio. Capacità che ciascuno incrementa riconoscendo sempre meglio se stesso, la propria posizione tra gli altri, coltivando il proprio orientamento di vita, non sottraendosi a giudicare la situazione, dopo averla indagata e compresa.
Non si tratta affatto di esigere obbedienza a principi morali da parte dell’autorità costituita. Questo è il modo di mantenere la C in soggezione, capace solo di essere eterodiretta a meno che non opponga resistenza e si svincoli.
Con il pontificato di papa Francesco si è messa fortunatamente la sordina all’allineamento sulla imprescindibilità dei “valori (princìpi) non negoziabili” cui si dovrebbe obbedire in ossequio all’autorità magisteriale e non per adesione personale mossa dalla libertà.

Recupero
Sembra che il discorso fatto fin qui abbia trascurato temi a noi cari: quello della libertà di parola dentro la Chiesa e della correlata C critica. Cerchiamo di porre in evidenza quel che è sotto traccia nelle nostre righe con Paulo Freire, educatore brasiliano che non amava il titolo di pedagogista e che si è dedicato appassionatamente alla coscientizzazione degli oppressi, anzitutto del suo mondo.
L’azione educativa criticizzante, secondo Freire, deve rendere possibile all’uomo la discussione coraggiosa dei suoi problemi. Essa comunica, non dirama comunicati; scambia idee, non le detta; è un atto di amore, perciò non ha paura del dibattito, dell’analisi della realtà. La C critica, tutt’altro che fatalista, si nutre attraverso il dibattito di situazioni provocanti, su questioni vitali per le persone coinvolte. Essa si sviluppa mediante il dialogo che “si nutre di amore, di speranza, di umiltà, di fede, di fiducia. Per questo solo il dialogo è capace di comunicare”.
Il suo opposto è l’antidialogo perché è “l’opposto della comunicazione: è senza amore, è acritico e non suscita criticità, proprio perché non è amoroso; non è umile, non è nutrito di speranza, è arrogante e autosufficiente” (P. Freire, L’educazione come pratica della libertà, Arnoldo Mondadori, Milano 1973, pp. 132-133).